Inflazione: obiettivo desiderato? Cose da pazzi !

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Nei manuali di Politica Economica, mai messi al bando dalla comunità “scientifica”, intere generazioni  di studenti universitari  hanno potuto leggere  e possono ancora leggere che i principali e inamovibili obiettivi di quella disciplina ovvero della sua pratica applicazione: insieme alla piena occupazione e all’equilibrio dei conti con l’estero, v’è la stabilità del livello ( generale) dei prezzi.

La ragione  di un tale ultimo  obiettivo risiedendo in uno dei pochi principi accettato con consenso unanime, e scaturente dalla più antica pratica politica recepita tra i fondamenti della Scienza delle Finanze. Dove sempre è dato leggere che l’inflazione è l’unica imposta inevadibile e inaggirabile, a meno di non astenersi dal consumo cioè dalla sopravvivenza.

 Altra nozione basilare della predetta Scienza delle Finanze è quella che individua, senza possibile equivoco, un effetto redistributivo dell’inflazione: danno esclusivo per i percettori di “redditi fissi” ( salari, stipendi, pensioni, creditori, etc) traslato a tutto favore dei percettori di redditi “variabili”e  dei “debitori,” ovvero dei soggetti economici che in una economia di mercato “fanno i prezzi” e/o che sono indebitati. Tra i più rilevanti debitori che beneficiano dell’inflazione sono  evidentemente da annoverare gli Stati con debito pubblico e in costante deficit di bilancio.

Sempre dai testi  scientifici in argomento è dato apprendere anche il carattere regressivo con cui l’inflazione, in quanto imposta indiretta, colpisce i contribuenti. Infatti essa è tanto più gravosa quanto minore è il reddito disponibile del cittadino. Infatti i consumi di chi è più ricco rappresentano una quota minore  del loro reddito rispetto a chi è meno abbiente, potendo in questo caso avvicinarsi se non eguagliare  il suo reddito o  addirittura eccederlo nel caso di conclamata povertà. Tecnicamente questo si esprime in funzione delle diverse propensioni al consumo  per classi di reddito, che tanto per  non essere pedanti,  permettono di affermare che dell’inflazione un “ricco” può “farsene un baffo”, mentre per i meno fortunati può essere un evento drammaticamente negativo.

Sempre nella letteratura su ricordata, la soglia massima della “patologia” inflazione richiedente interventi di politica economica antinflattivi  viene indicata nel 2%. Una sorta di resa dinanzi al fenomeno dell’ “aumento secolare dei prezzi”, sulle cui cause dopo innumerevoli e inefficaci tentativi  la “scienza economica” ( insieme a tanti, troppi altri arcani che la riguardano) ha alzato “bandiera bianca”, cessando di interrogarsi.

Quest’ultima soglia critica dell’inflazione  conserva  il suo originario significato ortodosso come parte integrante la “missione”statutaria della BCE.  Misura ortodossa che però ha subito uno stravolgimento sotto la presidenza di Draghi, che l’ha trasformata da vincolo da non superare, comunque in quanto fenomeno negativo, in obiettivo desiderato ( insomma da malattia in pozione magica) della sua politica monetaria: il quantitative easing (qe).

 

 Per chi  avesse dubbi sulla natura filocapitalistica e avversa agli interessi del mondo dei lavoratori  del complessivo combinato disposto rappresentato dalla UE e dai suoi organi di comando, non dovrebbero adesso esserci problemi  specie nel caso di elementare  interpretazione  della natura antipopolare del qe.

 

 Ma a parte quanto abbiamo visto, c’è qualcosa di più fondamentale e preoccupante nella “filosofia” di tale strategia monetaria. Un autentico e da tutti taciuto, siderale,  voluto,  conflitto d’interessi, oppure una scandalosa dimostrazione di ignoranza. E nel peggiore dei casi un mix malefico di entrambe le cose.

