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E se a far crollare l’euro fosse proprio la Germania?

Secondo la “vulgata” che ormai da anni ci viene predicata, sono i Paesi mediterranei ed in particolare l’Italia a mettere a rischio la sopravvivenza dell’euro. Paesi mediterranei che, con squisita gentilezza, vengono indicati dai Paesi nordici con la sigla PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), che in inglese vuol dire “porci”.
Già la Grecia, sull’orlo del default, ha dovuto “generosamente” essere salvata dalla Troika (BCE, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale). Ma in realtà ad essere salvate sono state le banche creditrici francesi e tedesche, mentre al popolo greco è stata imposta la medicina “lacrime e sangue” di un’austerità selvaggia. Medicina, detto per inciso, che alcuni, a Brtuxelles e dintorni, pensano che prima o poi dovrà essere imposta anche all’Italia, magari usando a tale scopo il MES, cioè il Fondo “Salva Stati”, che la cancelliera Merkel esorta l’Italia ad utilizzare.
Paradossalmente però ora è proprio la Germania che rischia di dare un colpo mortale alla Banca Centrale Europea, e quindi all’eurosistema.
Il “siluro” alla BCE è esploso il 6 maggio scorso, con una sentenza della Corte Costituzionale tedesca riguardo agli acquisti da parte della BCE di titoli di Stato dei Paesi aderenti all’Unione: il famoso “bazooka” ideato e usato da Mario Draghi per contrastare con iniezioni monetarie, le turbolenze finanziare ed economiche all’interno dell’Unione.
La Corte di Giustizia Europea , con una sua sentenza dell’11 dicembre 2018 aveva ritenuto che quegli acquisti non superassero il mandato attribuito alla Banca Centrale Europea, e non configurassero una violazione del divieto di finanziamento degli Stati membri tramite emissione di moneta.
Ma la Corte Costituzionale tedesca, investita a sua volta del problema, è stata di ben diverso avviso. Nella sua sentenza infatti essa accusa il governo ed il Parlamento della Germania di aver supinamente accettato il programma di acquisto di titoli del debito pubblico degli Stati europei senza chiedere conto alla BCE della proporzionalità di tali acquisti, sia rispetto alle quote di partecipazione degli Stati membri al capitale della Banca Centrale Europea, sia rispetto agli obbiettivi di politica economica che con tali acquisti essa intende raggiungere.
Ed infine – ecco il siluro che rischia di esplodere – la Corte Costituzionale Tedesca ha dato tempo alla BCE tre mesi (che scadevano il prossimo 6 agosto) per dimostrare in modo chiaro e provato che gli acquisti di titoli pubblici degli Stati non sono sproporzionati, e che sono invece chiaramente identificati nei fini, prudenti ed equilibrati, e non perseguiti incondizionatamente. E se tale chiara dimostrazione non arriva, la Bundesbank, che della BCE è la maggior contributrice, doveva smettere di finanziare tali acquisti.
Per la Corte Costituzionale Tedesca una interpretazione non comprensibile (come quella adottata riguardo ai suoi poteri dalla BCE) deve essere considerata arbitraria, e gli organi costituzionali ed amministrativi tedeschi non possono partecipare all’attuazione, esecuzione e ratifica di atti “ultra vires”, cioè eccedenti i poteri, e ciò vale anche per la Bundesbank.
Fin qui la sentenza della Corte Costituzionale Tedesca. Naturalmente tutti i commentatori del pensiero unico e del politicamente corretto hanno cercato di minimizzare quello che si configura in realtà come un poderoso conflitto di competenze tra poteri nazionali e poteri comunitari. Ed a configgere non sono solo la Corte di Giustizia Europea e la Corte Costituzionale tedesca. Il Parlamento tedesco infatti, su richiesta di un deputato liberale ha pubblicato alla fine dello scorso mese di maggio un rapporto del suo servizio scientifico in cui si afferma senza mezzi termini che la responsabilità di agire sulla base del giudizio della Corte Costituzionale tedesca spetta alla Bundesbank, perché – si afferma testualmente- “l’Unione Europea non è uno Stato. Per esserlo, secondo il diritto internazionale, sono necessari un territorio statale, un popolo nazionale, un’autorità statale”. Dunque, l’autorità spetta non all’Unione Europea, ma al governo, al parlamento ed agli organi giudiziari nazionali.
E il presidente della Bundesbank, Jens Weidman, si è subito adeguato, dichiarando che in caso di conflitto giuridico la Banca Centrale tedesca obbedirà non all’Europa, ma alla Corte Costituzionale della Germania. E cioè se la BCE non riuscirà a dimostrare la proporzionalità del suo programma di acquisti di titoli pubblici, la Bundesbank dovrà cessare la sua partecipazione a tale programma.
La Bundesbank, ha scritto il Die Welt, ha chiarito senza ombra di dubbio di non essere un semplice organo esecutivo della BCE, ma di essere sottoposta alla legge tedesca.
Dunque, esiste la possibilità concreta che essa debba uscire dal programma di acquisti di titoli pubblici della Banca Centrale Europea. Ma se essa esce, scoppia l’eurosistema, e addio euro.