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Home | ©2018 La Finanza sul Web | Articolo visto 381 volte 08 febbraio 2018

Avviso ai naviganti: nuova tempesta finanziaria in arrivo

Di Redazione  •  Inserito in: Primo Piano

di Giorgio Vitangeli

 “L’economia mondiale è in ripresa, anzi no: sta per crollare”. Questo era il titolo dell’articolo di fondo del numero di  ottobre-dicembre de “La Finanza”.

Titolo apparentemente paradossale, ma che fotografava fedelmente  la situazione. Perché in effetti  nell’economia reale si manifestavano segni di ripresa, alquanto magnificati dai governanti, ma sull’economia finanziaria tornavano ad addensarsi nuvole nere, che preannunciano  l’arrivo di una tempesta.

Ancor prima del previsto sono esplosi i primi lampi, e hanno rimbombato i primi tuoni. La Borsa americana infatti in questo inizio di settimana improvvisamente ha cominciato ad arretrare, e brividi di paura son corsi  da un lato all’altro dell’Atlantico. Perché  a rischio è   l’intera struttura del debito: quello pubblico degli Stati Uniti e quello privato delle imprese e delle famiglie. Nel momento in cui scriviamo le quotazioni  hanno recuperato in parte la perdita, ma sarebbe sciocco illudersi che tutto sia passato.  

Paradossalmente, dicono ora i commentatori, sono proprio i segnali di crescita dell’economia, col rischio di tensioni inflazionistiche che inducano le autorita’ monetarie ad alzare i tassi, ad aver innescato questa ondata di paura sui mercati finanziari . Perché se i tassi tornano a salire, la bolla obbligazionaria ed azionaria che si è gonfiata in questi anni finira’ con l’esplodere.

Stupisce un poco che mercati e commentatori se ne accorgano solo ora. Perché da tempo, come abbiamo sottolineato qualche mese fa su “La Finanza”, e più recentemente su “lafinanzasulweb” i segnali d’allarme si andavano moltiplicando.

A rischio di ripeterci , ricapitoliamo alcuni di questi segnali.

Cominciamo dal disavanzo del Tesoro degli Usa. Qui è l’agenzia di rating cinese Dagong  gia’ a meta’ dicembre ha ridotto ulteriormente il giudizio sul’affidabilita’  del credito sovrano  degli Stati Uniti da A- a BBB+, con outlook negativo. Ma non è tanto il “downgrading”, cioè il declassamento, che allarma, quanto le giustificazioni e le considerazioni che l’hanno accompagnato. Secondo gli analisti cinesi infatti lo sviluppo economico degli Stati Uniti è basato sempre più sul debito, e ciò erode costantemente la solvibilita’ del governo federale. Come non bastasse “riduzioni fiscali massicce (come quelle firmate dal presidente Trump lo scorso dicembre) riducono direttamente le fonti di rimborso del debito del governo federale”.  Si calcola infatti che l’abbassamento delle tasse comportera’ nell’arco del prossimo decennio minori entrate fiscali per complessivi 1.400 miliardi di dollari.

Gia’ ora, secondo i dati del Congressional Budget Office  titoli e pagamento degli interessi consumano  più del 60% del bilancio federale.  Andando avanti di questo passo, entro 9 anni ne consumerebbero il 100%.

 Conclusione:  il  riconoscimento da parte del mercato dell’inversione  del valore dei titoli del Tesoro Usa e del dollaro  – affermava l’agenzia Dagong- sara’ “una forza potente che distruggera’  la fragile catena del debito del governo federale”. Non basta: “la solvibilita’ virtuale del governo federale – notava ancora l’Agenzia di rating cinese- è probabilmente destinata a diventare il detonatore della prossima crisi finanziaria”. Più che un detonatore per la verita’ sarebbe una sorta di bomba atomica che esplode nel bel mezzo della finanza globale.

C’è da aggiungere peraltro che i rating dell’Agenzia Dagong sono poco seguiti dai mercati al di fuori della Cina, che guardano invece ai giudizi delle “tre sorelle” occidentali del rating, cioè Moody, Standard&Poor e Fitch, due delle quali continuano a dare ai Buoni del Tesoro Usa la tripla A, cioè il massimo dell’affidabilita’. Il che peraltro non tranquillizza del tutto: la davano infatti anche alla Lehman&Brothers fino al giorno prima che fallisse.

Ma il debito pubblico mondiale, pari nel 2017 a 44,3 trilioni di dollari, di cui più della meta’ costituiti dai debiti pubblici di Stati Uniti e Giappone, sono solo i  20% circa dell’immensa montagna  del debito mondiale, alta 217 trilioni di dollari, cioè il 327% del “pil” globale.

