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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 6315 volte 20 ottobre 2016

L’otto settembre del Monte dei Paschi

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

Dopo il “diktat” di J.P.Morgan

 

 

di Giorgio Vitangeli

 

Mentre scriviamo la storia continua, e si aggroviglia. Dopo l’amministratore delegato, Fabrizio Viola, “dimissionato” l’8 settembre con  una telefonata dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, che diceva di parlare “a nome del presidente del Consiglio”, il 14 sera si è dimesso anche il presidente dell’antica banca senese (la più antica d’Italia…) Massimo Tononi.

Le motivazioni ufficiali delle dimissioni di Viola fanno ridere. Su richiesta della Consob infatti Montepaschi ha chiarito (si fa per dire…), che esse derivano da una valutazione da parte del “contesto istituzionale” sull’opportunita’  di un suo passo indietro per il buon esito del previsto nuovo aumento di capitale. Il “contesto istituzionale” è infatti una locuzione così vaga e onnicomprensiva che dice tutto e niente allo stesso tempo.

Sulle dimissioni anche del Presidente Tononi , per ora, neppure uno straccio di giustificazione ufficiale. Era al vertice della banca senese da appena un anno, dopo le dimissioni di Alessandro Profumo. Ha ballato una sola estate.

“E’ stata completata la prima fase di rilancio della banca”, lui ha detto. Più o meno le stesse parole che aveva detto Profumo, dimettendosi un anno fa. E con la banca senese nel pieno della tempesta, verrebbe  da ridere amaro. Ma paradossalmente Tononi, e prima di lui Profumo, ed ancor più Viola, hanno ragione:  la gestione ordinaria del Monte dei Paschi infatti è ritornata  a produrre utili.

Ma allora perché viene dimissionato dalla sera alla mattina un amministratore delegato che dopo quattro anni di duro lavoro ha compiuto questo mezzo miracolo, e con lui se ne vanno ( o se ne devono andare…) i due presidenti che sono stati al suo fianco?

 

Le brame di J.P. Morgan

 

La verita’ che emerge con sempre maggior chiarezza è che Viola, ed evidentemente anche l’ex presidente Tononi, sono stati stritolati dai due bracci di una morsa: da un lato l’insaziabile bramosia della speculazione internazionale ( e nel caso specifico della banca d’affari americana J.P.Morgan in particolare) e dall’altro  dai calcoli politici del presidente del Consiglio Renzi.

Una bramosia ingorda e insaziabile, quella della speculazione internazionale, che da tempo ha preso di mira il sistema bancario italiano con una serie di obbiettivi. Quello minimo è di lucrare sui sobbalzi della Borsa, propiziati ad arte, enfatizzando il problema dei crediti in sofferenza ( ed ignorando invece totalmente il problema ben più grave delle cifre stratosferiche di derivati tossici in portafoglio alle grandi banche tedesche, francesi, svizzere).

Un secondo obbiettivo è quello di acquistare per un tozzo di pane (il 20- 30% del loro valore nominale) i crediti in sofferenza delle banche italiane, e farci poi un’altra ingozzata di miliardi di euro di utili.

Un terzo obbiettivo è quello di lucrare miliardi di euro di laute commissioni, partecipando ai Consorzi per gli aumenti di capitale che le grandi banche italiane debbono fare per adeguare i loro parametri patrimoniali  alle direttive europee.

Infine, obbiettivo massimo, mettere le mani direttamente su qualche grossa  banca italiana: Monte dei Paschi, ad esempio. Corre voce che la stessa J.P. Morgan abbia valutato questa possibilita’ nei mesi scorsi.  Ma ora di un suo intervento diretto sul capitale non c’è nemmeno bisogno. Infatti, come ha scritto “Il Fatto Quotidiano” “J.P. Morgan, con l’appoggio di Palazzo Chigi, si sta impadronendo del destino del Monte dei Paschi” perché “J.P.Morgan propone, Renzi dispone, e tutti obbediscono”, a cominciare dalla BCE.

 

E i calcoli di Renzi

 

Ma perché Palazzo Chigi  dispone quel che la banca d’affari americana propone? E perché il piano di J.P.Morgan, combinandosi coi timori di Renzi, ha portato al brutale dimissionamento  di Viola?

L’amministratore delegato di MontePaschi era entrato in contrasto con J.P. Morgan, che assieme a Mediobanca guida il Consorzio per l’aumento di capitale, su  due punti  essenziali: i tempi dell’operazione ed il costo degli “advisor”, cioè le provvigioni da pagare alla stessa banca americana e alle altre banche partecipanti all’operazione. Si parla di una richiesta stratosferica: 600-700 milioni di euro, a fronte dei circa 200 ipotizzati da Viola.

Quanto ai tempi dell’operazione, Viola insisteva perché si rispettasse il calendario previsto, e cioè  l’aumento di capitale avvenisse entro la fine dell’anno, ma J.P. Morgan cominciava a nicchiare.

