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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 7002 volte 31 gennaio 2016

Sessione plenaria a Strasburgo: tutti i nodi vengono al pettine del Parlamento europeo

Di Redazione  •  Inserito in: Geopolitica, Primo Piano

Il Parlamento europeo si riunirà a Strasburgo, in sessione plenaria, dall’1 al 4 febbraio. All’ordine del giorno vi sono questa volta temi di importanza fondamentale. Si va infatti dal dibattito sui rifugiati e sul futuro di Schengen all’imminente referendum  del Regno Unito per decidere se restare o meno nell’Unione Europea; dal regime fiscale delle società all’accordo sugli scambi di servizi (TISA); dal riconoscimento alla Cina della qualifica di “economia di mercato” alla questione spinosa degli aiuti alla Turchia per i rifugiati, ed infine è previsto anche un dibattito col presidente della BCE Mario Draghi  sui risultati del “Quantitative Easing”. Ma vediamo più in dettaglio, uno per uno, questi principali argomenti.

Dibattito sui rifugiati e sul futuro di Schengen

Mercoledì pomeriggio gli europarlamentari discuteranno col vicepresidente della Commissione Timmermans sulla crisi che incombe sull’Unione Europea per l’incessante afflusso di profughi ed immigrati clandestini, e sui controlli alle frontiere sia esterne che interne all’area di Schengen, ove la circolazione delle persone è libera. Di quest’area, com’è noto, fanno parte 22 Stati membri dell’Unione Europea e 4 Stati che non ne sono membri (Islanda, Liechtestein, Norvegia e Svizzera) Irlanda e Regno Unito hanno scelto di non partecipare all’accordo mentre Bulgaria, Croazia, Cipro e Romania sono candidate all’adesione.

Il 27 gennaio scorso la Commissione Europea  ha ammonito che per un periodo sino a due anni potrebbero essere introdotti nell’area controlli sistematici sull’identità di profughi immigrati “se la Grecia  non risolverà alcune gravi mancanze nella gestione delle proprie frontiere esterne.

L’accordo di Schengen  prevede che la Commissione e gli Stati membri coinvolti  informino il prima possibile il Parlamento Europeo ed il Consiglio su qualsiasi motivo che potrebbe portare alla reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere.

Com’è noto a seguito dell’aumento continuo di rifugiati, diversi Paesi, nei mesi scorsi, hanno ristabilito tali controlli, ed attualmente essi vengono eseguiti da Austria, Germania, Francia, Danimarca, Svezia e Norvegia.

In base al “Codice frontiere” di Schengen i controlli alle frontiere potrebbero essere reinseriti per un periodo  di 10 giorni per motivi di “ordine pubblico e sicurezza nazionale”, e potrebbero essere mantenuti e rinnovati per un totale di due mesi. Nel caso poi ci fosse un’evidente minaccia per la sicurezza interna, i controlli potrebbero essere mantenuti per un massimo di sei mesi, ed in “circostanze eccezionali” potrebbero essere prolungati per due anni. Che è appunto il rischio paventato dalla Commissione.

Rischio che, secondo alcuni, potrebbe essere mortale, perché il fallimento dell’accordo di Schengen potrebbe trascinare con sé quello dell’euro

 

Il Referendum in Inghilterra

 

Ma non è solo da Schengen che potrebbero venire rischi per la tenuta dell’Unione Europea Un  pericolo ancor più diretto infatti potrebbe venire dall’imminente referendum che si terrà in Gran Bretagna, col quale gli inglesi decideranno se vogliono restare o meno nell’Unione Europea.

In vista del Consiglio Europeo del 18 e 19 febbraio prossimi i deputati durante il dibattito di mercoledì mattina esprimeranno le loro opinioni sia in materia d’immigrazione che  sul Referendum nel Regno Unito. Al dibattito parteciperanno il presidente della Commissione Europea, Juncker,  ed il ministro degli esteri olandese Bert Koenders, a nome della Presidenza del Consiglio olandese.

 

I tre miliardi di euro alla Turchia

 

Altro tema spinoso, sul quale emergono divergenze in seno ai Paesi dell’Unione (non ultima quella tra Renzi e la Merkel) è quello dei tre miliardi di euro promessi alla Turchia per il sostegno ai profughi dalla Siria, in modo che non si riversino tutti in Europa.

Tale finanziamento dovrebbe essere composto per 500 milioni da fondi provenienti dal bilancio dell’UE, e per 2,5 miliardi di euro provenienti  da contributi degli Stati membri.

I deputati vogliono sapere dalla Commissione  da quale voce del bilancio comunitario dovrebbero essere stanziati i 500 milioni, quanto sia stato finora promesso da ogni singolo Stato membro, e come si possa garantire che  gli importi stanziati e versati alla Turchia  siano effettivamente destinati a coprire le necessità dei rifugiati.

Una delegazione della Commissione bilancio e della Commissione per le libertà civili, l giustizia e gli affari interni si recherà in Turchia dall’8 all’11 febbraio per verificare sul terreno la situazione dei rifugiati.

