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Home | ©2017 La Finanza sul Web | Articolo visto 1671 volte 26 giugno 2017

Il Declino dell’Occidente: la supremazia cinese è un destino segnato?

Di Redazione  •  Inserito in: Primo Piano

  • Pubblichiamo in esclusiva il testo dell’intervento tenuto dal Prof. Antonio Maria Costa* al  convegno annuale” Villa Mondragone International Economic Seminar”, organizzato dalla Fondazione Economia Tor Vergata, nella sessione svoltasi con la collaborazione del Ministero degli Affari Esteri  presso la Farnesina, intitolato “scacco matto all’Occidente” come un romanzo scritto dallo stesso Antonio Maria Costa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Il Declino dell’Occidente

          Il dibattito sul tramonto della nostra cultura inizia un secolo addietro. L’autore di riferimento è lo storico tedesco Oswald Spengler che, non sorprendentemente, descrive Il Declino dell’Occidente durante uno dei momenti più terribili in Europa: la prima grande guerra. Il libro trasloca la rivoluzione copernicana dallo spazio al tempo: rifiuta la periodizzazione della storia europea in antica-medioevale-moderna, e ogni euro-centrismo. L’unita’ di misura del tempo non sono le epoche di una cultura, ma l’evoluzione delle culture – tutte caratterizzate da cicli millenari. Nella metafisica di Spengler, forme e strutture prevalgono sulle funzioni: quindi il divenente (Platone, Goethe e più tardi Nietzsche), prevale sul divenuto (Aristotele e Kant). La visione che ne risulta è angosciante: la fine del ciclo giudeo-greco-latino (quindi classico), coglie l’uomo occidentale all’apogeo della supremazia. L’anthropos, ammirato per il successo passato, diventa la figura tragica del presente: aspira a ulteriori obiettivi senza raggiungerli, travolto da scadimento dei valori, violenza crescente, e  brutalità.

          Pur se manifestazione di rivolta contro gli inutili massacri su Marna, Fiandre e Caporetto, quella di Spengler inizialmente è un’ipotesi avveniristica, avvalorata da sensibilità storica e riflessione filosofica – ma non dalla realtà all’epoca. Infatti, all’inizio del XX.mo secolo, quando Spengler riflette e scrive, la forza economico-strategica delle potenze europee – in primo luogo l’Inghilterra – non ha pari. La forza degli eserciti è incontrastata; le marine militari proteggono gli oceani; i mercantili le attraversano carichi di manufatti; democrazia di governo e stato di diritto gestiscono la res publica. Neppure la seconda guerra mondiale, e le tragedie che l’accompagnano, pongono fine alla preminenza occidentale nel mondo: ne spostano il baricentro. La supremazia bianca è perpetuata da una ex-colonia, gli USA, che diventano caput mondi e impongono la pax americana. Ma non dura: in pochi decenni, invece di fermare il declino gli USA lo accelerano, creando le premesse stesse della crisi odierna, inesorabile.

          Si e’ detto e scritto tanto, su come il sistema demo-capitalista(il meno peggio tra le alternative, scrive Churchill nelle Memorie) provoca la sua stessa fine. C’e’chi vede il sistema paralizzato da interessi di potere e veti incrociati che trasformano la demos kratia in un gioco a somma zero: tu vinci – io perdo – quindi ti blocco. C’e’ chi rileva il danno arrecato dall’enfasi sul breve termine: l’alto tasso di sconto premia l’oggi a danno del domani. Considerazioni condivise, ma c’e’ altro. Politica ed economia non solo alimentano il declino dell’occidente; neppure creano un vuoto di potere, con risultante caos e disordine. Di concerto, politica ed economia promuovono la nascita dell’alternativa al nostro essere: un passaggio di consegne tra due mondi opposti geograficamente e contrapposti intellettualmente, entrambi frutto di culture millenarie che attraversano momenti divergenti del ciclo storico. In altre parole, il nostro sistema demo-capitalista germina l’alternativa che sigilla il nostro declino – e avvia l’egemonia della Repubblica Popolare Cinese.

