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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 6243 volte 21 gennaio 2016

Statistiche sull’economia: quanto sono credibili?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale

 

 

“Il numero misura la realtà, e permette di penetrarne il significato”: così affermava Pitagora. E per “penetrare” appunto la realtà l’uso dei numeri  è dilagato sempre più dal terreno delle scienze cosiddette “esatte” a  terreni sempre più scivolosi, come quelli dei “sondaggi” politici o delle statistiche economiche, e ne consegue tutta una serie di distorsioni.

Per quasi tutti gli uomini politici, ad esempio, il sondaggio è divenuto una sorta di oracolo in base al quale  orientano le strategie e le decisioni. E sembra non si rendano conto che così facendo non orientano le opinioni del popolo, ma ne sono orientati, e dirigono la nave dove porta il vento,  paghi del fatto di restare al timone. Poi spesso accade che i sondaggi elettorali vengano clamorosamente smentiti dalle urne.

Situazione analoga  per gli operatori economici, che anch’essi  seguono ansiosamente le statistiche macroeconomiche per cercar di capire in anticipo la congiuntura in arrivo. Poi accade quasi regolarmente che  gli economisti  delle grandi Istituzioni nazionali   dopo appena qualche mese correggano le loro previsioni, e non  di poco.

Numeri ed equazioni  nella scienza economica vanno dunque presi con le pinze? In effetti  – statistiche a parte – l’uso e spesso l’abuso della matematica e di sue formule sempre più complicate nello studio dell’economia è un fatto abbastanza recente. E John Kenneth Galbraith, nella sua Storia dell’economia, narra come sarebbe nato. Il racconto di Galbraith è divertente, e dovrebbe essere alquanto istruttivo.

Negli ambienti accademici ( da sempre terreno di ambizioni smisurate e di invidie feroci) i docenti di economia degli Stati Uniti si sentivano sminuiti e snobbati dai professori di “scienze esatte”.  Queste ultime infatti trovavano spiegazione e conferma oggettiva in numeri ed equazioni; l’economia invece, come d’altronde un po’ tutte le scienze umane, sembrava impastata più di opinioni che di verità oggettive: scienza a metà insomma, scienza discutibile. Ed ecco allora gli economisti accademici americani  toccati sul vivo e per superare un inconfessato complesso d’inferiorità, gettarsi a capofitto a tradurre  le “leggi” dell’economia in numeri, formule, equazioni, e riempirne  pagine e pagine dei testi di studio. E naturalmente hanno trovato imitatori in tutte le Università del mondo.

Il culmine grottesco di questa moda lo si è avuto quando nel 1997 il Nobel  per l’economia fu assegnato  a Robert Merton e Miron Scholes, che avevano creato un modello per operare sui derivati subito adottato da un hedge Fund: il Long Term Capital Management, che all’inizio crebbe a velocità vertiginosa. Come non fidarsi, ed’altronde della gestione e dei calcoli economici  di due premi Nobel? Ma altrettanto rapidamente e vertiginosamente affondò poi nelle perdite,bruciando in pochi mesi 4,6 miliardi di dollari., e rischiando così di innescare una crisi sistemica del sistema finanziario internazionale. Tutte le maggiori banche internazionali infatti avevano sottoscritto a piene mani quote del Fondo. Ci era cascato, secondo alcune indiscrezioni, anche il Fondo pensioni della Banca d’Italia.

Il fatto è che i due Nobel, nel loro modello, non avevano previsto il crollo della Russia del 1998: un evento che, statisticamente, aveva probabilità infinitesimali di accadere. E invece è accaduto.

E torniamo così alle statistiche. Che a volte la realtà si faccia beffe dei numeri, cioè dei calcoli probabilistici è comprensibile.  Ma cosa ben diversa è quando i numeri non fotografano la realtà, ma la distorcono, intenzionalmente o meno.

Che molte statistiche economiche possano essere più o meno manipolate è un dubbio che da qualche tempo sta crescendo. E quando questi dubbi investono le maggiori economie del mondo, la cosa diventa seria, perché allora tutte le constatazioni e le previsioni che da quelle statistiche originano, risultano senza fondamento.

Le statistiche sull’economia cinese, ad esempio. E’ dal 2010 che a vari analisti quei conti non tornano. E secondo quanto rivelato da Wikileaks in una conversazione con l’ambasciatore americano  lo stesso Li Kequiang, l’attuale premier cinese, che allora era un alto funzionario, avrebbe ammesso che lui stesso alle statistiche ufficiali sulla crescita del “pil” in Cina poco ci credeva, tanto che per avere un quadro più realistico prendeva in considerazione tre dati meno sensibili politicamente: il consumo di energia elettrica, il trasporto merci su rotaia e l’ammontare dei crediti erogati dal sistema bancario.