 

Status di “economia di mercato” alla Cina

 

Se, come si vede, il tema dell’immigrazione e dei rifugiati terrà banco alla seduta plenaria del Parlamento europeo, non meno importanti saranno alcuni temi economici.

Tra i più rilevanti quello dello status di “economia di mercato”, che dovrebbe essere concesso alla Cina, con i conseguenti benefici ed agevolazioni, che impatterebbero sulle esportazioni in Europa. Ed è proprio questo che i deputati vogliono sapere dalla Commissione: quali opzioni stia considerando su questo tema, e se valuterà l’impatto sull’industria europea e sull’occupazione.

Quando la Cina ha aderito all’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2001 , i membri dell’OMC avevano rilevato che essa non aveva ancora terminato la transizione verso un’economia di mercato.

La Cina ritiene che il protocollo di adesione all’OMC consideri la transizione ad un’economia di mercato come automatica, a partire  dall’11 dicembre 2016. Ed alcuni membri dell’OMC, come l’Australia, hanno già riconosciuto questo passaggio.

Ma per l’Europa la Cina attualmente soddisfa solo ad uno dei cinque criteri tecnici che la UE considera per la definizione di “economia di mercato”. E circa l’80% delle indagini antidumping ed antisovvenzioni dell’UE  riguardano la Cina.

 

L’accordo sugli scambi dei servizi

 

Sempre in tema di  relazioni economiche internazionali , un altro argomento delicato e spinoso è quello del TISA, cioè dello scambio nel settore dei servizi. I negoziati sono iniziati nel 2013 ed includono 23 membri dell’OMC che assieme rappresentano il 70% del commercio globale nel settore dei servizi.

L’UE è la più grande esportatrice al mondo di servizi, con una quota pari al 25% del totale. Quasi il 70% della forza lavoro nell’Unione Europea è impiegata nei servizi. Che rappresentano il 40% in valore delle esportazioni europee.

Gli ostacoli all’accesso ai mercati esteri da parte dei fornitori di servizi europei , se tradotto in tariffe corrispondenti, equivalgono al 68% in Cina, al 44% in Turchia, al 25% in Sud Corea ed al n15% in Canada. Per contro le restrizioni dell’UE agli operatori stranieri è pari solo al 6%.

Ma i problemi non sono solo tariffari. Una delle raccomandazioni del Parlamento Europeo che verrà discussa  lunedì e votata martedì è che i servizi  pubblici e quelli audiovisivi europei non vengano aperti alla concorrenza Inoltre i deputati europei vogliono assicurarsi che l’accordo TISA non impedisca all’UE  ed agli Stati membri di legiferare  a favore dell’interesse pubblico, in particolare per quanto riguarda il lavoro e la protezione dei dati.

Il testo della raccomandazione, redatto da Viviane Reding, ricorda ancora una volta che il Parlamento europeo avrà l’ultima parola nel decidere se approvare o respingere l’accordo TISA.

 

Le proposte sulle imposte alle società

 

Per quanto riguarda invece più specificatamente le misure concernenti l’economia interna europea un tema di rilievo è quello della fiscalità sulle società.

Il commissario per gli Affari economici Pierre Moscovici illustrerà martedì mattina le ultime proposte della Commissione in materia di imposte sulle società. Esse comprendono un progetto di direttiva per contrastare l’erosione delle basi imponibili ed il trasferimento degli utili.

Lo scorso 12 gennaio, nel corso di un’audizione parlamentare, Moscovici aveva promesso che avrebbe presentato “un ambizioso pacchetto antievasione” entro la fine del mese. In seguito però le ambizioni paiono essersi ridimensionate, perché in materia fiscale nel Consiglio dei Ministri dell’UE l’unanimità è necessaria, ed alcuni Stati membri non erano molto inclini ad  approvare questo accordo.

 

Il dibattito con Mario Draghi

 

“Dulcis in fundo”, (per argomento, non per calendario), il dibattito con Mario Draghi  sulla relazione annuale della BCE.

Alcuni deputati vogliono chiedere a Draghi spiegazioni sull’impatto “modesto” della politica di “quantitative easing” e sui rischi connessi al programma di acquisto di attività. Verrà rilevato anche che non è stato raggiunto l’obbiettivo di un’inflazione vicina al 2% né quello di un minor divario tra i tassi per i crediti alle piccole e medie imprese e quelli per le grandi.

I deputati chiedono anche una “valutazione accurata del ruolo della BCE nella Troika in modo da chiarore le responsabilità per i programmi di “bailout” come quello attuato in Grecia.

Gli eurodeputati sollecitano infine una chiara separazione del ruolo della BCE   come banca di controllo da un lato e come responsabile della politica monetaria dall’altro, sottolineando l’opportunità di creare un sistema di scrutinio democratico per il nuovo ruolo di supervisore.

Visti gli argomenti, il dibattito si preannuncia vivace: alcuni parlamentari hanno l’aria di voler mettere sulla graticola il presidente della Banca Centrale Europea, la quale – a torto o a ragione- assieme alla sua creatura – l’euro-non gode certo di molto consenso in settori  crescenti dell’opinione pubblica, troppo sbrigativamente definiti “populisti”.   

 

Giorgio Vitangeli

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