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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 3635 volte 07 marzo 2016

Quando Standard&Poor’s volle far cadere il governo Berlusconi

Di Redazione  •  Inserito in: Geopolitica, Primo Piano

Il processo a Trani contro le Agenzie di rating sta entrando nel vivo

Potessi finire sotto processo a Trani! Era, e forse lo è ancora, una invettiva e una maledizione che la gente del popolo lanciava in Puglia, quando perdeva il lume degli occhi. Perché la magistratura di Trani aveva fama di inflessibile severità, e se essere processati era già un guaio, esserlo a Trani era un guaio doppio.
Sotto processo a Trani sono ora finite, com’è noto, le due Agenzie di rating Standard&Poor’s e Fitch.
La prima è accusata di aver fornito intenzionalmente ai mercati, tra maggio 2011 e gennaio del 2012 quattro report con informazioni distorte in merito all’affidabilità creditizia ed alle iniziative di rilancio e risanamento economico adottate dal governo italiano (presieduto allora da Silvio Berlusconi), in modo da disincentivare l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne così il valore. Seguirono poi, com’è noto, il 13 gennaio 2012, sempre da parte di Standard&Poor’s, il declassamento di due gradini del debito pubblico italiano (da A a BBB+, con out look negativo),declassamento che ingigantì il divario d’interesse tra i titoli decennali italiani e i Bund tedeschi, creando una situazione drammatica che costrinse Berlusconi alle dimissioni, aprendo la strada al governo “tecnico” guidato da Mario Monti.
Fitch a sua volta è accusata d’aver fatto, prima di annunciare anch’essa, il 27 gennaio 2012, il declassamento dell’Italia, anticipazioni anomale, che avrebbero provocato effetti di turbolenza, di volatilità e negatività dei titoli italiani, “divulgando a mercati aperti informazioni che avrebbero dovuto restare riservate, e che erano idonee a provocare sensibili alterazioni del prezzo degli strumenti finanziari”. Insomma: una ulteriore manipolazione del mercato italiano, dopo quella messa in atto da Standard&Poor’s con quattro report di classiche previsioni negative autoavveratesi.
E invece, ha affermato davanti ai giudici di Trani l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti,”la posizione del governo italiano nel 2011 era di assoluta stabilità. L’ipotesi di una paralisi politica era pari a zero”.

Un bombardamento a tappeto delle Agenzie di rating sull’Italia

In realtà quello delle agenzie di rating nei confronti dell’Italia da metà 2011 in poi è stato una sorta di bombardamento a tappeto, che ha avuto il suo momento più intenso tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, ma è continuato anche dopo, e sembra arrestatosi solo ora, con un rating che mantiene l’Italia a un passo dal precipizio. Nell’arco di appena tre anni infatti il rating sul debito pubblico italiano è passato per Standard&Poor’s da A+, cioè da un soffio sotto il massimo affidamento, a BBB-, cioè appena un gradino sopra “junk”, vale a dire spazzatura.
Ancora nel 2010 infatti Standard&Poor’s assegnava al debito italiano un rating di A+, mentre le altre due Agenzie, Moody’s e Fitch, le assegnavano il primo livello di merito.
Poi a metà 2011 cominciarono i report negativi che si concretizzarono il 19 settembre nel downgrading, cioè nel declassamento da A+ ad A, cui seguirono il 4 ed il 7 ottobre quelli analoghi di Moody’s e di Fitch .
Appena quattro mesi dopo, cioè nel gennaio 2012, Standaard&Poor’s spara un’altra bordata, e abbassa il rating sul debito sovrano italiano di altri due gradini, da A a BBB+, con outlook negativo, e pochi giorni dopo anche Fitch si adegua, tagliando anch’essa due “notch”. E due gradini taglia anche Moody’s nel luglio successivo.
Nel dicembre 2014 infine Standard&Poor’s porta il rating sull’Italia da BBB a BBB- un gradino sopra il giudizio di “spazzatura”. Giudizio riconfermato a maggio di quest’anno, con “out look” stabile, ma con una non larvata minaccia: il rating potrebbe essere abbassato ancora di un gradino, qualificando “spazzatura” i Buoni del Tesoro italiano “se persistono le rigidità nel mercato del lavoro e nei mercati dei prodotti e servizi”. Cioè, par di capire, se il governo italiano, dopo avere varato il “job Act”non prosegue su quella strada accentuando ulteriormente la flessibilità nel lavoro, se non liberalizza i servizi privatizzando le molte aziende municipali, e se non apre ancora di più il suo mercato agli operatori esteri.
Dopo la denuncia dell’Adusbef e della Federconsumatori, che ipotizzavano appunto la manipolazione dei mercati da parte di Standard&Poor’s e di Fitch, e dopo una lunga istruttoria, sono stati avviati due distinti processi che procedono parallelamente ma separatamente.

