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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 7419 volte 08 marzo 2016

Le responsabilità dei politici e quelle degli economisti per la crisi del sistema

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

di Fabrizio Pezzani*

 

 

*Professore Ordinario di programmazione e controllo all’Università Bocconi di Milano

Membro del Consiglio Strategico SDA Bocconi- School of Management

 

Davanti a uno tsunami globale di devastanti proporzioni sociali, morali e finanziarie

 

Il tema proposto dal titolo è ormai fondamentale e non rinviabile per provare a capire le aree di responsabilità  dei modelli culturali che hanno contribuito a farci travolgere da uno “ tsunami “ globale di immani e devastanti proporzioni sociali , morali  e finanziarie, dal quale non solo non sembra di uscire ma si ha anzi la percezione, sempre più evidente nei fatti, che le ricette proposte non facciano che peggiorare nel mondo i problemi a tutti i livelli.

La incapacità delle elites , a livello mondiale , di capire che siamo di fronte ad una crisi storica legata al fallimento di un modello socioculturale, a partire dagli Usa , è ormai drammaticamente evidente, ma invece di affrontare le sfide della storia con creatività, coraggio, cultura storica  dell’animo umano e lucidità critica, insomma con il pensiero, si rimane ancorati a vecchi modelli, da tempo passati sotto i ponti della storia. Keynes , grande scienziato sociale, sosteneva nella “ Teoria Generale “ che i cambiamenti erano bloccati non tanto dagli interessi costituiti quanto dalla resistenza vischiosa prodotta da abiti mentali desueti ma radicati, concluse la sua opera  scrivendo :“presto o tardi sono le idee non gli interessi costituiti che sono pericolose, sia in  bene che in male”.

Così aumentano i conflitti, si esasperano gli animi e si alimentano “conflitti di civiltà”, il terrorismo, e la ribellione vestita da guerre di religione, ma forse alimentata piuttosto dalla fame, dalla lotta di classe, e dagli errori commessi in questi ultimi trent’ anni dalla caduta del muro di Berlino.

 

La paura alimentata dalla classe politica per sopravvivere

 

Forse ha ragione Bauman ( “ Modus vivendi “, Laterza ,2008 ) che accusa la classe politica che, per sopravvivere a sé stessa e priva di grandi idee,  cerca la legittimità nello stato di paura, da cui ci deve difendere : “ Non dovrebbe essere troppo difficile rintracciare le ragioni della rapida e spettacolare carriera di questo inganno. In un periodo in cui tutte le grandi idee hanno perso credibilità, la paura di un nemico fantasma è tutto quello che è rimasto ai politici per conservare il potere “ ( “ Modus vivendi , pag.15 ) …e la strategia di capitalizzare il terrore è una tradizione che risale ai primi anni dell’assalto neoliberista allo Stato”.( pag.17 ). 

Qui sta il problema di fondo, perché quel modello socioculturale è stato ammantato di verità incontrovertibile da premi Nobel, macroeconomisti quantitativi legati a doppia mandata alla finanza degli Stati Uniti,  società di rating , emeriti accademici, società di consulenza, banche d’affari, che hanno fatto credere verità inesistenti – l’economia come scienza esatta ed astratta dall’uomo – quando la sua natura è di essere scienza sociale e morale.

Gli economisti quantitativi hanno rotto i ponti con la filosofia, con l’etica e la morale, con la “ Storia dell’uomo “, con la sociologia, quella legata alla  “societas” ed infine con la politica intesa nel senso più nobile, secondo Aristotele, e non come una bassa negoziazione di “do ut des”, senza fondamenti morali.

E pensare che le ipotesi di base su cui erano proclamati tali  dogmi erano state dichiarate dallo stesso Von Hayek, considerato capostipite di tale scuola, come una  “attitudine non scientifica”!

 

 Una ricchezza separata  e sovraordinata agli Stati

 

La globalizzazione negativa, come la definisce Bauman, basata sul neoliberismo, ha scardinato le gerarchie sociali e politiche separando la ricchezza dagli Stati e sovraordinandola ad essi; la ricchezza e la finanza ad alta concentrazione finiscono per condizionare le scelte politiche e separarle dal potere. In questo modo si esercitano pressioni per riforme più utili ad interessi privati, e la giustizia diventa favorevole ai più forti, ma in questo modo la negazione della giustizia diventa la negazione della pace. La “società aperta“ diventa aggredibile e viene  esposta alla “rapacità di forze che non controlla e che non spera o non intende più riconquistare e sottomettere“  ( Bauman , op.cit. pag. 26 ).

