Etica e business: un binomio plurisecolare in continua evoluzione

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Etica e business sono un binomio di successo da oltre 240 anni. Risale, infatti, al 1776 la pubblicazione del primo trattato di politica economica dello scozzese Adam Smith “Ricerca sopra la natura e la causa della ricchezza delle nazioni“; un ‘opera, che faceva seguito all’altra, probabilmente meno nota, di 17 anni prima, “Teoria dei sentimenti morali”, dove venivano comunque poste le basi di riflessioni di natura etica accolte successivamente nel trattato.
Un esempio, peraltro non isolato come si vedrà in seguito, ma soprattutto destinato a tracciare un percorso ultra bisecolare su cui si sono incamminate ed esercitate generazioni di economisti di scuole diverse, fornendo spunti originali che traggono linfa vitale dai contesti storici in cui vengono configurati. Un percorso che sta segnando anche in questo scorcio di secolo delle tappe particolarmente significative e che sembra foriero di ulteriori interessanti sviluppi, sia teorici che pratici.
Ne è stata una valida conferma il dibattito svoltosi recentemente all’Università di Tor Vergata a Roma in occasione della presentazione del libro di Emiliano Di Carlo, Ordinario di Economia Aziendale, “Interesse primario dell’azienda come principio guida e bene comune “.

Emiliano Di Carlo

Un dibattito che ha costituito l’occasione per fare il punto della situazione sugli aspetti innovativi, oltreché su quelli tradizionali, investigati dal mondo accademico in nome di questo binomio e anche per coglierne alcuni aspetti applicativi grazie al contributo offerto da esperti di diversa estrazione professionale.
Francesco Ranalli, Ordinario di Ragioneria, nella sua relazione di base ha tracciato in modo sapiente le linee guida delle diverse teorie elaborate sul versante dell’impresa, quale bene economico di cui beneficiano diverse categorie di soggetti economici e non solo, soffermandosi sulla formula della creazione del valore condiviso, utile a trovare risposte esaurienti agli interrogativi che si moltiplicano in tema di una corretta collocazione dell’impresa nella società civile. Aspetto centrale di queste considerazioni è, infatti,

Francesco Ranalli

“l’interrelazione tra le varie attività svolte dall’azienda e tra queste e l’ambiente in cui vive ed opera in ottica dinamica e in funzione del suo finalismo … l’azienda è un sistema aperto che vive in un continuo rapporto dialettico con l’ambiente di cui è parte complementare“

Anche Giovanni Tria, neo Ministro dell’Economia e Ordinario di Economia Politica, intervenuto nella sua qualità di Preside della Facoltà di Economia, ha posto in evidenza alcuni aspetti problematici scaturenti da questo binomio, sottolineando che

“il mercato non è sempre in grado di certificare in assoluto l’utilità sociale di un’impresa per quanto essa possa funzionare bene”

Giovanni Tria

Basti, infatti, ricordare alcuni esempi citati da Tria. Ecco, allora, l’Ilva di Taranto che, pur garantendo lavoro e occupazione, incide negativamente sulla qualità dell’ambiente in cui è insediata e sulla salute dei residenti in quel territorio. O, anche, come valutare il pericolo potenziale legato alla creazione di nuovi uffici della Pubblica Amministrazione, sicuramente utili per lo smaltimento di pratiche burocratiche inevase, ma successivamente visti come elementi di appesantimento e di inefficienza, se una volta adempiuto il compito transitoriamente assegnato, non viene previsto un’adeguata riconversione professionale delle risorse umane impiegate ? O, infine, che dire delle stesse imprese della criminalità economica, sicuramente in grado di produrre ricchezza e occupazione, ma di cui risulta impossibile parlare positivamente in termini di utilità sociale ?
Interrogativi e complessità che confermano la necessità di stabilire schemi interpretativi utili a fare luce in questa materia, così come avviene nel libro di Di Carlo. Lo ricorda lo stesso autore, quando rimarca che nel suo libro

“si fa un uso estensivo del termine impresa includendo anche la pubblica amministrazione e la complessa galassia del terzo settore“ e identifica “le connotazioni tipiche dell’impresa nei tre caratteri di sistematicità , autonomia decisionale ed economicità “

Altro concetto investigato da Di Carlo nel suo libro nel segno del binomio etica business è quello dell’ interesse primario dell’azienda che risponde al perché della sua esistenza e comprende due elementi interdipendenti:

”il pieno soddisfacimento dei bisogni attraverso la produzione di beni e servizi utili; e la creazione di sviluppo sostenibile, condizione di sopravvivenza e sviluppo“

Quanto al concetto di bene comune significa un bene di tutti i membri della collettività e che può essere da tutti condiviso. Altro aspetto rilevante è la definizione del livello ottimale di interesse primario dell’azienda da cui consegue la crucialità della mediazione imparziale svolta dalla governance aziendale. Profilo quest’ultimo di particolare importanza – conclude Di Carlo –