Il processo a Standar&Poor’s sta entrando nel vivo

Per Standard&Poor’s c’ è stata lo scorso 6 marzo un’udienza fiume, durata ininterrottamente otto ore, con duelli continui tra gli avvocati dell’accusa e quelli della difesa. Questi ultimi avevano sollevato tutta una serie di eccezioni: dalla carenza di giurisdizione del giudice italiano alla mancanza di competenza del Tribunale di Trani; dalla nullità del processo per omessa traduzione in lingua inglese di alcuni atti all’asserito deposito tardivo di altri, ed alla mancanza di titolarità delle Associazioni dei consumatori a costituirsi parte civile. Il Tribunale però le ha respinte tutte: ha confermato la presenza, quali parti civili, dell’Adusbef e della Federconsumatori, ha dichiarato la propria competenza e giurisdizione per le figure apicali di Standard&Poor’s, ed ha trasmesso a Milano la competenza per il processo a Fitch quale persona giuridica, riservandosi in una successiva seduta il giudizio sulla competenza a processare Standard&Poor’s quale persona giuridica.
Dopo queste prime schermaglie procedurali, il processo ha cominciato ad entrare nel vivo il 23 settembre scorso con le deposizioni dei testimoni, cominciando da quelli chiamati dall’accusa, tra i quali spiccavano l’ex primo ministro Romano Prodi, l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti, il presidente della BCE Mario Draghi.

Giulio Tremonti protagonista dell’udienza

Avendo poi rinunciato alla testimonianza di Mario Draghi, considerando sufficienti le dichiarazioni rese dal presidente della BCE precedentemente interrogato, ed essendo assente Romano Prodi (che è stato nuovamente citato per le sedute previste per novembre e dicembre), protagonista indiscusso dell’udienza del 23 settembre è stato l’ex “superministro” dell’economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti, il quale, pur con il suo distaccato e pacato stile anglosassone, si è tolto evidentemente non pochi sassolini dalla scarpa, mettendo in difficoltà gli avvocati dell’Agenzia di rating statunitense.
Tremonti infatti ha ricordato che nel suo report del maggio 2011 Standard&Poor’s preannunciava instabilità per l’Italia, ma – ha sottolineato l’ex ministro- non c’era alcun elemento proveniente dalla Banca d’Italia, dall’Istat, dalla Corte dei Conti, dal Fondo Monetario Internazionale o dall’Ocse che potesse confermare quelle previsioni negative.
Secondo Tremonti i dati che avevano indotto il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea, l’Ocse, ed in generale tutte le Istituzioni pubbliche ed i soggetti privati che visionavano i fondamentali economici dell’Italia ad esprimere pareri favorevoli, erano gli stessi in possesso di Standaard&Poor’s, ed anche questo rendeva immotivato il declassamento. Le stesse due altre Agenzie di rating, Moody’s e Fitch, dopo i report emessi da Standard&Poor’s avevano dichiarato che non c’erano i presupposti per il downgrading. Ed il Ministero del Tesoro, dopo l’annuncio del 20 maggio 2011 col quale Standard&Poor’s mutava da stabile a negativo l’outlook sul debito italiano, preannunciando instabilità per l’Italia, contrariamente alle sue consuetudini aveva emesso un comunicato in cui rilevava come il quadro economico e finanziario dell’Italia fosse stabile, con un’economia che correva più di quelle di Francia e Germania, esposte molto più dell’Italia con prestiti alla Grecia.Difficile dire perciò cosa abbia causato quel giudizio negativo emesso da Standard&Poor’s.

