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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 6579 volte 11 marzo 2016

Se la Cina diventa una “market economy”

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

Grandi  rischi e grandi opportunità per l’Unione Europea

 

di Paolo Raimondi

 

L’11 dicembre 2016 tutti i Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) dovrebbero ufficialmente garantire alla Cina il cosiddetto “Market economy status” (Mes). Dovrebbero cioè riconoscerle di essere diventata a tutti gli effetti una economia di mercato. E’ la stessa “qualifica” che hanno gli Usa e i Paesi dell’Unione Europea. In verità dovrebbe essere un riconoscimento automatico  per ogni Paese aderente all’Omc.

Fino a quella data la Cina è considerata una “non market economy”. Di conseguenza  i Paesi importatori di semilavorati o di prodotti industriali cinesi possono imporre dei dazi e delle tariffe protettive contro eventuali  azioni di dumping. I Paesi occidentali possono usare il cosiddetto metodo di “nazione surrogata”, cioè fare riferimento a prezzi e costi indicati da un’economia simile a quella della Cina per arrivare a dire se i prezzi cinesi sono  o non sono di dumping. Se tali prezzi fossero superiori a quelli cinesi allora si potrebbe dire che le merci di Pechino sono vendute a un valore “non fair”, cioè non ad un giusto prezzo di mercato..  

La mancanza di un riconosciuto “market economy status” sinora ha portato a tariffe e penalizzazioni per le importazioni dalla Cina e anche ad una vigorosa campagna cinese per il Mes che durava già da 10 anni. L‘Australia, la Malesia, la Nuova Zelanda e Singapore hanno di conseguenza concesso lo status di market economy.

E’ chiaro che il governo cinese non considera la questione semplicemente come un atto commerciale e di mercato ma come un fatto strategico. La Cina, dopo aver assunto la leadership economica del gruppo dei Paesi BRICS,  vuole essere considerata come un attore globale accettato dal resto del mondo, soprattutto dalle nazioni occidentali.

 

Ma la Cina sfrutta condizioni speciali

 

Di fatto, per abbattere i prezzi di vendita e vincere la concorrenza, la Cina ha spesso sfruttato una serie di condizioni speciali, quali il basso costo del lavoro, la mancanza di controlli stringenti sulla qualità, varie forme di sussidi di stato e altre importanti agevolazioni statali. Ciò ha determinato la chiusura di  numerose aziende europee,  alcune anche italiane, in quanto non più in grado di competere con i prezzi “super cheap” della Cina. 

Perciò attualmente in Europa è in corso un grande dibattito sulla convenienza o meno del riconoscimento Mes alla Cina. Attualmente si sarebbe già creata una spaccatura all’interno dell’Ue con Svezia, Olanda e Belgio favorevoli a concedere il Mes mentre altri Paesi sarebbero ancora indecisi. Però nel frattempo si susseguono ricerche e analisi per valutarne le conseguenze sull’occupazione e sull’industria europea.

 

 Per l’EPI nella UE a rischio milioni di posti di lavoro

 

In uno studio preparato dall’Economic Policy Institute (EPI) di Washington si fanno delle proiezioni, in verità un po’ troppo semplici e lineari, basate sulla ipotesi di un aumento di importazioni europee dalla Cina del 25% e del 50%. Se tali percentuali astratte diventassero realtà, si stima che nel giro di 3-5 anni l’Unione europea potrebbe perdere  tra 1,7  e 3,5 milioni di posti di lavoro e veder diminuire la sua produzione annuale tra 114 e 228 miliardi di euro, rispettivamente pari all’1 e al 2% del Pil dell’Ue.

Secondo l’EPI i settori più interessati sarebbero quelli dell’alluminio, delle biciclette, della ceramica, del vetro, delle componenti auto, della carta e dell’acciaio.

 

E l’Italia al secondo posto tra i Paesi più colpiti

 

In ordine, i Paesi più colpiti sarebbero  Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia. Ma molti in Germania hanno invitato a non dare un’importanza esagerata al suddetto rapporto. Si calcola che il commercio tra Germania e Cina avrebbe creato circa 1 milione di posti di lavoro in varie località dell’Europa.