 

          2.  Permuta delle parti

          L’avvicendamento dei poteri di forza tra est e ovest mostra una straordinaria permuta delle parti, enfatizzata dalla retorica. Oggi la Cina propone la politica dell’America di un tempo: co-esistenza, globalizzazione, protezione del pianeta. L’America oggi fa il discorso della Cina di decenni addietro: nazionalismo, protezionismo e negligenza ambientale. Un drammatico ribaltamento, foriero di altri ancora. Infatti i vincitori di ieri (gli USA e le potenze coloniali europee), non accettano la sconfitta odierna, la fine della supremazia.  Restituiamo grandezza all’America, strilla Washington. Rompiamo con l’Europa e recuperiamo il mondo, votano gli inglesi. Dal canto loro, i vincitori di oggi (la Cina Popolare), aspira al riscatto dal passato: non dimentichiamo secoli di umiliazione da parte dell’uomo bianco, risponde Pechino, che usa il Museo anti-britannico Sanyuanli a Guangzhou per ricordare alla popolazione la tragedia delle guerre dell’oppio scatenate dalle potenze coloniali. Il contrasto e’ enfatizzato dall’ambiguo atteggiamento dell’Europa continentale, che per cultura si trova vicina agli USA, ma per interesse ora si posiziona prossima alla Cina (e alla Russia). Come si è arrivati a tanto?

          Dapprima l’avvicendamento delle relazioni di forza tra occidente e oriente è frutto di avidità. Negli anni ‘90, il capitalismo euro-americano finanzia la trasformazione della Cina comunista: de-localizza l’industria in quel paese per beneficiare di salari bassi, sindacati inesistenti, incuranza dell’ambiente. Gli imprenditori occidentali massimizzano i ritorni immediati e non badano al futuro: credono di trattare con una razza inferiore, capace al massimo di clonare i prodotti (come fece il Giappone, a suo tempo). Non è così. In un quarto di secolo la globalizzazione aiuta un miliardo di orientali a uscire dalla povertà, e crea un mezzo miliardo di nuovi poveri in occidente. Al contempo, la Cina diventa la maggiore potenza economica al mondo in termini di produzione industriale ed esportazione. Nel 2015 raggiunge il primato del reddito nazionale in termini di potere d’acquisto (PPP: $23,2 mila miliardi Cina; $20,8 mm EU; $19,4 mm USA), il terzo paese al mondo in termini di PIL nominale ($13,4 mila miliardi Cina; 18,2 mm EU; 19,5 mm USA).

          La permuta del ciclo tra occidente e oriente non riflette solo la realtà dell’economia reale: produzione e scambi. Gli sviluppi finanziari generano risultati analoghi, con conseguenze potenzialmente maggiori. In pochi anni la Cina accumula le maggiori riserve valutarie mai esistite: raggiunge i $4 mila miliardi nel 2015, ridotti ora a $3 mm — sufficienti a creare un festone di biglietti da $100 dalla Terra alla Luna, e ritorno. In altre parole, la cultura cinese del risparmio e accumulazione sostiene, ed è sostenuta dalla condotta degli occidentali, spendaccioni e indebitati ($500 miliardi il disavanzo commerciale USA; €200 miliardi il disavanzo fiscale in EU; €10 mila miliardi il debito pubblico nell’euro-zona). Il passo finanziario successivo e’ istituzionale: la Cina intende de-occidentalizzare il sistema monetario mondiale. L’obiettivo, a lungo termine, e’ chiaro tanto quanto le difficoltà per raggiungerlo.

          La nostra scienza economica riconosce una triplice funzione alla moneta: (a) mezzo di scambio, (b) unità di conto, (c) deposito di valore. Il dollaro continua a essere la moneta di riferimento in ogni comparto: 80% delle transazioni valutarie, 50% del commercio, 60% delle riserve ufficiali. Ma la gestione della moneta USA e’ debilitata dal conflitto tra gli obiettivi nazionali e quelli globali, esplicitati dal fatto che oltre metà della valuta USA e’ in mano straniera (indebitamento esterno). In pochi anni l’euro, seconda moneta globale, raggiunge valori aggregati circa metà il livello del dollaro USA: 30% delle transazioni valutarie, 25% del commercio, 25% delle riserve ufficiali. Ma la moneta europea è minata dalla costruzione artificiale, senza controparte fiscale, ne’ infrastruttura di governo. La Cina affronta dilemmi opposti. L’obiettivo di trasformare l’yuan in moneta globale è limitato dalla necessità di stabilizzare l’economia nazionale — indebolita da crescita 1/3 inferiore al passato e vincolata dal forte indebitamento domestico. Contando su una popolazione infaticabile e parsimoniosa, le autorità procedono verso la convertibilità dello yuan con imperturbabilità orientale: la moneta cinese è ora parte dei Diritti Speciali di Prelievo al FMI; la Banca (Centrale) del Popolo intrattiene accordi di credito per oltre €1.000 miliardi con BCE e le banche centrali a Londra, Singapore, e Tokyo; insieme alla Russia, la Cina crea un meccanismo di pagamenti alternativo allo SWIFT occidentale. E poi c’e’ l’oro: la Cina ne ha accumulato 6.000 ton — in mano all’Esercito Popolare, che ne protegge importazioni, trasporto e deposito. Le riserve aurifere puntano all’obiettivo (mai dichiarato) di creare lo yuan gold-standard, per siglare la fine del dollar-standard – che a sua volta, mezzo secolo addietro, ha sepolto il dollar gold-standard. (pro-memoria: riserve aurifere in Italia e Francia = 2.500 ton; USA = 8.000 ton).

