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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 4379 volte 04 febbraio 2016

Separazione bancaria: in Svizzera ci riprovano

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

 

Il Glass-Steagall Act continua ad essere per molti un modello di riferimento per scongiurare il rischio di crisi sistemiche

 

Son passati due anni, ma tutto è come prima, forse peggio. Il rischio cioè di una crisi del sistema bancario mondiale non solo non è stato cancellato, ma traspare a tratti, più forte di prima. Il valore nozionale dei derivati continua a crescere, specie di quelli  “OTC” (Over the Counter), che non sono negoziati sui mercati regolamentati, ma direttamente tra le parti, e quindi sfuggono ad ogni controllo.

Le recenti turbolenze dei mercati finanziari, con epicentro in Cina, secondo Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Banca dei Regolamenti Internazionale “non sono tremori isolati, ma il rilascio della pressione che si è accumulata lungo grandi linee di faglia”. E quando una faglia cede, il terremoto è devastante.

Due anni or sono il Consiglio Nazionale Svizzero, cioè la Camera Bassa, aveva votato due mozioni,  presentate rispettivamente dal Partito socialista (SP) e dal Partito Popolare (SVP), che chiedevano  la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, secondo lo schema adottato negli Stati Uniti  con il “Glass-Steagall Act”, firmato da Roosevelt nel 1933, dopo la grande crisi del 1929 che aveva messo in ginocchio il sistema bancario americano. Ma il Consiglio Federale, nel dicembre del 2013, aveva respinto le due mozioni.

Ebbene, a nemmeno due anni di distanza, come riporta l’Executive Intelligence Revue, esse sono state ripresentate tali e quali, come a sottolineare che nulla è mutato da allora.

 

I rischi di Credit Suisse

 

Anzi, il Credit Suisse, cioè una delle due banche “sistemiche” della Svizzera (l’altra è l’UBS)- ed è ancora il numero di ottobre dell’EIR a sottolinearlo- è “seriamente minacciato da perdite sul mercato delle materie prime”.

Da un lato infatti Credit Suisse è il principale creditore di Glencore, di cui nel 2012 ha finanziato  il by out su  Xtrata, con un debito di 30 miliardi; dall’altro lo stesso Credit Suisse è massicciamente impegnato nel mercato delle materie prime, le cui quotazioni sono crollate, ed invece di ridurre la sua esposizione nelle “commodities” l’ha aumentata. Mossa quanto mai azzardata, considerato che l’indice del Commodity di Bloomberg, calcolato sui prezzi delle 22 merci a maggior commercio internazionale, alla fine dello scorso anno era a quota 120, ed attualmente è a 85, con previsioni di ulteriore caduta.

Quanto a Glencore, una delle più grandi società commerciali del mondo, essa  è in gravissimo squilibrio finanziario: 30 miliardi di dollari di debiti in bilancio ed una passività di 19 miliardi su derivati del valore nozionale di circa duemila miliardi. Il prezzo dei “Credit Default Swaps” su di esso è quadruplicato.  Una insolvenza di Glencore si ripercuoterebbe pesantemente su Credit Suisse.

 

Il testo delle due mozioni

 

Credit Suiss ed UBS   cumulano messi assieme asset pari al doppio dell’intero prodotto interno lordo annuo della Svizzera. Ed è sintomatico che il report sui rischi di Credit Suisse sia apparso in occasione del voto del Consiglio Nazionale Svizzero sulla separazione tra banche commerciali e banche d’affari.

Ma vediamo il contenuto delle due mozioni “risuscitate” due anni dopo.

Quella del Gruppo socialista (portavoce Corrado Pardini) afferma che il Consiglio Federale è incaricato di elaborare una base legale per la soluzione della problematica “too big to fail” (troppo grande per poter fallire), sulla base dei seguenti principi:

1°) Separazione di principio delle banche che si occupano di gestione patrimoniale e di attività commerciali dalle banche che effettuano operazioni in proprio.

2) Le banche di gestione patrimoniale e commerciali operano nel settore del risparmio, dei crediti, del commercio e della gestione patrimoniale.

3°) Queste banche hanno il divieto di effettuare operazioni in proprio, ma possono comunque emettere azioni e classiche obbligazioni per il finanziamento d’impresa e titoli di credito di Confederazione, Cantoni e Comuni.

4) Le banche di gestione patrimoniale e commerciali svizzere hanno il divieto di intrattenere relazioni di credito con le proprie filiali in Svizzera ed all’estero che effettuano operazioni in proprio.

Quantomai esplicita è la motivazione allegata alla mozione.

“Per la sicurezza del Paese – sottolinea il portavoce Corrado Pardini- è fondamentale che non vi siano imprese tanto grandi da dover essere salvate in caso di crisi (too big to fail”).

Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 – egli riconosce- si è certo tentato di minimizzare i rischi  derivanti dalle banche di rilevanza sistemica in difficoltà. Tuttavia ancora oggi se un istituto bancario di tale importanza dovesse venire a trovarsi in grave difficoltà, trascinerebbe con sé l’economia svizzera e lo Stato sarebbe quindi costretto a provvedere al suo salvataggio, con conseguenze che nella peggiore delle ipotesi  potrebbero comportare l bancarotta dello Stato stesso. 

Lo Stato – conclude la motivazione della mozione- ha pertanto il dovere di trovare una soluzione alla problematica “too big to fail”. La proposta formulata nella mozione impone la separazione  tra banche di gestione patrimoniale e commerciali da un  lato, e banche  d’affari che effettuano operazioni in proprrio dall’aaltro. La mozione incarica pertanto il Consiglio federale di risolvere il problema secondo i summenzionati principi”.

 

Il parere negativo del Consiglio federale

 

Il 6 dicembre 2013, come abbiamo già accennato, il Consiglio Federale respinse la mozione. In sostanza esso non negava l’importanza vitale del problema, ma sosteneva che il Parlamento, basandosi sul rapporto di una Commissione di esperti e sulle proposte legislative dello stesso Consiglio Federale, aveva già adottato un pacchetto di misure completo e coerente per il rafforzamento della stabilità finanziaria. Conseguentemente le banche svizzere di rilevanza sistemica dal 1° marzo 2012 già sottostavano a norme più severe in materia di liquidità e di ripartizione dei rischi ed  anche a  regole più inasprite in tema di fondi propri nonché a misure di carattere organizzativo che assicurassero, anche in caso di crisi le funzioni cruciali di flusso dei pagamenti e nel settore dei depositi e dei crediti. Funzioni sistemiche che rimanevano separate dall’investment banking. Attività quest’ultima che era stata sottoposta dalle due principali banche svizzere a  ristrutturazioni e ridimensionamenti.

Il Parlamento svizzero aveva anche esaminato  l’ipotesi di un “sistema  bancario separato”, nella prospettiva di un divieto  di  operazioni in proprio per le banche commerciali. Ma aveva ritenuto che  la definizione delle operazioni da vietare fosse difficoltosa, ed inoltre il divieto avrebbe potuto spostare tali attività verso settori non regolamentati o meno regolamentati. La separazione inoltre, aveva sostenuto la maggioranza del parlamento, avrebbe comportato la necessità di creare unità completamente autonome, con ragione sociale, conduzione aziendale e finanziamento sganciati da qualsiasi collegamento all’interno del gruppo societario, incidendo così sulla libertà economica. E nemmeno la struttura di un società holding (Casa madre in patria, ed operazioni in proprio all’estero) avrebbe assicurato che, in caso di default,  le unità svizzere separate potessero essere costrette al salvataggio da Paesi toccati dal fallimento di una loro filiale.

Dunque, con questi argomenti alquanto opinabili (sembrano ignorare l’esperienza positiva dei sessant’anni in cui il Glass-Steagall Act è rimasto in vigore)  anche il Parlamento, così come il Consiglio Federale, avevano concluso che la separazione bancaria non avrebbe raggiunto  l’obbiettivo che ci si proponeva.

Infine il Consiglio Federale ha ritenuto che fosse prematuro proporre, sulla base di una mozione,  disposizioni legali isolate,  e che fosse preferibile valutare prima il pacchetto di misure già adottate, e le eventuali necessità di adeguamento, in relazione anche con le norme adottate dagli altri Paesi .Quanto poi  ad un sistema bancario separato, il Consiglio federale era stato incaricato di  sottoporre al Parlamento un semplice “rapporto” sulle varie opzioni possibili per istituirlo.

 

A volte ritornano

 

Ma tutte queste argomentazioni, evidentemente, non sono bastate a  convincere definitivamente il  Consiglio Nazionale, che ha nuovamente approvato, due anni dopo, le mozioni presentate già nel 2013 e  respinte dal Consiglio Federale.

Il primo testo, quello socialista che abbiamo riportato per esteso, è stato  approvato infatti il 23 settembre scorso a larghissima maggioranza: 93 voti favorevoli, 65 contrari e 2 astenuti.

La seconda mozione, sostanzialmente analoga alla prima, presentata  dall’Unione di Centro, ha avuto addirittura un voto in più, cioè 94 favorevoli, 64 contrari e 4 astenuti.  Anch’essa chiede un intervento governativo per la separazione di principio delle banche commerciali e che si occupano di gestione patrimoniale dalle banche che effettuano operazioni in proprio, cioè le banche d’affari che si avventurano in rischiose operazioni speculative.

“Per trovare soluzioni non bisogna aspettare la prossima crisi, ma agire subito”, ha sottolineato  Corrado Pardini.

Ed è significativa questa  convergenza lib-lab in Consiglio Nazionale, cioè questo comune sentire di  ampi settori di cosiddetta “destra” e di cosiddetta “sinistra”  su un tema quale quello della finanza e delle sue regole.

Ma ancora una volta il governo svizzero sembra invece sordo da quest’orecchio.