Il neoliberismo, invocato come superamento degli assolutismi, è diventato esso stesso un assolutismo, inoltre in un mondo globalizzato in questo modo non esistono problemi locali che non siano influenzati da fattori esterni, come abbiamo sperimentato in questi anni con andamenti ”irrazionali“ dello spread e del rating, ma funzionali alla definizione di assetti politici e di decisioni di politica estera.

La “campagna d’Europa 2010-12,  cominciata con l’attacco al mercato piccolo ed illiquido dei titoli del debito greco e funzionale ad indebolire l’euro, con un effetto domino ha evidenziato che “gli strumenti finanziari come i cds  sono armi di distruzioni di massa “  come dice Warren Buffet.

 

La manipolazione fraudolenta dei rating

 

In questi giorni il Dipartimento di Giustizia americano ha condannato Standard&Poor’s per manipolazione fraudolenta del rating; anche i bambini dell’asilo lo capiscono ma non i media: sarebbe meglio definirli “ under media “ o “ media plancton “, troppo abituati a scrivere sotto dettatura, più facile che pensare . “Under media” che hanno messo in ridicolo la Procura di Trani e la Corte dei Conti, che avevano evidenziato l’inadeguatezza opportunistica di un rating, attribuito all’Italia per esercitare pressioni politiche. Adesso sarebbe ora che la magistratura penale e quella contabile riprendessero in mano  quell’episodio, alla luce della sentenza americana.

Così di fronte a cambiamenti radicali   noi, come Paese, stiamo finendo in uno stagno mortale che ci priva del coraggio necessario per affrontare queste sfide epocali; non possiamo essere indipendenti, ma non possiamo nemmeno essere dipendenti al punto da perdere l’autonomia che è condizione indispensabile per ogni singola istituzione, a partire dalla famiglia.

Qui sta l’arte della politica, nel senso più nobile,  ma richiede cultura, visione della storia, una visione anche utopica della società. Elementi che oggi sembrano carenti nella classe politica e dirigente in senso lato del Paese.

 

Banche Popolari e BCC: una riforma antistorica

 

In questo confuso contesto il governo ha affrontato, tra gli altri, il tema del cambiamento statutario delle Banche Popolari e  delle  Banche di Credito Coperativo con una riforma che mette in evidenza, certamente, i  ritardi nei cambiamenti a loro richiesti da tempo,  ma ha una connotazione  antistorica e discutibile.

Le popolari e la Bcc hanno avuto un immobilismo eccessivo nella governance, che ha finito per generare comportamenti opportunistici, ma il nostro è un paese che da  40 anni non produce cultura e vive della rendita: che sia la politica, cioè la prima colpevole, a sollevare e cavalcare il problema è emblematico.

Gran parte della responsabilità del disastro non è attribuibile solo all’avidità ed all’immoralità dei politici ma anche al contesto culturale che i guru della finanza e dell’economia hanno contribuito a creare, rendendo i titoli tossici – derivati , cds , futures , otc ..- una sorta di elisir di lunga vita, perché  l’asimmetria informativa dominante obbligava a fidarsi degli  “ sciamani “ della finanza, che garantivano la verità incontrovertibile .

Evidenziare i problemi delle Banche Popolari  e delle Bcc è corretto, ma in questo momento non sembra essere certo  la priorità di un paese in cui tutto peggiora; non sembra utile, per farle diventare spa, accentuare i conflitti con quei soggetti che nel bene, e talora anche nel male, rappresentano la storia del paese, la solidarietà collaborativa a cui si deve ritornare, il legame con il territorio e con l’economia reale.

 Ed è del tutto fuori luogo, per giustificare questa forzatura,  riesumare dal sarcofago nubiano dove la storia lo aveva seppellito il  mantra del “creare valore per gli azionisti “.  Forse si pensa sia più facile in tal modo  fare entrare  capitali e fondi finanziari stranieri che però, guardando solo al profitto, non sono minimamente interessati a creare quel capitale sociale da cui invece bisogna ripartire.

