La svolta di Draghi: servono investimenti pubblici. Ma come evitare vengano sperperati? Risponde il Prof. Marsullo

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La crisi economica e sociale che dura ormai da quasi un decennio inizia ad avere i suoi effetti anche sui dogmi liberista dello “stato minimo” e del mercato come soluzione a tutti i problemi. In questa ottica vanno viste le affermazioni di Mario Draghi sulla necessità di far ripartire gli investimenti pubblici per ritornare alla crescita e spezzare il circolo vizioso della crisi. Non che sia una novità, è sostanzialmente la risposta di Keynes alla crisi del 29, (che in molti aspetti ricorda quella attuale), superata solo grazie a enormi investimenti statali (purtroppo all’epoca in larga parte di natura bellica) che hanno riattivato la produzione industriale e, di conseguenza, l’occupazione ed i consumi.

Ma il ritorno ad una stagione di forti investimenti pubblici si scontra con due problemi di natura politica: i trattati europei che hanno messo Keynes “fuorilegge”, vietando investimenti per lo sviluppo in deficit (e prontamente recepiti dall’Italia che ha messo il pareggio di bilancio in costituzione), e la tendenza nel nostro paese a dilapidare i soldi pubblici in progetti inutili e costosi, con un ottica clientelare.  O ad aumentarne esponenzialmente i costi per  una diffusa corruzione.  Come evitare questi rischi? Lo abbiamo chiesto a Luigi Marsullo, Valutatore della Commissione Europea e del Governo Italiano, tra i maggiori esperti nel campo della valutazione tecnica dei progetti pubblici per garantire trasparenza ed efficienza.

 

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