Riformista? Lo sarà lei e sua sorella!

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Uno dei termini più equivoci e ed evanescenti che da alcuni decenni straripa tra i politici italiani che se ne ammantano con ebete sicumera è quello di “riformista”.

Senza distinzione alcuna questa vantata , perché presunta  virtuosa,  parola è evocata da tutti i politici-politicanti italioti, da destra a sinistra, passando per il centro. Ammesso e non concesso che queste categorie  possano vantare ancora un qualche significato sostantivo quanto ad ascendenza storico-culturale, a parte la  attuale e ingannevole collocazione logistica all’interno del nostro parlamento ridottosi a blasfemo residuato di un passato che , anche se non sempre glorioso  è stato comunque teatro di forze artefici  di storia, seppure nel male. Il termine “riformista” in tale passato e rimpianto panorama ha assunto infatti ben altra dignità politico-concettuale. All’interno delle forze ispirantesi al socialismo, con tutte le sue spesso profonde e inconciliabili differenze,  per “riformisti”  si indicavano quei partiti  o movimenti, che sempre sulla base di analisi richiamantesi al rigore scientifico, ritenevano che la transizione da una società capitalistica a una socialista fosse attuabile con lo strumento della democrazia borghese senza la necessità di una rottura rivoluzionaria. Prendendo in parola, non senza un evidente  ottimismo interpretativo  di stampo “illuminista” circa la dinamica progressiva della storia, lo stesso “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels (1848) dove si afferma che il capitalismo crea da sé il suo proprio becchino, cioè il proletariato, grazie alla stessa irrinunciabile  vis della sua  logica del profitto, che fa del proletariato la sua “gallina dalle uova d’oro”, la conclusione che se ne tirava era la seguente:  se  il principio della democrazia parlamentare borghese è comunque quello “ogni testa un voto”, allora non si tratta che di attendere il progressivo farsi del proletariato maggioranza dell’elettorato. Man mano con la montante crescita   di quest’ultimo, il socialismo sarebbe stato raggiunto con l’attuazione di successive e conseguentemente appropriate  “riforme”, attuabili in via squisitamente legislativa!

Personalità di alta statura scientifica come Karl Kautsky, Rudolf Hilferding e molti altri erano schierati su posizioni “riformiste”, persino nel rispetto estremo nei loro confronti da parte di chi opponeva al riformismo la via “rivoluzionaria, come Vladimir Ilich Lenin. Né la contrapposizione riguardava limitati ambiti nazionali, informando di sé l’intera storia della II Internazionale Socialista. Fermiamoci qui nello stabilire le nobili radici genetiche del riformismo e dei riformisti. E con triplo salto mortale veniamo ai nostri tristi giorni della vita politica italiota. Dove l’ignoranza alberga e la distanza  dall’appena accennato passato è a dir poco sideralmente abissale.  Dove, come si è detto, l’accezione del termine in oggetto è meramente gutturale .

Infatti a meno di non pretendere il potere politico per non fare letteralmente nulla proprio in termini di “ tutto il potere agli accidiosi”, è evidente che lo status quo  ( lo stato delle cose) muta anche a seguito del più insignificante atto legislativo. Con ciò venendo ipso facto  ( contestualmente) a “riformarsi” quello status quo ante ( lo stato dei fatti precedente)!

Dunque per concludere,  all’ebete vantarsi dei nostri lillipuziani politici ad ogni piè sospinto  di essere “riformisti” allo stato storico e logico  dei fatti non corrisponde altro che l’intento di legiferare una volta al potere. Il che è all’un tempo evidente quanto privo di contenuti politici, se non in senso distruttivo sull’affidabilità intellettuale di siffatti “riformisti”.

Da qui l’autorizzazione a quanti pretendono di appartenere alla specie dell’homus erectus ove mai fossero tacciati di essere “riformisti” di rispondere napoletanamente : “riformista lo sarà lei e sua sorella!”.

 

PS

La stura a questo sfogo  me l’ha data la televisione, in uno dei   stancamente replicantesi talk show  dedicati alle prossime elezioni del 4 marzo prossimo.  Qui il sedicente “socialista”  Nencini – segretario dell’ectoplasmatico “partito socialista italiano” – non ha mancato di  dichiararsi appunto “riformista”, solo  evidentemente come mero tic. La nausea estetica e culturale   ha richiesto terapia d’intervento, proprio in chiave medico-psicologica, e per chi può avere ancora “cognizione dei fatti”, una urgenza  morale. Come erano belli i tempi in cui il ciclista Nencini non poteva andare più in là dal dichiararsi “ contento di essere arrivato uno”. E a noi non resta che sognare che il parlamentare Nencini, si metta  a “pedalare “quanto più lontano possibile  da quel che resta del parlamento italiota. Naturalmente insieme a tutti gli altri ( in “gruppo”).

Il che pare possa  convenire alla nazione, come sembra suggerire l’esperienza belga e spagnola , dove per lungo tempo senza governo dei politici attuali,  le faccende economiche – da cui tutto dipende – non sono mai andate così bene.

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