“in quelle ipotesi di partenariato pubblico privato in cui i membri del board siano espressione delle parti in gioco e si arrivi ad una composizione in grado di garantire equilibrio nell’interesse aziendale“

Il libro – conferma Ranalli – è un’opera in linea con i tempi, come dimostra ad esempio un recente articolo apparso sulla Rivista Harvard Business Review , a conferma della rinnovata sensibilità maturata anche oltre Atlantico su questo tema del rapporto etica business. In un’ottica strumentale di salvataggio del capitalismo si riafferma, pertanto,

“il rafforzamento del ruolo dell’impresa e la sua sovraordinazione rispetto agli interessi dei vari partecipanti, compresi quelli degli azionisti, aprendo la strada alla ricerca di un’appropriata giustificazione teorica di questa proposta “

Ma se in questo modo si lascia intendere che il binomio etica business ha ancora un lungo cammino da percorrere anche nella società contemporanea, non meno importante è ricordare alcuni degli attuali aspetti applicativi puntualmente emersi nel dibattito .
Cominciando da Renato Finocchi Ghersi, Avvocato Generale della Corte di Cassazione, che parte dalla definizione di interesse primario dell’azienda per qualificarla come

Renato Finocchi Ghersi

“una sfida alle concezioni del giurista tradizionale, abituato alla netta distinzione tra imprese, pubblica amministrazione e terzo settore “

Si tratta di mondi apparentemente separati che, invece, sollecitano nel giurista meno tradizionale e, quindi più aperto alle innovazioni

“una lettura che tenga conto dell’ibridazione del diritto pubblico e del diritto privato specie per quanto concerne la disciplina delle imprese“. L’attenzione si sposta allora sul progressivo processo di privatizzazione intrapreso dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso “ con un impatto organizzativo certamente non trascurabile “

Chi pensasse sulla base di queste considerazioni di trovarsi di fronte a un mero esercizio di astrazione giuridica , verrebbe immediatamente smentito dall’esempio di quelle società in cui occorre conciliare la proprietà pubblica con la gestione privatistica , le società di diritto speciale

“pressoché interamente disciplinate da norme diverse da quelle previste nel codice civile . Un esempio che ha sollecitato gli sforzi della giurisprudenza per individuare la loro natura pubblica o privata “

Così come sempre legata a tale classificazione risulta

“l’applicazione della normativa europea in materia di appalti, l’esistenza di possibili reati in comportamenti censurabili degli amministratori e la loro responsabilità di tipo contabile “

Altra notazione importante per Finocchi Ghersi è la recente inversione di tendenza nel processo di privatizzazione con una “riconsiderazione dell’interesse strategico nazionale alla presenza in alcuni specifici settori”. E qui il pensiero corre immediatamente agli esempi di Cassa Depositi e Prestiti , Telecom, Alitalia e Ilva .
E, infine, un ulteriore esempio della crucialità nel mondo contemporaneo del bene aziendale e delle sue componenti strutturali al di là dei singoli interessi dei soci o dei manager si coglie per Finocchi Ghersi nella nuova disciplina delle procedure concorsuali , avviata con la legge delega alla fine del 2017, la riforma Rordorf. Un deciso cambio di passo rispetto al passato, a cominciare dalla rimozione del termine fallimento nella sua accezione punitiva e di stigma sociale, inquadrando, invece, l’insolvenza in un’evenienza fisiologica del ciclo d’impresa e configurandola , quindi, come una fase superabile.
Un altro specifico aspetto del binomio etica – business emerge dall’analisi svolta dal Generale della Guardia di Finanza Gaetano Scazzeri, Responsabile del Nucleo Speciale Anticorruzione, con particolare riferimento alle influenze sul governo delle aziende da parte di forze interne ed esterne all’azienda stessa, nell’ottica della patologia del conflitto di interessi con particolare riguardo al settore della Pubblica amministrazione.

Gaetano Scazzeri

L’importanza dei fattori ambientali bene si coglie da un esempio riguardante l’arresto per corruzione di 29 su 30 dei componenti un ufficio della Pubblica Amministrazione. L’indagine era partita dall’arresto per corruzione di un giovane impiegato appena assunto. Alla richiesta del magistrato sul perché un neo laureato alla sua prima esperienza lavorativa ottenuta dopo aver partecipato e vinto un concorso pubblico accettasse tangenti, l’indagato aveva risposto che quel comportamento era diffuso in tutto l’ufficio, che non adeguarsi era impossibile e che se non lo avesse fatto temeva di perdere il posto di lavoro. Tutto ciò era tollerato e condiviso proprio dal vertice della struttura, tanto che chi si opponeva veniva regolarmente isolato e mobbizzato.
Altro aspetto di particolare delicatezza ricordato da Scazzeri sono le norme in materia di trasparenza della Pubblica Amministrazione, che prevedono l’ostensione informativa della dichiarazione di assenza di conflitto di interessi; dichiarazione resa da chi abbia ricevuto una nomina o un incarico, rendendo così possibile l’esercizio del cosiddetto controllo diffuso da parte dei cittadini. Naturalmente ,rimangono aperti, sia il problema di chi e come verifica la veridicità delle dichiarazioni, sia di come impedire concretamente l’insorgere di fenomeni di conflitto d’interesse e, soprattutto, le patologie degenerative della corruzione.