Si voleva far cadere Il governo Berlusconi

Per Elio Lanutti, presidente dell’Adusbef , la causa di quel declassamento è evidente. “Ci fu- egli ha ribadito a Trani- una vera e propria volontà di destabilizzare politicamente l’Italia”. Si voleva cioè far cadere il governo Berlusconi. Dichiarazione tanto più significativa in quanto, all’epoca dei fatti Lanutti era senatore nello schieramento di opposizione al governo. Ma, egli ha precisato, temeva un attacco alle istituzioni democraticamente elette. Di qui la denuncia dell’Adusbef, a difesa anche delle migliaia di risparmiatori pesantemente danneggiati dalle conseguenze negative che i report ed i downgrading ingiustificati causarono sui mercati finanziari italiani. In tutto 120 miliardi di euro di danni per l’Italia, secondo la Corte dei Conti.
A Trani è emerso un ulteriore particolare a sostegno di questa ipotesi. Le indagini della Guardia di Finanza hanno accertato infatti che il 3 agosto 2011, due giorni prima della famosa lettera della BCE che ingiungeva al governo italiano le misure da prendere, in una e-mail interna di Standard&Poor’s un dirigente, che evidentemente aveva il dono della chiaroveggenza, scriveva che per l’Italia era meglio prender tempo, poiché “c’è la possibilità che si instauri un governo tecnico, perché Berlusconi è sotto pressione, e andrà da Napolitano per parlare”.
Ma le motivazioni politiche nel downgrading dell’Italia da parte di Standard&Poor’s non sarebbero le sole. E’ emerso poi, com’è noto, un ulteriore particolare alquanto sconcertante. Il Tesoro italiano aveva in essere cioè un contratto derivato con la banca americana Morgan Stanley. Solitamente questi contratti prevedono, che, sopravvenendo alcune condizioni, l’una e l’altra parte abbiano il diritto di chiedere l’estinzione del contratto e la liquidazione dell’eventuale attivo contabilizzato in quel momento. Ma nel contratto stipulato col Tesoro italiano quel diritto lo aveva solo la banca americana, che essendo sopraggiunto il downgrading (condizione risolutiva prevista) ha immediatamente chiesto il pagamento della differenza attiva, ed il Tesoro italiano ha liquidato senza batter ciglio 2,5 miliardi.
A pensar male (per cui si fa peccato, ma a volte ci si azzecca, come diceva Andreotti) alcuni sono spinti dal fatto che la banca Morgan Stanley è tra gli azionisti del colosso dell’informazione Mc Graw Hill, il quale controlla Standard&Poor’s, a seguito del cui giudizio negativo sull’Italia la Morgan ha guadagnato 2,5 miliardi.

Il “fuoco d’artificio” a Trani è solo all’inizio

Ma il “fuoco d’artificio” che nasce da Trani è solo all’inizio. Per le due udienze che dovrebbero tenersi prima della fine dell’anno infatti sono stati chiamati a deporre l’ex primo ministro Romano Prodi, l’attuale ministro dell’economia Padoan, che all’epoca dei fatti era vicesegretario generale dell’Ocse e nel caso di suo impedimento la direttrice generale del Tesoro Maria Cannata, l’ex premier Mario Monti, il presidente della Consob Giuseppe Vegas (la Consob, assieme alla Banca d’Italia, si è costituita come parte offesa, mentre non si è costituito parte civile il ministero del Tesoro, suscitando le aspre polemiche dell’opposizione). Questa Rivista va in stampa prima dell’udienza del 19 novembre. Di essa riferiremo tempestivamente sul sito della Rivista (www.lafinanzasulweb.it).
La difesa di Standard&Poo’rs ha preannunciato a sua volta la citazione di una trentina di testimoni a discarico.

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