La sciocca antieconomicità delle “quote rosa” e la deriva del femminismo

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Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

 

Divenuta recentemente legge dello Stato,  questa bestemmia concettuale fissa,  in base a una qualche divinazione,  la percentuale spettante al sesso femminile in organismi rappresentativi e decisionali che vanno ben oltre la sfera di competenza del settore pubblico dove la sua cogenza – ancorché priva di un qualche fondamento razionale  e ispirata a un dirigismo  assolutamente illiberale – poteva trovare albergo alla luce del più bieco calcolo politico teso alla conquista del voto “femminile” che rappresenta la maggioranza dell’elettorato. Così  <<La Stampa>> di Torino  ha riassunto la portata di questa novità legislativa:

 […]La legge bipartisan approvata dal Parlamento prescrive che a partire dal 2012 i Cda delle aziende quotate e delle società a partecipazione pubblica dovranno essere composti per un quinto da donne. Dal 2015 la quota rosa dovrà salire a un terzo.

Cosa succederà alle aziende che non si adeguano?
È prevista anzitutto una diffida da parte dell’autorità di controllo della Borsa, la Consob, che inviterà le aziende a ridisegnare il Cda per adeguarsi alla legge. Se non accadrà nulla scatteranno le multe: da 100mila euro a 1 milione per i Cda e tra 20mila e 200mila euro per i collegi sindacali […]

Si doveva attendere la “genialità” dell’economistico super-Mario Monti, tanto vantato dai suoi ignoranti supporter, per realizzare questa riforma che cozza talmente con la più elementare concezione dell’efficienza economica da far sospettare  il peggio sul patrimonio dottrinale e la coerenza libera-liberista dell’attuale premier e del suo intero “gabinetto” ( si  ha piena comprensione per ogni libera associazione). Gabinetto fondato in modo esplicito e continuamente ripetuto nelle sue esternazioni collettive e individuali sui supposti “miracoli” e la sacralità della libera concorrenza! In verità più un preanalitico abracadabra che un dimostrato principio scientifico,  vista la sua idiosincrasia o inconciliabilità  definitoria con lo sviluppo economico. In nome del quale viene dogmaticamente evocato.  Ciò la abbiamo dimostrato e opposto persino al Nobel Stiglitz e non già per una nostra originalità ma rimandando al tanto osannato quanto sconosciuto Joseph Alois Schumpeter ( noto terrorista bolscevico) che con  stringente coerenza affidava all’innovazione e a un surplus destinabile a nuovi investimenti netti aggiuntivi  ( in cui esclusivamente consiste) la quintessenza della  dinamica del capitalismo,  altrimenti rimanendo  impantanati nell’asfittica statica del moto perpetuo  battezzato “flusso circolare del reddito”. Dunque innovazione e surplus: la prima ex definizione coincide con una offerta monopolistica e il surplus è  a sua volta   ex definizione annullato dalla libera concorrenza  in presenza di tecniche date e costanti, cioè in assenza di innovazioni.  Quod Erat Demostrandum! Insieme alla nostra personale aggiunta,  che ha dimostrato la esigenza di una gestione in qualche modo socialmente  pianificata nel tempo e nelle sue estrinsecazioni di pubblica rilevanza  delle innovazioni,  ancorché privatamente realizzata: onde evitare   da un lato: 

a)      lo spreco di risorse dovute a un  succedersi disordinato  ( com’è nella logica di mercato) delle  innovazioni, ovvero da un eccesso di libera concorrenza che in proporzione annullerebbe ogni potenzialità di sviluppo economico ( e non “crescita”,  che per Schumpeter  rappresenta un Idem a diverse scale ) legato alle innovazioni stesse. Che pertanto si estrinsecherebbero in modo  economicamente malefico in relazione al fenomeno della tanto auspicabile dinamica economica. E da altro lato,

b)      che l’innovatore in quanto monopolista trasformi l’extra profitto in pura e parassitica rendita,   tradendo la sua missione storico-sociale quale imprenditore trasformandosi in rentier.

Vediamo subito in cosa consista il corto-circuito montiano e dell’intero milieu politico-tecnico(?) da cui discende la sua investitura, corto-circuito  di cui qui si intende trattare.