          Con questi straordinari risultati economico-finanziari nelle mani, ora la Cina alza la posta e mira a de-occidentalizzare un altro aspetto dell’economia mondiale: le alte tecnologie. Il governo di Pechino inizia con messaggi nazionalisti che richiamano al passato. La propaganda spiega al popolo che, all’alba della civilizzazione, prima ancora della nascita della civiltà occidentale, una cultura d’ispirazione divina è sbocciata in quella che oggi è loro terra. Per mobilitare l’opinione pubblica sempre più borghese e sempre meno comunista, il regime velatamente rivaluta Confucio e le sue virtù di compassione, tolleranza e integrità — importanti, in un paese corroso dalla corruzione. Abbiamo sviluppato l’alta fusione e gli alti forni duemila anni prima dell’uomo bianco, dice la propaganda, che celebra le altre scoperte scientifiche dell’Impero celeste: la carta, la polvere da sparo, i razzi multi-stadio, la bussola (gli spaghetti). Dopo secoli di sfruttamento domestico (che il regime stronca dopo la rivoluzione) e di umiliazione internazionale (che il regime intende vendicare), la Cina non esce solo dalla povertà rurale. In un terzo di secolo, passa dalla manifattura de-localizzata dall’occidente allo sviluppo di prodotti concepiti, progettati e lavorati localmente: uno sforzo facilitato dal fatto che un regime totalitario programma il futuro meglio di un paese democratico. Il regime conta soprattutto sull’impegno scolastico (la Cina laurea il maggiore numero di ingegneri al mondo: due volte la Russia, quattro volte l’America) e sul dovere in fabbrica (che nel 2014 causa 600 mila morti per lavoro eccessivo: gualaosi, in gergo locale).

          Il risultato non ha precedenti in rapidità, dimensione e conseguenze. Pechino produce più mezzi di trasporto aereo-navali, missili, satelliti, treni ad alta velocità, centrali nucleari, tecnologie di comunicazione (la sola Foxconn produce 500 mila iPhone al giorno) e robot del resto del mondo. Per agevolare l’esportazione di manufatti e l’approvvigionamento di risorse, la Cina crea una rete logistica di carattere strategico. Ripristina le Vie delle Seta verso l’Europa. Crea porti e rotte intorno all’Africa, ormai suo possedimento neo-coloniale. Costruisce punti strategici in America Latina, quale l’alternativa al canale di Panama, da sempre sotto controllo USA. Nulla sfugge: non le repubbliche centro-asiatiche, ricche d’idro-carburi (un tempo parte della Russia, e poi dell’URSS). Progressivamente controlla le minuscole isole-stato nel Pacifico: una circostanza che invia un segnale d’allerta all’America, da un secolo sovrana incontrastata di quell’oceano. Al contempo Pechino trasforma le comunità cinesi nel mondo, 50 milioni di persone, in baluardi non solo commerciali: sono punto di impegno strategico.  Ma c’e’ d’altro.

 

          3. Nuove armi

Una potenza globale necessita una capacità globale di difesa/offesa – non il caso della Cina fin’ora. Quindi Pechino trasforma la forza eco-fin-tech in potenza strategico-militare. In altre parole, oltre a de-occidentalizzare l’economia mondiale, la Cina intende sottrarre all’uomo bianco (simbolizzato da USA e Europa) il monopolio della tecnologia d’avanguardia: l’intelligenza artificiale, IA, che forgia la guerra del futuro. I recenti sviluppi nel Mare della Cina, dove annualmente transita un terzo del traffico marittimo mondiale, simboleggiano quest’obiettivo. Per l’occidente, la politica di Pechino nel sud-est asiatico è imperialismo regionale, da contrastare. Per la Cina, è sovranità delle acque territoriali, strategiche e quindi da difendere. Sotto di esse, si stima, ci sono 130 miliardi barili di petrolio e 25.000 miliardi di metri cubi di gas, per un valore di $12 triliardi – risorse ambite dai paesi costieri: Viet-Nam, Malesia, Indonesia, Filippine e Taiwan, con il Giappone interessato. Vediamo come, incurante dell’avviso altrui, la Cina sfrutta le tecnologie d’avanguardia per promuovere ambizioni strategiche nel Pacifico.

