Fazio: l’economia italiana sta andando alla deriva e sprofonda lentamente

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di Giorgio Vitangeli

 

 

 

 

 

“Stiamo andando alla deriva. Bisogna reagire. Occorre un salto di qualita’ nella politica”.

Altro che ripresa ormai avviata, dunque. Antonio Fazio, gia’ governatore della Banca d’Italia, non usa  certo il linguaggio sfumato della diplomazia per dire quel  che pensa dell’attuale situazione economica dell’Italia.

E neppure lo trattiene il  clima di campagna  elettorale in cui ormai siamo entrati , e la facile previsione che le sue parole possano essere strumentalizzate.   Ma ormai, divenuto  un privato cittadino, senza alcun ruolo  istituzionale ( son tornato a studiare, dice di sé  sorridendo…io volevo fare il professore ),  può permettersi  il lusso di dire pane al pane.

L’occasione è stata un incontro a Roma, alla “Biblioteca Angelica di Piazza Sant’Agostino, promosso dalla “Fondazione Formiche” sul tema “Il sistema bancario italiano  nell’eurozona e nella Ue: il rapporto con l’economia reale”

Ma Fazio, più che parlare di banche,  fa una lezione di economia e di storia economica, togliendosi anche qualche sassolino dalla scarpa. Una lezione su cui la classe politica, farebbe bene a riflettere, se ne ha ancora la capacita’..

Parte da lontano, dalla crisi del 1929, quando l’economia degli Stati Uniti precipitò di un 50%  in termini monetari, e del 30% in termini reali, ma grazie  al programma di investimenti e di lavori messo in atto da Roosevelt  con la “Tennessee Valley  Authority” ed alla svalutazione del dollaro rispetto all’oro (da 20 a 35 dollari per oncia), dopo cinque anni, nel 1934, gli USA erano gia’ fuori dalla recessione. L’Italia invece, per ragioni di prestigio e per difendere la stabilita’ dei prezzi, non svalutò e si aggrappo’ alla famosa “quota novanta”,  insistendo  anche dopo la svalutazione della sterlina.

“Bisogna guardare sì alla stabilita’ dei prezzi, ma anche all’attivita’ economica ed all’occupazione”. Fazio non dice altro, ma par quasi di cogliere in quella rievocazione ed in questa considerazione un implicito suggerimento più che per la BCE, per i problemi italiani di oggi.  E cioè che una svalutazione (conseguente ad un’uscita dall’eurozona)  più che una tragedia sarebbe un’opportunita’ di ripresa per l’economia e per l’occupazione, che esse sì sono la vera tragedia dell’Italia di oggi.

“La crisi del lavoro è una crisi della democrazia”, egli avverte. Tre parole in tutto, ma pesanti come macigni. Ricorda che il diritto al lavoro è sancito dalla nostra Costituzione , ma aggiunge tra l’amaro ed il sarcastico, ”non costituisce  ora un oggetto di grande attenzione”. Nel 1945  alla Costituente non c’era accordo sui primi articoli. “Cosa direbbero,  di fronte a un tasso di disoccupazione giovanile quasi al 20% nel 2008 ed ora salito al 35%”?

Ed anche su questo tema della disoccupazione, Fazio parte da lontano. Ricorda infatti che attorno agli anni ’40 in Italia il 50% degli occupati era ancora in agricoltura. Una quota largamente eccessiva, risultato della mancanza di lavoro negli altri settori. Accenna poi allo studio nel 1944 di Lord Beveridge  sulla piena occupazione ( non a caso tradotto in Italia da Paolo Baffi) ed all’impegno che nell’Italia distrutta del dopoguerra fu dedicato al tema drammatico e prioritario dell’occupazione, coi Cantieri di lavoro, le opere di rimboschimento, le strade, poi il Piano Case, la Cassa del Mezzogiorno, e l’Autostrada del Sole, opera ciclopica. Cita anche  il saggio-denuncia di La Pira ( 1950) su “L’ attesa della povera gente”, che suscitò allora  non poche polemiche anche in seno al governo, perché La Pira poneva  il problema della disoccupazione prima di ogni altro e polemizzava  contro le “ragioni scientifiche di pretese leggi  economiche” e contro la politica del “laissez faire”  cioè “una  contemplazione del sistema economico e dei suoi fenomeni di automatico assestamento; automatismo smentito da un secolo di storia economica”. Sosteneva anche, La Pira, che quando c’è disoccupazione, il risparmio necessario viene dalla nuova occupazione.

E cita ancora Fazio il presidente degli Stati Uniti Kennedy, che quando nel 1962 legge una serie di articoli sulla poverta’ negli Usa, ordina immediatamente ai suoi collaboratori: “bisogna aggredire la poverta’”.