Greta Shullazi

Sul versante della corruzione, come elemento ostativo del perseguimento dell’interesse primario dell’azienda e del bene comune si è soffermata anche Greta Shullazi, una ricercatrice di origine albanese ma laureata in European Economy and Business Law a Tor Vergata, componente del gruppo “Noi contro la corruzione “ .
Un gruppo , che è stato costituto nel 2014 e che ha tra i suoi obiettivi la realizzazione di un prodotto culturale gratuito, un sito web, nella convinzione e nella speranza che la cultura e l’informazione possano accrescere la consapevolezza e la capacità nel modo di agire di ogni individuo per trasformarlo in meglio e renderlo più giusto. Una sfida di particolare valore, soprattutto se si pensa che viene raccolta da esponenti delle nuove generazioni!
Un’iniziativa, dunque, interessante che si inquadra nel più ampio disegno delineato dal Master Anticorruzione (con cui il gruppo “ Noi contro la corruzione “ dialoga costantemente) che si svolge ormai da tre anni sempre a Tor Vergata e di cui è Tutor Daniela Condò, che ribadisce

Daniela Condò

“il ruolo centrale del concetto di bene comune inteso non solo come principio morale, ma come requisito necessario per soddisfare interessi generali e specifici come quelli di un’azienda in un’ottica di lungo periodo”

“ L’obiettivo del bene aziendale “ – aggiunge la Condò – “ si inserisce cosi in quello ben più ampio del bene comune, integrando valori etici e principi economici nell’ottica della creazione di un equilibrio sostenibile tra etica e business”.

Rimane allora da vedere come viene percepito e letto questo binomio nel mondo della finanza , Paolo Grignaschi , Direttore Generale di Federlus , la Federazione di Lazio Umbria e Sardegna delle Banche di Credito Cooperativo, partendo dalla constatazione che

“le banche sono oggi imprese che producono per vendere prodotti ma hanno in realtà le caratteristiche delle aziende di erogazione punta il dito sul ”focus posto sul prodotto che genera problemi e incomprensioni con l’utenza e l’opinione pubblica“

Paolo Grignaschi

E in questa specifica ottica con una punta di legittimo orgoglio si può sostenere che le Banche di Credito Cooperativo risultano avvantaggiate perché “data la loro mission originaria di tutela del risparmio e sviluppo del territorio hanno meno focus sul prodotto e dunque ridotti conflitti tra obiettivo primario e bene comune”. Una lettura interessante , ma che dovrà necessariamente tenere conto – è lo stesso Grignaschi ad avvertirlo – dell’esito di una

“tendenza omologante verso banche dedite alla vendita di prodotti attraverso il modello di banca commerciale e universale che può in prospettiva far affievolire questo vantaggio congenito delle BCC“

E, infine, una lettura sicuramente molto stimolante del binomio etica business viene offerta dalle considerazioni di Augusto Aponte, Funzionario Generale per la Revisione Interna della Banca d’Italia, che innanzitutto ne rivendica orgogliosamente una matrice nazionale , citando le parole del filosofo campano Antonio Genovesi che nelle sue “Lezioni di Commercio ed Economia Civile“ scritte nel biennio1765/67 affermava

Augusto Aponte

“niente è più necessario ad una grande, pronta circolazione dei beni quanto la fede pubblica … perché dove non vi è fede ivi non vi è certezza di contratti né forza nessuna di leggi “

Il valore della fiducia, è, inoltre, posto alla base della creazione della Banca d’Italia, avvenuta dopo l’unificazione italiana per esigenze di semplificazione rispetto ai precedenti 6 istituti di emissione , ma anche per arginare l’impatto devastante del grave scandalo della Banca Romana. E sempre il valore della fiducia – sottolinea Aponte – ritorna nelle parole dell’attuale Governatore della Banca d’Italia , Ignazio Visco, quando parlando della moneta dice :

“per la sua stessa sopravvivenza e l’efficacia della sua funzione nelle transazioni ha necessità di vedere affermato e mantenuto un sufficiente grado di fiducia circa la sua accettabilità e il suo valore futuro. L’azione, le responsabilità e la stessa esistenza delle Banche Centrali si collegano, quindi, alla finalità ultima di sostenere tale fiducia “

Alla fiducia si affiancano la competenza professionale, l’integrità e l’indipendenza, sancita da una norma di rango costituzionale (articolo 130 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea del 2012) per comporre un set di valori che connotano la responsabilità sociale della Banca d’Italia. Ossia, usando parole dello stesso Aponte,

“farsi carico di ciò che la società si attende da un’istituzione per il ruolo che essa svolge … il perseguimento dei fini di interesse generale ad essa demandati è la sua ragione di essere “.

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