Avviso ai naviganti: c’è il rischio di una nuova tempesta finanziaria

Da parte di analisti e di esperti crescono i segnali di allarme Da parte di analisti e di esperti crescono i segnali di allarme

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di Giorgio Vitangeli

“L’economia mondiale è in ripresa, anzi no: sta per crollare”. Questo era il titolo dell’articolo di fondo del numero di ottobre-dicembre 2017 de “La Finanza”.
Titolo apparentemente paradossale, ma che fotografava fedelmente la situazione. Perché in effetti nell’economia reale si manifestavano segni di ripresa, ma sull’economia finanziaria tornavano ad addensarsi nuvole temporalesche.
Ancor prima del previsto hanno rimbombato i primi tuoni. La Borsa americana infatti all’inizio dell’anno ha cominciato ad arretrare, e brividi di paura son corsi da un lato all’altro dell’Atlantico. Nella seconda decade di marzo, un ulteriore sussulto dalle Borse asiatiche si è trasmesso immediatamente a quelle europee ed agli Stati Uniti. Questa volta a spaventare erano le prospettive dell’economia reale, o meglio, del commercio internazionale, su cui, dopo la decisione del Presidente degli Stati Uniti di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio, pendeva la minaccia di una guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa da un lato e tra Stati Uniti e Cina dall’altro.
A fine maggio la minaccia si è concretizzata: Trump ha fatto scattare i dazi, l’Europa minaccia ritorsioni, e così pure il Messico ed il Canada, anch’essi colpiti dalle misure protezionistiche americane. Altre vertenze si sono aperte tra Europa e Cina. Al G7 di giugno Trump ha ribadito la sua posizione intransigente.
Per quanto riguarda invece i mercati finanziari, paradossalmente sono proprio i segnali di crescita dell’economia, col rischio di tensioni inflazionistiche che inducano le autorità monetarie ad alzare i tassi, ad aver innescato una ondata di timori. Perché se i tassi tornano a salire, la bolla obbligazionaria ed azionaria che si è gonfiata in questi anni per impulso del denaro facile ed a buon mercato, rischia di esplodere. E da tempo, come abbiamo sottolineato qualche mese fa su “La Finanza”, e più recentemente su “lafinanzasulweb” i segnali d’allarme si vanno moltiplicando.
A rischio di ripeterci , ricapitoliamo alcuni di questi segnali.

Le cupe previsioni dell’agenzia di rating cinese

Cominciamo dal disavanzo del Tesoro degli Usa. Qui è l’agenzia di rating cinese Dagong che gia’ a meta’ dicembre ha ridotto ulteriormente il giudizio sul’affidabilità del credito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, con outlook negativo. Ma non è tanto il “downgrading”, cioè il declassamento, che allarma, quanto le motivazioni e le considerazioni che l’hanno accompagnato. Secondo gli analisti cinesi infatti lo sviluppo economico degli Stati Uniti è basato sempre più sul debito, e “riduzioni fiscali massicce (come quelle firmate dal presidente Trump lo scorso dicembre) riducono direttamente le fonti di rimborso del debito del governo federale”.
Già ora, secondo i dati del Congressional Budget Office titoli e pagamento degli interessi consumano più del 60% del bilancio federale. Andando avanti di questo passo, entro 9 anni ne consumerebbero il 100%.
Conclusione: “la solvibilità virtuale del governo federale – notava ancora l’Agenzia di rating cinese- è probabilmente destinata a diventare il detonatore della prossima crisi finanziaria”.
C’è da aggiungere peraltro che i rating dell’Agenzia Dagong al di fuori della Cina sono poco seguiti dai mercati, che guardano invece ai giudizi delle “tre sorelle” occidentali del rating, cioè Moody, Standard&Poor e Fitch, due delle quali continuano a dare ai Buoni del Tesoro Usa la tripla A, cioè il massimo dell’affidabilità. Il che peraltro non tranquillizza del tutto: la davano infatti anche alla Lehman&Brothers fino al giorno prima che fallisse.