 

Il rischio di scalate e della concentrazione del credito

 

In un contesto di debolezza contrattuale potrebbe poi essere facile a capitali esterni, troppo spesso non regolamentati, acquisire a condizioni oggi particolarmente favorevoli nelle stesse banche popolari una partecipazione anche minoritaria, ad esempio il 10 % , evitare le opa previste dal Testo Unico Finanziario e governare un agglomerato importante, che potrebbe poi procedere alla scalata, a stralcio, di importanti istituti di credito in difficoltà.

Ma la progressiva concentrazione del credito in un paese altamente frammentato, con il 94%  degli occupati nelle medie e piccole imprese, crea il rischio dell’esercizio di un potere non regolato, essendo gli interessi di quel capitale esterni al paese e si finisce per separare il capitale dal lavoro a scapito di quest’ultimo, che viene messo in una posizione giugulatoria come vediamo ogni giorno. Il ruolo di regolazione di Bankitalia diventa determinante e critico per garantire la riduzione di potenziali conflitti di interesse e la continuità territoriale del rapporto dei soggetti.

Le riforme vanno fatte, ma prima di farle bisogna capire il come ed il quando in una logica di trasparente rendi contabilità. Altrimenti farle per farle senza una trasparente armonia fra di esse  crea solo confusione e dubbi interpretativi, soprattutto nell’ambito di una finanza il cui potere va tenuto sotto controllo.

Così si ha l’impressione di essere in un contesto  di riforme “ pot-pourri “. in cui ognuna nasce svincolata dalle altre con una sua vita propria,  anche lontana dalla realtà che deve modificare; in compenso tutto è peggiorato e sta peggiorando in una confusione di messaggi in cui non si capisce più il senso della continuità della storia e dello scenario a cui tendere per riunire il paese verso un bene comune condiviso. La politica, priva di grande idee, deve stare a galla su un surf, tramite una rincorsa continua ad emergenze, leggi .. sempre di corsa, senza capire che bisogna andare a fondo per capire i problemi e non “ surfare “ sulle onde in continuazione, aspettando le successive elezioni.

 

Banche Popolari, BCC Casse di Risparmio: la storia di un Paese

 

Le banche popolari , le Bcc e le Fondazioni nate da esse e dalle Casse di Risparmio sono la storia di un paese che si è fatto sull’artigianato, sulla creatività che ne deriva, sulla solidarietà sociale ed economica, sull’attaccamento al territorio, che sono le fondamenta di una società che cresce nel rispetto delle persone, verso un’uguaglianza anche nei redditi che rafforza i legami sociali.

Queste realtà si sono sviluppate più nel Nord del Paese, dove l’antica cultura contadina ha dato luogo alla mezzadria – più si produce e più si divide – ma non nel Sud, dove il latifondo ed il bracciantato hanno creato la cultura della rendita.

La solidarietà non è nella natura dell’uomo, ma nasce nel bisogno e dalla paura che unisce i deboli a fronte di possibili drammi umani e sociali. Il Nord, perennemente arato dalle invasioni, ha sviluppato quest’attitudine culturale che oggi è fondamentale per affrontare i problemi della paura e dell’insicurezza di cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Grazie a questo modello socioculturale il Paese ha sviluppato la cultura dell’economia reale e della manifattura, che ci mette ancora oggi ai primi posti al mondo in diversi settori. Tra le prime 7 regioni europee a più alto lavoro manifatturiero ce ne sono quattro italiane : Piemonte , Lombardia , Veneto , Emilia-Romagna; in queste il legame di solidarietà con il territorio è espresso dal fatto che la raccolta dei capitali viene controllata maggiormente,  e spesso essi sono in gran parte investiti dove sono raccolti. E’ questa la natura del credito cooperativo, la sua vocazione solidaristica, ed il legame stretto con il territorio.

C’è  dunque alla base delle Banche Popolari un legame storico e culturale che va ripensato nelle modalità, se necessario, ma con prudenza, con attenzione alla storia ed alla cultura dei popoli che si forma e si sedimenta nel corso dei secoli.