Come è noto, il commercio tra l’Unione Europea e la Cina è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 15 anni.  Le importazioni europee sono aumentate di 5 volte passando da 74,6 a 359,6 miliardi di euro. Anche le esportazioni verso la Cina sono cresciute ad un tasso molto significativo. Ciò nondimeno a fine 2015 il deficit commerciale europeo con la Cina dovrebbe essere di 182,8 miliardi di euro.

Aegis Europe, un ufficio di coordinamento di 30 associazioni industriali europee, dai settori tradizionali a quelli delle energie rinnovabili, con attivi pari a circa 500 miliardi di euro, sta conducendo una forte campagna per bloccare l’apertura alla Cina. Aegis si è fatto promotore della linea EPI all’interno del Parlamento europeo e ha apertamente osteggiato la recente visita del presidente cinese Xi Jingping a Londra.

 

Gli Usa premono per il no (ma da che pulpito…)

 

E’ interessante notare che la pressione più forte sull’Europa a non concedere il Mes alla Cina venga  dagli USA. Da chi cioè , per anni, ha agevolato grandi importazioni e permesso stratosferici deficit  commerciali in cambio di acquisti di grandi quote di debito pubblico americano da parte della Cina.

Non si dovrebbe escludere che a dicembre 2016 gli USA potrebbero da parte loro decidere una politica selettiva, distinguendo imprese cinesi “market economy” da altre che non garantirebbero un’apertura accettabile. Ciò aprirebbe una nuova forma di guerra politico-commerciale. Le recenti pressioni americane relative al tasso di cambio del renminbi sono già una manifestazione della crescente tensione.    

Il Wall Street Journal ammonisce l’Europa: rischiate di restare senza protezioni.  Si rammenti che, quando si garantisce il Mes ad una economia, le autorità anti dumping degli altri Paesi possono iniziare delle indagini soltanto partendo dal presupposto che i prezzi e i costi di quella economia sono determinati dal mercato, e non in altro modo. In ogni caso dovrebbe essere chiaro che il nuovo “status” in verità non cambia la realtà commerciale attuale, ma avrebbe degli effetti soltanto nelle indagini contro situazioni di dumping.

 

Ma l’Europa però deve affrontare questa sfida

 

L’Europa può e deve affrontare questa sfida senza doversi chiudere a riccio. Del resto rifiutare il Mes alla Cina equivarrebbe a far ritornare indietro le lancette della storia. In verità è da tempo che occorre una grande riforma dell’Omc piuttosto che il suo blocco. Forse, oltre alla guerra monetaria in corso, c’è chi auspica anche una anacronistica guerra commerciale.

Né si può ignorare che la Cina sta entrando in una fase di grandi cambiamenti interni relativi al lavoro, ai diritti civili, alla qualità della vita, all’ambiente, al crescente ruolo del settore privato e alla trasformazione del ruolo dello Stato. Sono evoluzioni inevitabili che anche l’Europa ha vissuto nei decenni passati. Ovviamente tutto ciò porterà a dei profondi mutamenti, oltre che nella società, anche sui suoi costi economici e sugli standard produttivi.

L’Europa poi non è lasciata senza una rete di protezione. Diventare un Paese Mes vuol dire anche sottoporsi progressivamente agli stessi parametri di garanzia e di sicurezza usati in Europa.

 

E la Cina dovrà rispettare gli standard europei

 

Si rammenti che il mercato europeo è accessibile soltanto a chi risponde agli standard europei richiesti per legge. Standard che devono essere rispettati sia dai produttori europei che da quelli stranieri.

L’Europa deve certamente elaborare una sua forte e indipendente strategia geoeconomica e geopolitica nei confronti della Cina, senza però appiattirsi sulle posizioni americane. E’ chiaro che gli Usa sono più che interessati a rompere i legami economici e commerciali, tra Europa e Cina. Ciò fa parte della strategia di Washington di “catturare” l’Ue nell’accordo TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il nuovo Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti di libero scambio tra Usa ed Europa che avrebbe, questo sì e con certezza, effetti deleteri per la nostra industria e la nostra agricoltura.

In questa prospettiva  l’Europa potrà anche meglio definire il proprio protagonismo nella realizzazione, insieme ai cinesi e non solo ad essi, delle grandi opere infrastrutturali nel continente euroasiatico, a partire dalla Nuova Via della Seta di cui tanto si parla.

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