Il Quantitative Easing? Benzina sul fuoco

Ma il debito pubblico mondiale, pari nel 2017 a 44,3 trilioni di dollari, di cui più della metà costituita dai debiti pubblici di Stati Uniti e Giappone, è solo i 20% circa dell’immensa montagna del debito mondiale, alta 217 trilioni di dollari, cioè il 327% del “pil” globale.
E se dei debiti pubblici il 7,5% è ormai classificato “spazzatura” e solo il 7% ha un discutibile rating di tripla A, per il debito privato i problemi che cominciano ad emergere sono forse ancor più preoccupanti, ed anche da questo versante i segnali di allarme si stanno moltiplicando.
Il fatto è che per arginare la crisi del 2007 le banche centrali hanno tutte alluvionato il mercato con costanti immissioni di liquidità. Un decennio di denaro abbondantissimo ed a costo irrisorio, di cui le imprese e in alcuni casi anche le famiglie hanno largamente profittato. Ed ora cominciano a profilarsi gli “effetti collaterali” di questa troppa grazia.
“Con il Quantitative Easing le Banche Centrali hanno versato benzina sul fuoco. Nessuno sa cosa accadra’ quando cesserà il Quantitative Easing”, ha dichiarato in un’intervista al Telegraph l’ex economista capo della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali, cioè la banca delle Banche Centrali) William White, secondo cui ora “Le Banche Centrali sono prigioniere di una “trappola del debito”. Non possono mantenere i tassi vicini allo zero perché crescono le pressioni inflazionistiche globali e la bolla finanziaria diventerà
ancor più pericolosa, ma non possono nemmeno aumentarli facilmente perché rischierebbero di far saltare in aria il sistema”.
Più recentemente il famoso sito americano di informazioni e commenti economici Mauldin economics, nel fondo del 17 maggio ha scritto: “Una crisi di liquidità di proporzioni bibliche sta per abbattersi su di noi”.

Le bolle originate dal denaro abbondante ed a tassi bassissimi

Il fatto è che all’inizio dello scorso ottobre le emissioni di debito delle imprese americane con rating elevato avevano superato il trilione di dollari, raggiungendo con tre mesi di anticipo l’ammontare complessivo delle emissioni dell’anno precedente. E l’emissione di titoli speculativi, cioè spazzatura, dei primi tre trimestri aveva già superato del 17% quella complessiva dell’anno prima.
Ma il denaro preso a prestito, ecco il punto, più che in investimenti va in operazioni finanziarie e non raramente è servito per acquistare azioni proprie, gonfiandone il valore. Accanto alla bolla del mercato obbligazionario è così cresciuta la bolla nel mercato azionario. Facile prevedere perciò improvvise cadute. Perché da che mondo è mondo le bolle finiscono non con lo sgonfiarsi lentamente, ma con l’esplodere.
La pensano così anche gli economisti del Centro Studi della Morgan Stanley. In una nota della fine di dicembre scorso, riassunta nel sito del Nasdaq, affermavano infatti senza giri di parole: “I mercati si aspettano una uscita indolore dal Quantitative Easing; noi no”.
Conclusione: il dipartimento di ricerca di Morgan Stanley prevede che tra non molto la tempesta si abbatterà sul mercato dei titoli colpendo sia quelli “spazzatura” che – altrettanto duramente- quelli a rating elevato.

Rischi multipli e grandi incertezze

Anche Liu He, membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e da anni il principale consigliere economico del presidente Xi Jinping, parlando al Forum di Davos, ha accennato ai pericoli che incombono su un ordinato sviluppo dell’economia mondiale: “Si profilano – ha affermato- rischi multipli e considerevoli incertezze sotto forma di debito elevato, di bolle azionarie, del protezionismo e dell’escalation di punti caldi globali e regionali”.
Il pericolo di un ritorno al protezionismo in una certa misura si è già concretizzato col braccio di ferro sui dazi tra Stati Uniti da un lato e Cina ed Europa dall’altro. Quanto invece ai “punti caldi” non si tratta solo della Siria, dell’Ucraina, del fondamentalismo islamico in Oriente ed in Africa o della Corea del Nord. Quest’ultimo punto di scontro, che ha tenuto a lungo col fiato sospeso, pare ora raffreddarsi, con l’incontro previsto a Singapore tra il premier nordcoreano e il presidente americano Trump. Ma per un conflitto che potrebbe risolversi, altri se ne rinfocolano: tra gli Stati Uniti e l’Iran, dopo l’uscita del presidente Trump dall’accordo sul nucleare, tra Stati Uniti e Palestina, dopo il trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata americana in Israele; tra i palestinesi ed Israele, e tra Israele e l’Iran.
Anche i rapporti tra Stati Uniti e Russia, che distesi non sono mai stati (vedi le pressioni americane sull’Europa per sanzioni sempre più dure alla Russia) sembrava che nei primi mesi di quest’anno stessero tornando gelidi, da guerra fredda.
Forse è solo una sceneggiata. Trump ha voluto mostrare che non è vero che è amico di Putin. Ed una sceneggiata è stato forse anche il bombardamento con un centinaio di missili alla Siria da parte di Stati Uniti, Inghilterra e Francia, come rappresaglia per un presunto uso di armi chimiche contro i ribelli da parte del regime siriano. Sembra evidente che di fare sul serio guerre, anche solo “regionali”, il presidente degli Stati Uniti non abbia alcun desiderio.
Ma sembrerebbe che a Londra qualcuno invece soffi sul fuoco. Xi Jinping ha ragione: rischi multipli e notevoli incertezze caratterizzano ancora lo scenario globale.

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