E se dei debiti pubblici il 7,5% è ormai classificata “spazzatura” e solo il  7% ha un discutibile  rating di tripla A , per il debito privato i problemi che cominciano ad emergere sono forse ancor più preoccupanti, ed anche da questo versante i segnali di allarme si stanno moltiplicando.

Il fatto è che per arginare la crisi del 2007 le banche centrali hanno tutte adottato una politica ultraespansiva, alluvionando il mercato con costanti  immissioni di liquidita’. Un decennio quasi di denaro abbondantissimo ed a costo irrisorio, di cui imprese e in alcuni casi anche famiglie hanno largamente profittato. Ed ora cominciano a profilarsi gli “effetti collaterali”  di questa troppa grazia.

“Con il Quantitative Easing le Banche Centrali hanno versato benzina sul fuoco. Nessuno sa cosa accadra’ quando cessera’ il Quantitative Easing”, ha dichiarato in un’intervista al Telegraph del 23 gennaio scorso l’ex economista capo della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali, cioè la banca delle Banche Centrali) William White, secondo cui  ora “Le Banche Centrali sono prigioniere di una “trappola del debito”. Non possono mantenere i tassi vicini allo zero perché crescono le pressioni inflazionistiche globali e la bolla finanziaria diventera’ ancor più pericolosa, ma non possono nemmeno aumentarli facilmente perché rischierebbero di far saltare in aria il sistema”.

Il fatto è che profittando a piene mani  del denaro a costi vicini allo zero, i debiti delle imprese americane sono cresciuti incessantemente negli ultimi sei anni. All’inizio dello scorso ottobre le emissioni di debito delle imprese americane con rating elevato avevano superato il trilione di dollari, raggiungendo con tre mesi di anticipo l’ammontare complessivo delle emissioni dell’anno precedente.  E l’emissione di titoli speculativi, cioè spazzatura,  dei primi tre trimestri aveva gia’ superato del 17%  quella complessiva dell’anno prima.

 Ma il denaro preso a prestito, ecco il punto, più che in investimenti va in operazioni finanziarie e  non raramente è servito per acquistare azioni proprie, gonfiandone il valore. Accanto alla bolla del mercato obbligazionario è così cresciuta la bolla nel mercato azionario. Facile prevedere perciò improvvise, inevitabili  cadute.  Perché da che mondo è mondo le bolle finiscono non con lo sgonfiarsi lentamente, ma con l’esplodere.

La pensano così anche gli economisti del Centro Studi della Morgan Stanley. In una nota della fine di dicembre scorso, riassunta nel sito del Nasdaq, affermavano infatti senza giri di parole: “I mercati si aspettano una uscita indolore  dal Quantitative Easing; noi no”.

Le imprese, sottolineano gli economisti della Morgan Stanley, hanno emesso troppi titoli di debito, specialmente usando il contante per acquistare le proprie azioni, e con la prospettiva di un aumento dei tassi molte di esse potrebbero trovarsi nei guai. Conclusione: il dipartimento di ricerca di Morgan Stanley si aspetta che tra non molto la tempesta si  abbattera’ sul mercato dei titoli colpendo  sia quelli “spazzatura” che – altrettanto duramente- quelli a rating elevato.

Anche Liu He, membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e da anni il principale consigliere economico del presidente Xi Jinping, parlando al Forum di Davos, ha accennato ai pericoli che incombono su un ordinato sviluppo dell’economia mondiale: “Si profilano – ha affermato- rischi multipli e considerevoli incertezze sotto forma di debito elevato, di bolle azionarie, del protezionismo e dell’escalation  di punti caldi globali e regionali”.

Gia’ : i punti caldi. Non si tratta solo della Siria, dell’Ucraina, del fondamentalismo islamico in Oriente ed in Africa o della Corea del Nord.  Ora anche i rapporti tra Stati Uniti e Russia, che  distesi non sono mai stati (vedi  le pressioni americane sull’Europa per sanzioni sempre più dure alla Russia) sembra stiano tornando gelidi, da guerra fredda.

Il presidente degli Stati Uniti, Trump, accogliendo le richieste del Pentagono, ha annunciato che gli Usa si doteranno di un arsenale di piccole bombe atomiche tattiche. Putin, considerandola una minaccia nei suoi confronti, ha risposto per le rime, annunciando adeguate contromisure.

Forse è solo una sceneggiata. Trump ha voluto mostrare che non è vero che è amico di Putin o forse ha voluto far contenti i generali, che senza bombe si sentono nudi. Certo di un po’ di bombe atomiche in più, magari piccoline e più facilmente trasportabili, sentivamo tutti la mancanza.

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Autore: Redazione » Articoli 686 | Commenti: 409

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