L’ex governatore non fa commenti: il suo stile è asciutto. Ma tutti capiscono che non parla del passato: parla del presente.

Dai problemi della disoccupazione e della poverta’ a quello dell’euro, ed il nesso è evidente, nei numeri.

Prima di esporli, quei numeri, ordinati in tabelle che parlano da sole, l’ex governatore, come abbiamo detto, si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Ricorda cioè – anche se la cosa era risaputa- che lui fu contrario all’entrata dell’Italia nell’euro:  “Io dicevo: non dobbiamo entrare, o almeno dobbiamo ritardare la nostra entrata”. Oltretutto  l’Italia ed il Belgio non avevano i requisiti, per il  loro debito pubblico eccessivo. “Ci fecero entrare lo stesso. Chiaramente fu una decisione politica”.

Dicevano: “Stabilita la camicia di forza del cambio , il resto si aggiustera’”. 

“Ma si tratta di vedere come ci resteremo, io obbiettavo. Non vi saranno  terremoti per l’Italia, ma un incessante bradisismo, cioè un lento sprofondare”.

Ed eccole  alcune delle cifre del bradisismo italiano dal 2000 al 2013.  Il costo del lavoro per unita’ di prodotto è aumentato in Italia del 9,9%; in Germania, nostro principale competitor, dell’1,7. E nel primo semestre del 2014 in Italia è cresciuto del 5,5%; in Germania è diminuito del 4,3.

La produzione industriale:  fatto 100 per Italia e Germania quella del 2000 , nel 2017 l’Italia è scesa ad 81,5, la Germania è salita a quota 133. La differenza ha superato i 50 punti.

Il prodotto interno lordo dal 2005 al 2017 in Italia è diminuito del 2,3%; nel resto d’Europa è salito del 13,8.

Gli investimenti produttivi in Italia sono diminuiti del 18%, nel resto d’Europa sono aumentati del 26.

Le nostre esportazioni sono aumentate del 30%,  ma quelle del resto d’Europa sono cresciute del 57%, cioè quasi il doppio.

Se all’interno di un’area un Paese ha sempre un surplus,  crea deflazione, ricorda ancora Fazio. L’allusione alla Germania è esplicita. “E con quel surplus cosa ci fanno? Ci comprano anche le nostre imprese”.

A Bruxelles bisogna imparare a dire di no, osserva il prof. Di Taranto, della Luiss. Qualcuno è ancora più esplicito: l’Italia a Bruxelles conta poco, e l’Europa ha maramaldeggiato.

In sostanza: “l’euro è sbagliato per come è stato concepito, ed è amministrato in maniera per noi disastrosa”.

La verita’ è che ci siamo fatti male anche da soli. Fazio cita alcune delle scelte politiche ed amministrative che hanno avuto, a suo giudizio,  conseguenze per noi pesantemente negative: l’aver trasferito alla Commissione di Bruxelles poteri che dovevano restare ai Capi di Stato; aver  concentrato tutte le imprese pubbliche nel Ministero delle Partecipazioni Statali;  non aver diviso il Ministero dell’economia e del Bilancio da quello del Tesoro (il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro, ovviamente, non sta a lui ricordarlo…)..

Ma torna poi ai problemi del presente che più lo angosciano:  il mancato sviluppo, la disoccupazione, i dati impressionanti sulla poverta’ che cresce.

“Nella campagna elettorale tutti promettono doni, ma nessuno ha presentato un piano di politica economica, tranne forse i grillini, ma io non lo sottoscriverei. Occorre un salto di qualita’ nella politica. Non possiamo andare avanti con progressi dello 0 virgola qualcosa, o dell’uno per cento. Bisogna reagire. Occorre investire. Un grande piano di lavori pubblici si ripagherebbe  da solo”.

Un lungo, interminabile, applauso  accoglie le ultime parole dell’ex governatore, e tutti gli si fanno attorno per congratularsi, per salutarlo, per stringergli la mano.

Fazio si opponeva all’ingresso precipitoso dell’Italia nell’euro. Temeva che con l’indebolimento progressivo della nostra economia nell’eurozona  altri avrebbero comprato le  nostre industrie  strategiche. Cercò di alzare una barriera contro i rischi di una colonizzazione del nostro sistema bancario.

 Vien da pensare che le vicissitudini giudiziarie che poi ha dovuto affrontare, le dimissioni cui è stato costretto, nascano da ciò, e che qualche sua imprudenza,  qualche sbaglio nel giudicar  persone, siano state solo l’occasione ed il pretesto.

 

Giorgio Vitangeli

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