 

Lo strumento “scientifico” del banchiere centrale europeo in attuazione del qe  non può che essere la famigerata “Teoria quantitativa della Moneta” (TQ), che lega all’aumento della massa monetaria circolante l’aumento del livello generale dei prezzi  ( in base alla  nota equazione di Hume, PQ = vM, letta funzionalmente da destra verso sinistra). Ma a parte la dimostrata ( dal sottoscritto) totale infondatezza della TQ, questa comunque vuole che il predetto effetto di M su P si verifichi solo e soltanto se Q è un valore corrispondente alla piena occupazione delle risorse. Se  questa circostanza non è soddisfatta, come è  nel caso  eclatante della lunga crisi in atto da un decennio, questa  trasfusione di moneta aggiuntiva non avendo effetti di universale e generale  circolazione nel sistema economico, li avrà concentrati e parziali sui primi percettori della nuova immissione  di circolante. Nel caso, e per la stragrande maggior parte, il sistema bancario-creditizio della UE: cioè  gli azionisti in ultima istanza della BCE, attraverso le  privatizzate Banche Centrali dei singoli Stati della UE, i cui azionisti sono appunto i rispettivi sistemi bancario-creditizi!

 

Se è del tutto  evidente che le banche e gli istituti di credito risentano pesantemente delle crisi cicliche, subendo giocoforza l’inesigibilità dei propri prestiti verso le imprese che costellano l’economia reale che delle crisi sono le  prime vittime, non riuscendo a vendere i loro prodotti per la caduta generale della domanda, altrettanto banale è il considerare del tutto destituito di ogni fondamento logico-economico finanziare o appianare i bilanci del sistema bancario-creditizio con pratiche del tipo qe per suscitare l’uscita dalla crisi.

 

Altro principio stranoto della pur derelitta e scientificamente impotente teoria economica è infatti la metafora del cavallo e dell’acqua: quando il panorama è quello di una prolungata crisi e successiva sostanziale stagnazione è inutile rifornire  di acqua ( offerta di moneta) gli abbeveratoi ( le banche) se il cavallo ( la domanda globale e principalmente le imprese in crisi, non bevono. Pur avendo sete. Sete  che il sistema creditizio fa ben il suo mestiere non dissetando i suoi insolventi disidratati clienti.

D’altronde sempre sui “sacri( per molta  parva materia) testi” il sistema bancario-creditizio si definisce mero intermediario tra operatori economici del sistema reale, ovvero tra i risparmi degli uni che finanziano gli investimenti degli altri. Che senso ha dunque fornire sangue agli ospedali nella speranza che aumentino così i  richiedenti di trasfusione e i donatori del sangue stesso nel mentre languono i loro numeri per cause reali e non “ematologiche”?

 

Non meno grave, anche se in linea con il loro carattere geneticamente certificato di laudatores temporis acti , è il silenzio degli economisti(ci) dinanzi a una manifestazione così conclamata di impazzimento della ragione agli ordini di un sistema economico-politico sempre più reazionario quanto più  strombazzante i pregi della “democrazia” attraverso il sistema sempre più inquinato e ingannevole  del “cretinismo parlamentare”. Per non dire di giornali, radiogiornali e telegiornali che annunciano con tono trionfale la ripresa dell’inflazione ( guarda caso insieme alla stagnazione dei consumi).

D’altronde, non fanno altrettanto seminando falsità del tipo che “l’Italia è ormai fuori dalla crisi” nel mentre, come abbiamo dimostrato per tabulas,  è in modo  preoccupante “in via di sottosviluppo”?  Danno e beffa nel caso del ributtante  “servizio pubblico” (?) RAI, dove per genialata del  “sinistro” Renzi, come nel caso dell’inflazione, il pagamento del canone è stato reso inevadibile agganciandone il pagamento alla più indispensabile fonte di vita e sopravvivenza: l’energia elettrica!

 

Le parole sono esaurite e obsolete nel rendere il senso di angoscia e terrore civile  nell’assistere impotenti  non già al “tramonto della ragione” quanto al trionfo del mediocre  e mefitico impazzimento:  per la scomparsa dello stampo  con cui, in ben altri momenti, gli intellettuali, con Erasmo e il “Pardo” potevano divinizzare la “sana follia” come matrice di genialità.

 

 

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