          Al mondo esistono 34 navi porta-aerei, delle quali 24 sono americane (l’unica cinese e’ in costruzione). Il totale della stazza della Marina americana (full load displacement = 3 milioni di tonnellate) eccede l’intera disponibilità’ nel resto del mondo (l’equivalente cinese è un minuscolo 10% di quello USA). Consapevole di questa limitazione, la Cina contrasta la forza muscolare (USA) con l’intelligenza artificiale (IA). Inizia trasformando un atollo roccioso nel Mare della Cina, il Fiery Cross Reef, in un avamposto protetto da una nuova categoria di missili iper-sonici: DF-21D progettati per distruggere appunto l’orgoglio dell’occidente, le navi porta-aerei. Non a caso, Pechino chiama i suoi missili sha shou jian, affonda porta-aerei. Veloci dieci volte il suono, Mach-10, sono imbattibili: la marina occidentale può proteggersi solo da razzi sotto Mach-6.  Secondo la CIA la Cina possiede oggi un numero sufficiente di DF-21D da distruggere l’intera flotta USA nel Pacifico, a partire dalla porta-aerei Reagan di base a Yokosuka — malgrado le sue 97 mila tonnellate di potenza aereo-navale, al costo di $5,4 miliardi.

          Questo sforzo militare cinese trasforma il Pacifico nella nuova area di scontro strategico, come l’Europa è stata all’epoca della guerra fredda con l’URSS, nel secondo dopo-guerra. Il raffronto storico è interessante, perché permette di accompagnare la valutazione militare a quella economica. La guerra fredda del secolo scorso si è risolta con la distruzione  politica dell’URSS – sconfitta non con le armi, ma con l’economia. E’ facile anticipare che nel prossimi decenni il governo di Pechino, consapevole delle ragioni del crollo dell’URSS, prepara una sfida asimmetrica contro l’occidente. La Cina sa di essere militarmente debole, ma economicamente forte. Sa anche che in occidente prevalgono condizioni opposte: eserciti imbattibili, ma economia in dissesto — indebitata, de-industrializzata e disoccupata (EU). Questo da modo alla Cina di sfruttare la complementarietà tra guerre militari (sempre più obsolete) e guerre eco-finanziarie.

          La Cina dimostra che le strategie militari del passato sono superate: occupare terre e mari, sfondare le linee nemiche, prendere prigionieri non ha senso oggigiorno. Preferisce investire in infrastrutture all’estero, titoli di stato, società SPA. Invadere il nemico è cosa superata, così come penetrare le sue difese con aerei, carri e fanteria. Oggi la Cina accerchia il nemico con capitali, esportazioni e tecnologie. È più efficace paracadutarsi nella capitale – sì, proprio sul ministero del tesoro, o sulla banca centrale, per comprare obbligazioni e valuta. Presto o tardi, la nazione si arrende.

          In passato, ambasciatori e cannoniere portavano gli ultimatum. Le dichiarazioni di guerra cinesi arrivano a bordo di TIR lungo le Vie della Seta, su navi- e aerei-cargo in porti (Pireo) e aereoporti (Francoforte) di proprietà cinese. Bombardare le città non ha più senso: la distruzione di Rotterdam a opera della Luftwaffe, Dresda cremata dalle bombe al fosforo, Hanoi martirizzata il giorno di Natale, Baghdad bombardata in diretta sulla CNN, Tripoli bersagliata per mesi dalla NATO, Damasco tutt’ora crocefissa da aerei di ogni bandiera. Quel genere di cose e’ inefficiente: la Cina e’ cosciente che gli strumenti finanziari invece funzionano 365 giorni l’anno, giorno e notte, feriali e festivi. Sorpassata e’ la guerra chimica, i gas venefici, città di cadaveri putrefatti, visi gonfi, polmoni collassati, pelle bruciata. Gli scambi sono un’arma superiore: non lasciano segni e soggiogano i consumatori, cioè la gente, che e’ contenta di immolarsi.