 Fissare in una data  prefissata quota la presenza femminile lì dove la legge ora prevede,  solo e soltanto per caso può far coincidere l’equità intergenere con la più efficiente allocazione delle risorse; nel caso,  mettere la persona giusta al posto giusto! Il caso generale sarà ben al contrario quello che vede un tale “premio”  al genere delle donne approssimato per eccesso o per DIFETTO. E sul “difetto” vorrei attirare la riflessione delle femministe da strapazzo che si sono identificate nel supportare e far  approvare  vantandosene e beandosene queste famigerate “quote rosa”. Insomma avremo:  o incompetenti che creano guai e  guasti “economici”  in nome della falsa affermazione di un giusto anelito e diritto all’equità ( caso di eccesso rispetto alle capacità delle “promosse”),  o preziose risorse sottoutilizzate,  nel caso la quota rosa sia inferiore a chi  ha merito e giusta aspirazione a miglioramenti  e “realizzazione” personale ( achievement).

 A questo punto si dirà, ma allora caro  mio,  che pure hai combattuto ai suoi tempi per “ l’altra metà del cielo”, come la mettiamo a coerenza,  almeno quella storica? Vuoi negare che questa legge interviene sul dominio maschile e il maschilismo che pervade la vita del Bel Paese? La risposta è semplice: ciò che va ottenuto riguarda,  anche in questo caso,  nulla più e nulla meno di quanto prevede la nostra Costituzione: la applicazione  e realizzazione di condizioni per tutti i cittadini italiani di “pari opportunità” . Il permanere di un Ministero o di un suo ramo dedicato alle” pari opportunità” dovrebbe infatti scomparire per decenza logica,  data la sua coestensione logico-temporale con la lungamente auspicata e infine ottenuta legge sulle “quote rosa”. La quale  è lungi dal rappresentare una vittoria parziale persino in  termini di equità. Perché non proteggere tutte le “diversità” socialmente penalizzanti? I grassi e  i magri,  gli albini e i bruni, gli alti e bassi, i meridionali e settentrionali, i colti e gli incolti gli omosessuali e gli eterosessuali ( per non dire dello stallo della legge dinanzi a “terzi sessi”), i cristiani e i mussulmani, credenti e non credenti, ecc? Non si arriva così fatalmente ai bianchi e ai negri,  agli ebrei e agli ariani, per non dire di quell’altra assurda e subdola divisione patrocinata dall’alto del potere,  che applica il vecchio divide et impera, mettendo i vecchi contro i giovani e persino i padri contro i figli in materia di salari e pensioni?   E poi,  ben  prima di una ricercata  equità tra maschi e femmine,  non v’è quella superiore e più universale che colpisce entrambi i sessi  e che  va più  in profondità (comprendendola in termini di equità) senza le  limitazioni quantitative delle “quote rosa”, quella tra  ricchi e poveri? Matematicamente l’insieme dei “poveri” comprende in termini  socio economicamente equitativi  quello delle “donne”, visto che la differenza di sesso in sé  non offende nessuno e non grida alcuna vendetta se non nel senso regressivo di ogni dualismo di natura  o del tipo sopra esemplificato.

Ma al di là della illusoria dimensione delle “leggi” abbiamo per tempo,  sin dal 2008,  sviluppato una teoria economica che coniuga in modo individualmente e socialmente efficiente  equità intergenere e ottima allocazione delle risorse. Naturalmente nella più totale indifferenza delle autorità costituite,  nonostante la proposta di politica economica in cui la nostra proposta teorica consiste fosse e sia  praticamente a costo zero. Sulla scia della harvardiana tradizione legata alla teoria della X-Efficiency di Harvey Leibenstein, opportunamente  radicalmente rivisitata , abbiamo infatti formalizzato la teoria della  W-Efficiency e della Y-Efficiency  ( W per women e Y per youth). Nel pieno della crisi attuale dovevamo anche enunciarla in occasione di  un convegno,  e quindi di  un  “attentissimo” (?) consesso,  internazionale incentrato sui “problemi del lavoro”: non ci fu tempo (sic!) per esigenze come dire  “superiori” nell’ex “Bel Paese”:   la “caduta degli zuccheri”,   e poi,  la “pasta era cotta”!

 

PS

In Norvergia qualche tempo fa un primo ministro donna ha dovuto affidare a una apposita commissione il riequilibrio a favore dei maschi  di una legge analoga a quella italiana delle “quote rosa”, ciò  a causa dei  danni economici  e sociali di una (malintesa ) legislazione  ispirata alla logica delle “riserve indiane” o alla conservazione di una “specie in via di estinzione”.  In realtà una tale commissione dovrebbe essere permanente ancorché votata al perenne insuccesso,  dovendo ogni momento calcolare l’incalcolabile: sfuggendo a ogni rilevazione quantitativa il “danno equitativo” intergenere,   per analogia all’impossibilità  e al naufragio del calcolo dell’ “ottima/massima soddisfazione sociale”, come sta a indicare il  fallimento della “Economia del Benessere”. Che   si porta dietro inevitabilmente quella del femminismo da stadio o per decreto.

 

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