 

Gli errori e le deformazioni venuti dalla politica

 

E veniamo ora al tema caldo degli errori e delle deformazioni attribuite al ruolo dei politici nelle Fondazioni.  L’avidità di troppi soggetti, la mancanza di regole morali e l’incompetenza tecnica hanno portato alla dissipazione del risparmio creato da intere generazioni, ma è stato il contesto tecnico-culturale che ha steso davanti a loro un “ tappeto rosso“  I primi anni di questo secolo, infatti, sono stati gli anni dei derivati, dei sub-prime, dei cds, insomma della finanza dominante, non regolamentata, creatrice di valore solo per pochi, e della cultura del pensiero unico che non ammette critiche. In questi anni la finanza si è appoggiata alla strumentazione matematica, che per traslazione dava la certezza del numero ma la allontanava dal mondo reale. La “ tecknè “ matematica è diventata dominante, come rileva Severino, così da mezzo è diventata fine a cui tendere. Questa verità della finanza “ razionale “, staccata dalla realtà e costruita con sofisticati calcoli matematici  fatti da fisici nucleari, da matematici puri, da statistici, da econometristi alla fine era capita da pochi,   così in presenza di asimmetrie informative come si fa a non fidarsi delle garanzie date dal pensiero dominante ed a non riempirsi di derivati? Non farlo sembrava essere un errore gravissimo.

Allora la colpa dei tali errori è solo da attribuire all’avidità ed alla immoralità diffusa dei politici nelle Fondazioni o non anche a coloro che sostenevano l’assoluta utilità di quei derivati rivelatisi “tossici”?

Le principali banche d’affari di Wall Street  nei loro board non avevano politici né personaggi indicati dalla politica  ma, funzionando da cinghia di trasmissione tra potere e realtà, hanno contribuito a provocare il disastro che vediamo ed ancora riescono a condizionare la regolamentazione dei loro prodotti tossici e navigano su un mare sterminato di derivati. Ma allora è un problema di formule o di uomini e di modelli culturali ?

 

Le responsabilità degli economisti

 

Ogni paese ha la sua storia che si è fatta nei secoli e perdere il contatto con essa per seguire modelli astratti può essere molto pericoloso, perché si perde la propria identità. Emblematico è stato un editoriale del Corriere della Sera nel luglio del 2009 in cui si dava evidenza di come a fallire per prime nel 2007 fossero state le banche popolari tedesche, per colpa dei politici che le spingevano a lavorare sui prodotti tossici. Ma in quegli anni – dal 2003 al 2008 – chi diceva che quei prodotti, promossi anche dal presidente della Federal Reserve, Greenspan, erano tossici? Assolutamente nessuno , anzi è vero il contrario perché come sosteneva Lucas nel 2004 alla convention degli economisti americani “ tutti i problemi di errore dei mercati erano risolti, e nessun problema si vedeva nel futuro”. Infatti fino al giorno precedente al fallimento la Lemhan  Brothers aveva la tripla A  .

Questa crisi è stata determinata da uomini, e non da eventi naturali ed imprevedibili. Spesso questi uomini si sono laureati nelle università migliori; possiamo cominciare a domandarci che responsabilità hanno questi uomini ed i loro maestri nell’ averci messo in questa mortale situazione?  E’ questo il vero  problema perché sono rimasti a pontificare sulla immoralità dei politici ed a parlare della “Corporate Social Responsability”, ma le loro responsabilità le hanno fatte scivolare via come l’acqua sui vetri quando piove.

Le responsabilità a vario titolo sono di tutti e tutti assieme dobbiamo condividerle: è troppo comodo dare le colpe agli altri.

Questa crisi è culturale ed antropologica ed i modelli che l’hanno sostenuta non hanno scusanti. Allora proviamo anche a metterci tutti  in discussione per il bene comune, per i più poveri ed i più disagiati, per le minoranza dimenticate, perché sia possibile ricreare un clima di accettazione reciproco. Superare le difficoltà può comportare dolore, ma se condiviso è sopportabile. Per superare il conformismo soffocante ci vuole anche il coraggio ma il coraggio, purtroppo, non si compra al supermercato in bustine, ma lo si trova solo dentro di sé e nell’esempio dei tanti che in questo paese operano per il bene comune . 

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