A dare il via (e l’alibi…) uno studio di Goldman Sachs apparso agli inizi di settembre, nel quale si sosteneva che  in caso di “no” al referendum sulle modifiche costituzionali proposte dal governo Renzi, sarebbero tornati i timori del  “mercato” sulle banche italiane e sui loro crediti deteriorati,  e gli aumenti di capitale richiesti (oltre ai 5 miliardi di Montepaschi altri 7 di Unicredit) rischiavano di trasformarsi in una strada tutta in salita, se non in una “via crucis”. Vittorio Grilli, gia’ ministro dell’economia nel governo Monti, ex Goldman Sachs ed ora a capo di J.P. Morgan  per il “Corporate Investment” in Europa, mostrò di condividere quei timori.  Viola invece no.

E così ha fornito l’alibi per il suo siluramento. Egli aveva gia’ chiesto al “mercato”  due aumenti di capitale, per complessivi 8 miliardi. Ora  ne chiedeva altri 5. Ma a quanto ha cominciato a sostenere Grilli,  gli investitori istituzionali esitavano, e chiedevano (beninteso loro, non J.P.Morgan) una “discontinuità col passato’”, cioè la testa del vertice della banca.

Sulla questione, indirettamente  in appoggio di Renzi e della banca d’affari americana, è entrato anche l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, il quale suscitando un vespaio di polemiche ha dichiarato che se avesse vinto il “no”, gli investitori americani  si sarebbero tenuti lontani dall’Italia. Una plateale intrusione nella nostra politica interna; un vero intervento a gamba tesa. Ma nessun arbitro ha mostrato il cartellino rosso, decretando l’espulsione.

Renzi, anzi, ha capito perfettamente l’antifona, che d’altronde confermava e ingigantiva i suoi timori., e che  l’amministratore delegato di J.P. Morgan Jamie Dimon, giunto pochi giorni prima in Italia, deve aver confermato nei contatti avuti col nostro governo.

 Se l’aumento di capitale fosse fallito, si sarebbe reso indispensabile un qualche intervento diretto dello Stato. Ma in caso di salvataggio pubblico ( e dove reperire le risorse?), sarebbe scattata la norma europea che obbliga al “bail in”. Cioè l’onere del salvataggio sarebbe ricaduto anche sui titolari di azioni e di obbligazioni subordinate. Rischiava di ripetersi cioè quanto accaduto lo scorso autunno con le quattro banche (Popolare dell’Etruria in testa) collassate, e le manifestazione di piccoli risparmiatori rovinati, e magari il suicidio di qualche anziano disperato per aver perduto i risparmi d’una vita. Uno scenario da incubo per Renzi a ridosso del referendum in cui rischia di giocarsi tutto.

Dunque: via libera da Palazzo Chigi alla defenestrazione di Viola.

 

Un futuro dal cuore antico

 

Dicono che il CdA di Montepaschi a questo punto abbia  incaricato il cacciatore di teste Egon Zehnder di trovare un nuovo amministratore delegato. In realtà “la testa” l’aveva già trovata J.P. Morgan, ripescando tra i suoi ex  manager: quella di Marco Morelli.  Tant’è che lo stesso Morelli assieme all’allora presidente di MPS Massimo Tononi ed al presidente del Comitato per le nomine Alessandro Falciai si sono subito recati in pellegrinaggio alla BCE per una “consultazione informale”, come è stato detto, e che sarebbe meglio definire invece del tutto “irrituale”.

Sta di fatto che Morelli deve aver ottenuto il “placet” preventivo da Draghi, tant’è che il CdA di Montepaschi, subito convocato, ha cooptato l’uomo imposto da J.P. Morgan e lo ha nominato subito amministratore delegato e direttore generale.  Insomma: tutto il potere a Rocca Salimbeni è ora nelle sue mani. Quale proconsole, ovviamente, di J.P. Morgan, delle altre grandi banche d’affari americane e degli investitori istituzionali

L’aspetto paradossale di tutta questa storia è che, invocando una “discontinuita’ col passato” è stato riportato a Siena un uomo che a Montepaschi ha un passato ancora più antico di quello di Viola: dal 2006 al 2010 è stato infatti vicedirettore generale e direttore finanziario. Incorrendo anche in qualche disavventura. Nel 2013 infatti la Banca d’Italia gli comminò una pesante multa per il ruolo da lui avuto nel cosiddetto finanziamento “Fresh”, di cui – guarda, guarda- fu protagonista J.P. Morgan, da cui Morelli proveniva. Le sanzioni amministrative , secondo le regole europee, devono essere valutate per giudicare della onorabilita’ dei banchieri, e quindi  della loro idoneita’ a ricoprire tale ruolo. Ma per Morelli, evidentemente, Draghi  ha chiuso un occhio (a questo è servita la “consultazione informale?”).

Prima di assumere ora la carica di amministratore delegato e direttore generale del Monte dei Paschi , Marco Morelli guidava in Italia Bank of America-Merril Lynch, che fa parte del Consorzio di collocamento dell’aumento di capitale di  Monte dei Paschi.

“Un intreccio galattico di conflitti d’interesse”,  ha tuonato “Il Fatto Quotidiano”. Ma non è colpa loro, poveretti.  Non bisogna pensar male, che tra l’altro si fa peccato. La verità è che le grandi banche d’affari si contano sulle dita di una mano. Quasi tutte americane, a cominciare da Goldman Sachs, autentico crocevia tra finanza e politica, con una rete che copre il mondo intero.

Ed i manager di vertice della finanza internazionale sono anch’essi una piccola pattuglia, che è costretta a giocare ai quattro cantoni.

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