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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 7202 volte 13 maggio 2016

Siamo vicini a un nuovo devastante crack?

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Primo Piano

di Arnaldo Vitangeli

 

La cosa certa è che anche quest’anno in Europa non vi sarà l’auspicata ripresa, e tanto meno in Italia. Le statistiche ufficiali vanno sempre prese con beneficio d’inventario. Ma anche le statistiche ufficiali, o meglio le previsioni dei vari organismi internazionali (Fondo Monetario, Banca Mondiale, Commissione Europea) da alcuni mesi continuano ad essere riviste al ribasso.  Per l’Italia sino a qualche mese fa si prevedeva nel 2016 una crescita dell’1,4%; si è già scesi all’1,3, poi all’1,1, e secondo l’agenzia Fitch non supereremo l’1%.  Ma anche per l’Europa le cose non vanno molto meglio: da una crescita prevista dell’1,9% si è scesi all’1,7, e poi all’1,6.

Dunque:nel vecchio continente l’economia reale oscilla tra stagnazione e recessione. Qualcuno ha notato che l’Occidente sta “giapponesizzandosi”. Cioè come il Giappone è entrato in una fase in cui l’economia non cresce, malgrado stimoli monetari sempre più massicci, e malgrado i tassi d’interesse negativi che vanno diffondendosi sempre più. Ha cominciato, appunto, il Giappone, poi  l’ha imitato la Banca Centrale Europea. E l’assurdo di tassi negativi si è esteso (per ora) alla Svezia, alla Danimarca, alla Svizzera, tanto per citare alcuni Paesi.

Bloomberg ha calcolato che  lo scorso febbraio erano in circolazione  titoli di Stato con tassi negativi per un ammontare di 7 trilioni di dollari. Ma quasi  nessuno si azzarda a tentare una diagnosi di questo “male oscuro” che dalla finanza si trasmette all’economia reale, e viceversa. Ed ancor meno ci si azzarda a tentar di valutare gli effetti che questa anomalia, perdurando, potrà determinare negli equilibri finanziari e nell’economia reale.

C’è chi sostiene che saranno i risparmiatori ad essere i più colpiti: infatti  i loro risparmi investititi in titoli a reddito fisso invece di fruttare vengono tosati. Qualcun altro teme che i risparmiatori, alla ricerca di un rendimento, dai titoli a reddito fisso si spostino in massa verso gli investimenti azionari, magari mediati da fondi comuni d’investimento (cosa che sta già avvenendo), e teme che ciò finisca col far gonfiare innaturalmente le quotazioni, determinando una ennesima “bolla”, che come tutte le bolle finirebbe con lo scoppiare.

Ma non è solo una ipotetica bolla azionaria a minacciare i sonni (ed i patrimoni…) degli investitori.  Nel suo numero di maggio l’Executive Intelligence Revue  torna a ribadire che  un nuovo crack del sistema finanziario è inevitabile, e riporta a sostegno di questa tesi una serie di affermazioni  e di considerazioni provenienti dallo stesso mondo finanziario.

Così, ad esempio,  l’Institute for International Finance, espressione delle grandi banche della City e di Wall Street, ha sottolineato come l’esposizione debitoria del settore privato sia oggi molto superiore ai livelli della Lehman Brother, definendola “molto allarmante”.  Ed allarma ancor più il fatto che il debito, come viene sottolineato, sia stato usato  più per pagare dividendi, riacquistare azioni proprie e finanziare fusioni, piuttosto che  per investimenti produttivi.

Dal canto suo Stanley Druckenmiller, un ex partner del finanziere speculatore (e agitatore politico…) George Soros, ha previsto, senza mezzi termini,  un imminente crac finanziario  dell’economia globale, proprio a causa dell’estremo indebitamento  a scopi non produttivi delle imprese statunitensi.

Possono sembrare previsioni  eccessivamente catastrofiche. Sta di fatto che negli Stati Uniti il rapporto tra  aumento del debito ed aumento del “pil”  è passato in meno di dieci anni da 2,5 ad 1 a 4 ad 1.  Il debito cresce di oltre il 20% all’anno, mentre i profitti del settore non finanziario, come nota la Executive Intelligence Revue sono entrati in territorio negativo.

Ma quale sarebbe il detonatore di questo crac prossimo venturo? Secondo James Bianco, del Bianco Research di Chicago, il ruolo svolto nel 2007-2008 dai mutui “subprime” potrebbe essere ricoperto questa volta dalle obbligazioni del comparto energetico. In una intervista a “Finanz und Wirtschaft” egli osserva che gli “Energy loans” diffusi in tutto il mondo ammontano  a circa tremila miliardi di dollari. Quali sono le banche più esposte? Naturalmente, come per i mutui “subprime”, tutte affermano di non averne in portsafoglio. Ma oggi come allora, la crisi sarebbe virale, trasmettendosi in reazione a catena da una banca all’altra.

A voler indicare i possibili detonatori di una crisi finanziaria, in realtà non c’è che l’imbarazzo della scelta.  In Europa il Brexit o il Grexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ma anche della minuscola Grecia dall’eurozona, potrebbe avere effetti devastanti, a cominciare dalle grandi banche, come la Deutsche Bank, che è sì “too big to fail”, cioè troppo grande per poterla lasciar fallire, ma che è anche  la banca europea più esposta in derivati sull’euro.

Che anche una piccola crisi potrebbe scatenare il collasso della moneta unica europea lo afferma poi l’Agenzia di rating Moody’s, che in un rapporto reso noto nei primi giorni di maggio scrive che anche se l’Unione Europea sopravvivesse all’uscita della Gran Bretagna, “persino una futura piccola crisi potrebbe minacciare la sostenibilita’ dell’attuale sistema istituzionale, se coincidesse con uno stato d’animo pubblico negativo e con sviluppi populistici.”

Tutti i sondaggi in realta’ gia’ evidenziano come in quasi tutti i Paesi europei   lo stato d’animo negativo  nei confronti dell’Unione stia crescendo a valanga, come a valanga stanno crescendo i movimenti politici antieuropei cosiddetti “populistici”.

Tutto questo, conclude il rapporto di Moody’s può creare l’impressione che la questione è non se, ma quando il sistema crollerà.

Angiolo Forzoni, compianto storico della moneta, che per lunghi anni fu collaboratore dell’edizione cartacea di questa Rivista, sosteneva che non c’è nella storia plurimillenaria della moneta alcuna unione monetaria che sia sopravvissuta in mancanza di una unione politica. E la storia, ancora una volta, sembra voler dargli ragione.

Ma il vero problema non è monetario e/o finanziario. Il problema drammatico che incombe sull’Occidente, al di là degli insopportabili squilibri finanziari e monetari,  è quello dell’economia reale. Cioè, come denunciava  l’edizione cartacea di questa Rivista già quasi un quarto di secolo fa di “un modello di sviluppo che crea disoccupazione” col paradosso di un travolgente progresso tecnologico cui si accompagna un devastante regresso sociale.

Ma questo è un lungo discorso, su cui torneremo.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 128 | Commenti: 311

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