BCC di Roma: un modello di banca in sinergia col territorio

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La cardiologia finanziaria esiste. Non è uno scherzo. Abbiamo visto battere da vicino il cuore pulsante di una piccola grande banca, che lavora proprio quasi fosse un muscolo cardiaco, distribuendo con giudizio come credito – fatto raro in questi tempi di crisi – il flusso di denaro che raccoglie sotto forma di risparmio, ai suoi clienti e soci, oltre 33 mila. E abbiamo visto all’opera le sue molecole fondamentali.
I Comitati locali della Banca di Credito Cooperativo di Roma sono organismi diffusi sul territorio, capaci di coglierne le potenzialità di sviluppo, di far convergere sulla banca la responsabilità di dare ad esse prospettiva economica.
Sono composti da imprenditori, lavoratori, giovani, uomini e donne che il 7 aprile scorso al Centro Congressi SGM, si sono incontrati in una convention coordinata da Mauro Pastore, direttore generale della BCC.
Rappresentano una realtà articolata, ideata ormai 20 anni fa dal Presidente della banca Francesco Liberati: ce ne sono 24, coordinati dai direttori delle agenzie bancarie cui fanno riferimento, e svolgono il fondamentale compito di avvicinare le comunità locali, avvertire le esigenze economiche di imprese e famiglie, provare a capire in che modo la banca può dar loro soddisfazione. Con un’azione sociale costante e interventi concreti, oltre la normale attività bancaria.
Essi possono essere tradotti in cifre: in 15 anni i Comitati hanno propiziato 31.800 mila interventi per 25 milioni di euro, ha detto Maurizio Longhi, vicepresidente vicario della BCC. Alla media costante di circa 2 milioni di euro l’anno, hanno sostenuto associazioni culturali nel 34% dei casi, volontariato nell’8%, manifestazioni culturali nel 13,4%, e via elencando, per ottemperare al compito previsto nell’articolo 2 dello Statuto che prevede di operare favorendo i soci e le comunità locali

“Non si deve dimenticare che per ottenere questi risultati è prima indispensabile saper svolgere come si deve l’attività bancaria e raggiungere l’utile d’esercizio”

– ha tenuto a precisare nel suo intervento il Presidente Francesco Liberati, una vita trascorsa in BCC, di cui già nel 1997 era direttore generale – per poter fare fronte a ogni difficoltà: BCC, per dire, ha potuto destinare 26 dei suoi 36 milioni di euro di utili al salvataggio della Banca padovana di credito cooperativo.
Operazione “storica” – ha aggiunto – che ha significato la salvaguardia di 500 posti di lavoro e il rimborso di 27 milioni di euro ai sottoscrittori di crediti subordinati: e anche ultima di una serie di interventi, per un ammontare di circa 500 milioni di euro, effettuati nel periodo di massima crisi bancaria, compreso tra il 2010 e il 2017, decisi per tirare fuori dai guai banche del settore cooperativo. Senza contare che BCC in questo periodo non ha stretto i cordoni del credito”.

“E’ soprattutto il risultato – ha concluso Liberati – di un modo sano di fare banca, propiziato da un’accurata selezione dei soggetti supportati, anche nelle attività di microcredito in cui BCC è ben presente, e poi ancora da una gestione accorta delle risorse, da una rigorosa e costante revisione dei costi, da una policy di beneficenza non ripetitiva, rivelatasi vincente, capace di prevenire le esigenze del territorio e trasformare clienti e soci in testimonial proattivi del marchio”

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Insomma, quando altre banche si limitavano a incamerare la liquidità concessa dalla BCE per premunirsi da possibili default, lasciando imprese e famiglie senza benzina e senza mutui, BCC ha conservato lo spirito originario del 1959, la fiducia reciproca verso i soci, onorandola con un aumento della sua attività creditizia, che ha propiziato un ritorno in termini economici. Bella dimostrazione di efficienza se si fa il confronto con l’esempio delle 4 banche fallite nello stesso periodo.
Tale rapporto con soci e clienti è cresciuto anche grazie all’attenzione che il sistema del credito cooperativo ha dato all’educazione finanziaria, che ne è considerata perno fondamentale. Tanto che la riflessione dei Comitati locali è stata centrata proprio sul tema “L’educazione finanziaria come leva di fiducia e sviluppo”, introdotto da Giuseppe Ghisolfi, presidente della Cassa di Risparmio di Fossano e vicepresidente dell’ACRI, paladino di questa battaglia educativa.

L’educazione finanziaria è interesse delle banche, come anche – ha spiegato – parlare un linguaggio chiaro e trasparente. Il messaggio però potrà essere compreso solo con una base di competenza diffusa: non si può, non diciamo capire, ma neanche leggere un autore russo in lingua originale se non si conoscono i caratteri cirillici. Bisogna cominciare dalle scuole elementari, e procedere fino alle superiori, persino obbligare studenti e insegnanti a superare questa lacuna.

Anche perché la mancata conoscenza dell’argomento si trasforma in incomprensione e fatalmente in diffidenza, pure dove non ce ne sarebbero motivi. Non a caso nell’ultimo periodo sono usciti decine di libri contro le banche. E’ di moda la demonizzazione del settore ma c’è da chiedersi: a chi giova? – ha chiesto Ghisolfi, impegnato fin da quando era vicepresidente dell’ABI in questa missione, indubbiamente meritoria per quanto complicata.
La crisi, ha ricordato, ha messo in difficoltà le banche: peraltro in questi anni ne sono fallite 7 su 520. Ma se ogni giorno chiudono 40 aziende, che non restituiscono i fidi e i cui lavoratori, perso il posto, non rimborsano i mutui, per forza il rischio cresce. Lo sanno bene i banchieri: Ghisolfi ha raccolto in un libro dal titolo “Banchieri” ed edito da Aragno, le storie di 35 di loro, tra cui, unico per il settore cooperativo, quella di Francesco Liberati. In genere, ha detto sono persone serie, preparate, con abnegazione da vendere. Bersagli designati.

Da far riflettere però sulle parole di chiusura di Gabriele Gravina, vicepresidente BCC: nel 1987 per il Gordon Gekko del film Wall Street l’avidità era giusta, nel sequel del 2010 propiziava rovina. Ma essa è abbinata all’individualismo. Nel caso BCC invece il valore base è la socialità, il bene comune: il nostro modo di cambiare non è rivoluzione o riformismo, ma trasformazione. Anche con l’educazione finanziaria. E questo vale sia per l’economia e sia per il modo di fare banca. Promosso.

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