Il fatto è che i dati sulla crescita economica sono comunicati al centro dagli alti funzionari delle province , ed accade non raramente che vengano da essi gonfiati per far carriera, vantando grandi successi in realtà inesistenti. Accade anche, più raramente, che i dati sulla crescita vengano diminuiti, per fruire degli incentivi e delle agevolazioni riservati alle province più svantaggiate.

Sta di fatto che nel 1910, ad esempio, la somma dei  “pil” riportati dalle province superava di 2.500 miliardi di yuan  il totale riportato dall’Ufficio Nazionale di Statistica della Cina.

Altre vistose discrepanze sono emerse più recentemente, e suggeriscono che la crescita cinese stia rallentando più vistosamente di quanto le statistiche ufficiali ammettano.

Tra crescita del “pil” e consumo di energia elettrica, ad esempio, in passato in Cina vi era una quasi equivalenza: ad una crescita di 1% del “pil” corrispondeva infatti una crescita dell’1,09% del consumo di energia elettrica.

Ma  questa corrispondenza da qualche anno sembra saltata. Nel 2014, ad esempio il “pil” cinese ufficialmente è cresciuto del 7,3%, ma il consumo d’energia elettrica solo del 3,8%. La forbice s’è allargata lo scorso anno: nel primo semestre 2015 il “pil” è cresciuto ufficialmente del “solito” 7%, ma il consumo d’energia elettrica è aumentato di un misero 1,2%.  Non sembra che lo sviluppo dei servizi, assai meno energivori delle industrie manifatturiere, possa giustificare una tale divaricazione, tanto più che rallentano vistosamente altri indicatori significativi, come  le vendite al dettaglio, i ricavi delle società quotate, il consumo di acciaio, le importazioni di carbone, i prezzi delle abitazioni.

In conclusione: secondo Julian Pritchard, economista di Capital Economics di Shangai, all’attuale dato ufficiale cinese sulla crescita del “pil” (6,9%) bisognerebbe togliere uno o due punti. Saremmo cioè in realtà tra il 5 ed il 6%. Altri fanno valutazioni ancor più pessimistiche, basandosi sul consumo di energia elettrica, e ipotizzano per lo scorso anno una crescita reale cinese tra il 3 ed il 4%.

Se fossero davvero questi i numeri veri, vorrebbe dire che la locomotiva cinese sta rallentando  molto più di quanto non si ammetta, e che una deflazione nell’economia globale più che un rischio è una realtà incombente.

Ma, dirà qualcuno, ci sono gli Stati Uniti, ove la ripresa è ormai in atto.

Il fatto è che anche i dati sulla ripresa in America cominciano ad essere controversi. Anche le statistiche americane sono largamente pilotate.

Un solo esempio: quello sul livello di disoccupazione, che è uno degli indicatori più significativi e “gettonati” per disegnare la congiuntura in atto.

Negli Stati Uniti per calcolare la disoccupazione viene utilizzato  un criterio chiamato U3, che non tiene conto delle persone scoraggiate,che hanno smesso di cercar lavoro da più di quattro settimane.

Sulla base di questo criterio a metà dell’anno scorso la disoccupazione negli Stati Uniti era al 5,3%.

Il governo però, per sua miglior conoscenza, utilizza anche un altro metodo, cosiddetto U6,  calcolando anche  il numero di persone che hanno smesso di cercar lavoro da meno di un anno.  Ed usando questo secondo sistema di calcolo, il tasso di disoccupazione in America raddoppia, superando il 10%.

Ma non basta. A modificare i metodi del calcolo della disoccupazione è stato il presidente Clinton, nel 1994.  Erano gli anni in cui si avviava l’economia globalizzata e lo sviluppo della finanza. Un modello di capitalismo che tagliava posti di lavoro nei Paesi avanzati. Ma Clinton, non potendo sviluppare l’occupazione e volendo far sembrare la sua economia migliore di quella di Reagan, modificò appunto il sistema di rilevazione della disoccupazione, non calcolando più i lavoratori scoraggiati da lungo tempo.

Ebbene: utilizzando oggi i sistemi di calcolo in vigore ai tempi di Reagan, la disoccupazione negli Stati Uniti risulta del 23%, un tasso vicino a quello del tempo della Grande Depressione seguita alla crisi del 1929.

Albert Einstein ebbe a dire: “quando le regole della matematica si riferiscono alla realtà non sono certe, e quando sono certe, non si riferiscono alla realtà”.

Senza avere il genio di Einstein, che in questo caso non si riferiva specificatamente all’economia, alla stessa relatività dei numeri ( e in questo caso invece proprio delle statistiche economiche) c’era arrivato un italiano: Carlo Alberto Salustri, più noto col nome d’arte di Trilussa, che in un suo celeberrimo sonetto notava: “Secondo le statistiche d’adesso- risulta che te tocca un pollo all’anno- ma si non entra nee le spese tue- t’entra ne la statistica lo stesso- perché c’è n’antro che ne magna due”.

G.V.

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