          Bombe atomiche: occorre averle (per difesa), ma che armi primitive! Distruggono persone e cose, come gli Unni, solo su grande scala. La bomba al neutrone è più avanzata, distrugge persone e non cose. Le bombe hi-tech, intelligenti, distruggono selettivamente. Ma oggi non si vince distruggendo fisicamente il nemico. Nella guerra che la Cina predilige il nemico e’ incatenato con capitali e merci – anzi, si incatena da solo, prigioniero del suo consumismo. Non importa se le bombe sono atomiche, neutroniche, elettroniche, o ciber-troniche. La bomba finanziaria cinese le batte tutte, perché la si punta noncontro ciò che si vuole distruggere, ma contro ciò che si vuole preservare: banche, aziende, infrastrutture. In altre parole oggi le guerre si vincono per produzione, non per distruzione. La Cina cambia la guerra, consapevole che un’OPA (acquisizione societaria) ha un impatto maggiore di un attacco con gli F4 Phantoms. L’aggiotaggio dei mercati mobiliari è più facile da nascondere dei bombardieri B-2 Stealth. Comprare miliardi in obbligazioni di un avversario è più efficace che mandare i Marines. I fondi di investimento occupano infrastrutture più rapidamente dei Navy SEAL. Nemmeno le batterie anti-missilistiche Patriot riescono a fermare il nemico. Per di più, la Cina agisce nel rispetto dell’etica: non viola alcuno dei principi di Confucio. Neppure possiamo lamentarci noi giudeo-cristiani: non c’è una sola parola nella Bibbia che vieta di investire denaro nel mercato azionario, o nei titoli di stato, del prossimo – amico o nemico.

 

          4. Conclusione

          Pur riconoscendo che la Cina sta diventando un avversario anti-occidentale più insidioso dell’URSS di un tempo, non tutti concordano sull’inevitabilità della supremazia cinese nel mondo – e sull’ineluttabilità’ del ciclo orientale a spese del declino occidentale. Gli argomenti contrari sono parecchi e ben fondati: il rallentamento della crescita (dal 9 al 6% annui), l’invecchiamento demografico (risultato della politica del ‘figlio unico’), la bassa produttività (controparte di bassi salari e lunghe ore lavorative) e soprattutto le sofferenze bancarie, dovute a sprechi e corruzione nel settore immobiliare, nelle aziende pubbliche e nelle infrastrutture (inutili). Secondo molti osservatori questi vincoli sono letali: per loro la Cina, che nell’ultimo biennio ha bruciato $800 miliardi di valuta per stabilizzare il sistema finanziario domestico, non è in grado di reggere la sfida occidentale. Personalmente, ne dubito. Per il quadriennio 2017-20 la Cina da un lato, gli USA (e modestamente i paesi EU) d’altro lato, hanno programmato investimenti industriali-militari pari a un triliardo di dollari: una spesa che i parsimoniosi cinesi possono permettersi, mentre gli sciuponi occidentali, su ambo i lati dell’Atlantico, languiscono sotto i maggiori debiti nella storia dell’umanità. Ci impongono una guerra a-simmetrica.

          Oswald Spengler distingue 8 civiltà: Babilonese, Egiziana, Cinese, Indiana, Meso-americana, Greco-Romana, Islamica, Occidentale. Descrive il declino di quest’ultima senza vederne la causa in circostanze esterne – ignorando quindi il ruolo di altre civiltà, causa ed effetto del tramonto della nostra. La Tavola Rotonda odierna introduce questa seconda ipotesi: invece di discutere il declino della cultura occidentale, esamina lo scaccomatto che stiamo subendo. Il risultato di una sfida basata su impegno, sacrificio, studio, lavoro e risparmio – che stiamo perdendo, perché nessuna di queste 5 virtù ci caratterizza oggi giorno.    

          Ultima osservazione. Per noi, in quanto umanità, la preoccupazione non deve essere solo il destino individuale dei contendenti, tra essi la sonnolenta Europa. Dobbiamo preoccuparci del futuro dell’intero pianeta. Una super-potenza con le spalle al muro (che sia Cina oppure USA) può essere tentata di salvarsi anche a rischio di distruggerlo, il pianeta.  Individualmente e insieme dobbiamo fare di tutto per impedirlo: ecco perché il dibattito odierno è importante. Grazie per avermi incluso.

 

Antonio Maria Costa

* Economista e scrittore, già Sottosegretario Generale alla Nazioni Unite, già Segretario Generale della Banca Europea per lo Sviluppo.

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