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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 4949 volte 13 luglio 2016

Sharing economy: le nuove frontiere della società

Di Emanuela Melchiorre  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

 

Nuove frontiere e diverse  occasioni di organizzazione del lavoro si presentano  da qualche tempo al mondo occidentale, votato al consumismo e alla globalizzazione. Sempre più spesso si parla di sharing economy, che in italiano dovrebbe suonare come consumo collaborativo o partecipato. Da un’esperienza localmente definita (il fenomeno Uber,  il servizio di reperimento di auto a nolo con conducente tramite smartphone, e poche altre start up californiane) il consumo collaborativo ha preso forme sempre  più diverse e si sta sviluppando a ritmo più sostenuto, nei  settori più vari,  tanto da assumere l’aspetto di un vero e proprio modello economico basato sopra un insieme di pratiche di scambio e di condivisione di beni materiali, servizi e conoscenze. Un fenomeno tuttavia non scevro di conseguenze sia economiche sia sociali.

Uber, Airbnb, Just Eat, le piattaforme pioniere di questo settore, fungono semplicemente da hub per permettere, con un semplice click, l’incontro tra un vasto numero di fornitori, di servizi e di utenti finali. Il costo di ogni transazione è assai contenuto, e  comunque inferiore al prezzo di mercato per così dire “off line”. Tuttavia la piattaforma guadagna una percentuale su ogni transazione (di solito la commissione è tra l’1 e il 10 per cento del valore del prodotto o del servizio utilizzato). Gli investimenti si limitano ai costi per la progettazione, la realizzazione e il mantenimento della piattaforma, per un’App mobile e per un sistema di pagamento facile e sicuro. Gli investimenti iniziali quindi sono relativamente modesti e rappresentano costi fissi che possono essere coperti agevolmente se il flusso di utenti cresce rapidamente. Per superare il fatidico break-even, una piattaforma deve quindi raggiungere una massa critica di transazioni oltre la quale ogni nuovo utente e ogni  nuova transazione contribuiscono ad un margine crescente di guadagno.

Le multinazionali e “l’economia del dono”

La lezione di Uber e di altre realtà simili può essere utile per realizzare nuovi approcci nello sviluppo di tecnologie, semplificare pratiche già esistenti, eliminare inutili intermediari,  acquistare beni e servizi non più da grandi multinazionali, promuovere la formula dei noleggi peer-to-peer (da pari a pari). Ma non è tutt’oro quel che luccica. Non confondiamo! Qui non si parla di no-profit. Dietro alla condivisione della share economy non vi è la cosiddetta “economia del dono” (gift economy) quell’utopia che aveva caratterizzato internet  ai suoi albori  per la quale  ciascuno poteva beneficiare dei contributi volontari degli altri. Lo spirito di generosità delle origini del fenomeno è stato soppiantato dal freddo calcolo dell’uomo d’affari. La share economy garantisce un flusso di guadagni vastissimo per le multinazionali che mettono in contatto i consumatori finali e i prestatori di opere o di servizi, interponendosi tra loro. Si tratta attualmente di multinazionali che nascono come piccole società o start up e che, nel giro di un tempo brevissimo, si “socializzano” nel senso anglosassone del termine, ossia divengono enormi come Uber (data di fondazione marzo 2009) con la sua attuale capitalizzazione stimata intorno ai 50 miliardi di dollari.

Una quantificazione del fenomeno

 

Ma procediamo con ordine. Che cosa s’intende per consumo collaborativo? In sostanza si tratta di una classe di accordi economici in cui i partecipanti piuttosto che avere la proprietà individuale  di prodotti o servizi, ne condividono l’accesso. Il modello di consumo collaborativo è utilizzato in mercati online come eBay e altri settori emergenti, come il prestito sociale, l’alloggio peer-to-peer, “ pacchetti di viaggio” peer-to-peer, il car sharing o la condivisione di bus per pendolari. Si stima che il mercato dell’affitto peer-to-peer abbia un valore all’incirca di 26 miliardi di dollari (ossia al cambio attuale di circa  25 miliardi di euro), stime però destinate ad essere continuamente riviste dato che nuovi servizi e nuove piattaforme si moltiplicano a gran velocità. La sharing economy ha (per ora) un impatto limitato sul pil, sia a livello nazionale sia globale, perché comporta dei pagamenti modesti e le aziende in cui la ‘condivisione’ è già parte integrante del loro core business sono ancora molto piccole. A sostenerlo è un recente voluminoso rapporto di Credit Swiss dal titolo  appunto “sharing economy”, pubblicato il 23 novembre scorso.  Tuttavia sono interessanti anche i dati resi pubblici recentemente da uno dei colossi della share economy AirBnB, il servizio di affitto di posti letto. Da questo esempio possiamo avere una misura del fenomeno e delle potenzialità dell’economia della condivisione. A settembre del 2015, la piattaforma AirBnB offriva servizi in 57.000 città di 150 paesi, con 17 milioni di utenti, generando una media di ricavi di circa 7.000 dollari l’anno per ciascun host, padrone di casa. Sarà dunque questa forma di economia della condivisione for profit a salvare l’economia dei paesi e a sollevare la gente dalla difficoltà della crisi ? Stiamo assistendo veramente, come sostiene Jeremy Rifkin, agli albori della “terza rivoluzione industriale” che metterà in discussione gli stessi fondamenti del capitalismo così come lo conosciamo oggi?