 

 

 

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Quando Roosevelt firmò il Glass-Steagall Act

(e Menichella e Beneduce ispirarono la legge bancaria del ’36)

 

Un  detto alquanto cinico afferma che “l’esperienza consiste nel ripetere sempre lo stesso errore”,  ed a ripercorrere questa vicenda si direbbe che sia vero, e che la storia non insegna nulla.

Nel giugno 1933 infatti Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, firmava il “Glass-Steagall Act”, cioè una legge che separava nettamente le banche ordinarie preposte al credito commerciale, dalle banche d’affari.

Era una risposta alla drammatica crisi del 1929, che per la commistione appunto  tra l’attività bancaria e l’attività speculativa in Borsa aveva messo in ginocchio l’economia americana, e l’onda d’urto si era trasmessa all’intera economia mondiale.

Ebbene: come suo ultimo atto, prima di lasciare la Casa Bianca, nel 1999 il presidente americano Bill Clinton  (quello rimasto famoso, più che altro, per le effusioni nella stanza ovale con la giovane stagista Monica Levinski), promulgò il Gramm – Leach –Biley Act, che abrogava la separazione tra banche di deposito e credito e banche d’affari. E da allora la galoppata dell’economia finanziaria globale accelerò pazzamente, ed ancora continua, malgrado lo scivolone della crisi del 2008, che ancora una volta ha messo in ginocchio l’economia reale dell’Occidente.

Negli stessi anni in cui Roosevelt con la separazione tra banche commerciali e banche d’affari metteva ordine nel sistema finanziario americano, e con la “Tenesse Valley Auctority”, cioè con un’Agenzia che promuoveva grandi lavori pubblici, promuoveva il rilancio dell’economia reale, in Italia – ove la commistione tra banca ed industria, cioè l’investimento diretto delle banche nelle grandi industrie, aveva portato al collasso dei maggiori istituti bancari- una profonda riforma rimetteva ordine nell’intero sistema, salvando sia le banche che le grandi imprese. Artefici di quell’opera immane furono Alberto Beneduce e Donato Menichella.

Va sottolineato come le misure prese allora dall’Italia non furono una posteriore imitazione di quelle americane, ma per certi aspetti le anticiparono.

La nascita dell’Imi, l’Istituto Immobiliare Italiano che doveva provvedere al credito industriale per le medie e piccole industrie è infatti del 1931; la nascita dell’IRI, la grande creazione di Beneduce, è del gennaio 1933, cinque mesi prima della promulgazione del Glass- Stegall Act da parte di Roosevelt.

La legge bancaria italiana del 1936 è il completamento ed il compendio di questo complesso di riforme.

Essa separava nettamente il credito commerciale a breve da quello industriale a lungo termine, e l’attività bancaria da quella industriale.  Sancì inoltre il carattere esclusivamente pubblico della Banca d’Italia.

Va sottolineato che  né Beneduce, né Menichella erano fascisti, ma intemerati ed onestissimi “grand comis” dello Stato.

Beneduce era notoriamente di idee social-riformiste ed era massone. Aveva ricoperto importantissimi incarichi nei governi prefascisti di Nitti e di Bonomi; di quest’ultimo era stato addirittura ministro per il lavoro e la previdenza sociale. Il suo fu un rapporto diretto e personale con Mussolini, che ne aveva grande stima, e già nel 1921, quando Beneduce era ministro del governo Bonomi, in un articolo sul Popolo d’Italia ne aveva lodato la grande capacità.  In pratica nella ristrutturazione del sistema finanziario ed industriale italiano Beneduce ebbe carta bianca, e riferiva soltanto direttamente a Mussolini.

Da quella collaborazione ( e da quella altrettanto diretta tra Beneduce e Menichella) nacque, come per caso, un originalissimo sistema finanziario ed industriale, ed una modalità di rapporti tra lo Stato e l’economia che per oltre sessant’anni ha rappresentato un “unicum” nel panorama dell’economia occidentale, sopravvivendo ben oltre la caduta del regime fascista, così come, d’altronde, la legge bancaria del 1936, ispirata soprattutto da Donato Menichella, che era stato chiamato da Beneduce all’IRI nel 1933, e dal 1936 al 1944  ne fu direttore generale. Chiamato poi da Einaudi alla Banca d’Italia nel 1946 come direttore generale, nel 1948 ne diverrà governatore.

Se l’Italia per molti versi dopo la crisi del 1929 anticiperà l’America nella riforma del sistema bancario, l’ha anticipata anche nella demolizione di quelle riforme.

Bill Clinton, come abbiamo visto, abolì il Glass – Steagall Act nel 1999. Ma il Testo Unico della legge bancaria italiana, voluto da Ciampi e da Draghi, che abroga la legge bancaria del ’36, restaura la banca universale e la commistione tra Istituti di credito e banche d’affari, è del 1993.

Un anno prima, nel 1992, Romano  Prodi aveva completato la liquidazione dell’Iri, di cui era stato nominato presidente dieci anni prima.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 113 | Commenti: 458

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