I vantaggi e gli svantaggi dell’economia della condivisione

L’economia della condivisione è in crescita per una serie di ragioni. Innanzitutto il suo successo è dovuto alla crisi dell’economia tradizionale, nella quale è venuto a rompersi il delicato equilibrio raggiunto tra il lavoro  e la moneta,  ove quest’ultima remunerava il primo  in proporzione di una valutazione della quantità e della qualità del lavoro prestato. Un allargamento progressivo del cuneo fiscale ha ridotto la percentualità dei redditi disponibili della popolazione e determinato il crollo dell’intero sistema. L’economia tradizionale in altri termini si sta comprimendo a causa di un mercato del lavoro depresso e livelli salariali decrescenti nel quale un gran numero di persone sta cercando di barcamenarsi con le spese quotidiane, monetizzando l’uso della propria auto, della propria casa, o prestando la sua professionalità “in modo creativo”. In molti casi, si tratta di persone che hanno recentemente perso un lavoro a tempo pieno, come quello dei tassisti a tempo pieno che sono passati a Uber. L’economia della condivisione che va sostituendo quella tradizionale presenta, da parte sua, difetti non trascurabili: promuove tariffe a basso costo  e riserva le quote maggiori di profitto a vantaggio delle  grandi aziende di tecnologia. Ad esempio, Uber prende il 30% di commissione dal reddito lordo dei suoi piloti, lasciando molti di loro con un rendimento inferiore a un salario minimo sindacale.  La campagna che le associazioni di tassisti di mezzo mondo hanno condotto contro Uber ha avuto una grande risonanza. In questo e in casi  analoghi , infatti, la sharing economy non ha tenuto conto di regimi di regolamentazione e contributivi, e le prestazioni sono state realizzate sostanzialmente in un regime di dumping sociale ed economico, ossia con lo stesso vantaggio competitivo sleale che viene generalmente attribuito alla gran parte delle produzioni asiatiche nei confronti delle produzioni occidentali. La sharing economy pone, così, una serie di interrogativi in ordine all’impatto che avrà sulla crescita economica e sulle implicazioni di lungo termine sul mercato del lavoro. Il concetto dell’economia condivisa non è stato ancora completamente analizzato dal punto di vista delle norme legali e comportamentali da applicare. E’ in sostanza ancora un territorio inesplorato. Non è escluso, però, che se questa nuova forma di “new economy” penetrerà con più decisione nei mercati dei paesi occidentali, (come sembra che sia già avvenuto nei paesi cosiddetti emergenti), l’effetto sul PIL globale possa crescere, a scapito probabilmente di garanzie salariali e previdenziali per i lavoratori che erano riconosciute nella “old economy”. Il rischio non solo teorico è quindi quello che per aumentare di quote infinitamente piccole i margini di guadagno si aumenti in modo illimitato le ore di lavoro o il numero delle prestazioni a remunerazioni decrescenti, sacrificando anche il limite naturale che esisteva tra il tempo di lavoro e il tempo libero, tra luogo di lavoro e luoghi della vita privata.

La miopia della classe dirigente

 

Tuttavia gli svantaggi della share economy ossia di questa innovazione di processo non devono definitivamente distrarre dal valutarne le potenzialità economiche. Occorre infatti cavalcare le innovazioni e trasformarle in strumenti sempre più utili per raggiungere obbiettivi socialmente desiderati. La share economy, ma anche più semplicemente lo stesso mobile e l’open data sono tutti esempi di “tecnologia abilitante”, ossia sono tecnologie in grado di sviluppare soluzioni o miglioramenti tecnologici capaci di rivitalizzare il sistema produttivo. Vi è oggi una grande disponibilità di questo tipo di tecnologia, per lo più a basso costo e quindi accessibile ad una platea vasta di persone e di aziende anche medio piccole. Ma non è la disponibilità della tecnologia che conta quanto l’uso che se ne fa. La differenza è come la gente usa la tecnologia abilitante, come la rende occasione di progresso, emancipazione e cultura. Si avverte oggi l’esigenza di aumentare l’alfabetizzazione tecnologica della popolazione. Non basta dare strumenti avanzati perché vengano utilizzati al meglio, occorre partire dalla formazione per l’uso consapevole delle tecnologie. Ma ancor più essenziale è la formazione della classe dirigente ancora del tutto all’oscuro o incapace di apprendere le potenzialità e le rischiosità della new economy. Per lo più la risposta che si sente dare alle incomprensioni e ai doverosi dubbi della gente sono di ordine normativo ossia vietare, tassare o regolamentare poiché gli stessi policy maker sono sprovvisti degli strumenti di comprensione della galoppante evoluzione della società digitale.

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Autore: Emanuela Melchiorre » Articoli 71 | Commenti: 286

Emanuela Melchiorre è un’economista e una giornalista che ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell’Università La Sapienza di Roma e con l’Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di economia politica e di politica economica su giornali e su riviste specializzate. ---- Emanuela Melchiorre is an economist and a journalist. She has worked with national research institutes, with the Department of Economics at the University La Sapienza of Rome and the FAO Investment Centre. She writes regularly in newspapers and magazines about Economics and Economic Policy.

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