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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 3618 volte 27 luglio 2016

Le follie di un mondo bancocentrico: repetita (non) iuvant

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Primo Piano

 

Non riesco ad arrendermi, pur dinanzi alla più smaccata evidenza, all’idea di vivere in un mondo  che ha fatto dei drammaturghi del “teatro dell’assurdo”  ( Ionesco, Beckett, Genet, Tardieu etc.   )  oggettivamente i più eminenti  ancorché involontari diagnosti di quello che sarebbe diventato ai loro occhi  (tra  gli anni quaranta e sessanta del secolo scorso) il futuro del mondo.

Sorvolando sui molti aspetti della dimensione privata e pubblica del panorama contemporaneo dove è ormai prassi  quotidiana il trionfo del negativo in forma di autentica distopia o utopia negativa, vorrei esemplificare in riferimento a quanto si discetta e si operi nella dimensione essenziale dell’economia. Dove ritengo si sia raggiunto il culmine della stupida follia  da non confondere quindi con la sana  “follia” elogiata da Erasmo da Rotterdam.

 

Sorvolando altresì sugli aspetti tecnici della questione, si prenda la dottrina e il suo affermarsi nella realtà per cui dinanzi alla attuale  immane ed ennesima  crisi  del capitalismo il diktat è quello dei sacrifici e della austerità. Il tutto a fronte del costante carattere di sovrapproduzione assoluta di beni e servizi prodotti  e il conseguente   scempio della distruzione di risorse  in cui consiste la chiusura di fabbriche  e l’ampliarsi della disoccupazione di massa. Insomma con magazzini stracolmi di merci e capacità produttiva inutilizzata quando non colpita dalla deindustrializzazione ai lavoratori gettati sul lastrico che quella ricchezza hanno prodotto si dice di stringere la cinghia in nome di un Dio pagano ( laissez faire, mercato, concorrenza e naturalmente libero scambio con conseguente santificazione della Globalizzazione) che si vuole presieda all’”ordine naturale” delle faccende economiche. Che è come  denutrire un bimbo affamato pur con un frigo stracolmo di cibarie evocando una natura malvagia. Si tratta del vecchio e assurdamente irrisolto “ scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”! Ovvero del sempre più insopportabile iato tra produzione sociale e distribuzione privatistica della “ricchezza delle nazioni”; iato che ripropone l’epoca barbarica del debutto della “Rivoluzione industriale”. Ci si scandalizza dei lager nazisti e si teorizza il lavoro “flessibile” ovvero la sua precarietà  con forme di sfruttamento non meno inumane della follia nazista.

Questa autentica pazzia consiste nell’ignorato ruolo del progresso tecnico che invece che risolto nella sua essenza oggettiva (appunto tecnica) come liberatore di lavoro lo trasfigura nel suo opposto, cioè come maledizione per il lavoro e i lavoratori sub speciae capitalistica di salariati privi di capitale, condannati alla disoccupazione e all’indigenza.

 Qui il capitalismo nella sua componente oggettivamente progressiva viene brutalizzato antistoricamente dai “capitalismi” che gestiscono con la violenza sociale ( quando non armata) in forma regressiva il suo mandato storico di liberare l’umo dal lavoro nell’abbondanza per tutti.

 

Accenniamo ora, con licenza di una mancata mediazione concettuale, alla cagnara sulle sofferenze bancarie e al falso e fuorviante problema di una necessaria ricapitalizzazione  delle banche  ai fini  di una ripresa dello sviluppo ( continuamente equivocato sotto il concetto ben diverso di crescita dai nipoti degeneri del pur  vantato liberal-liberista Schumpeter). Alla base di questo autentico esorcismo si trova  la risibile diagnosi della attuale crisi come “crisi finanziaria”, che è come diagnosticare da parte di un anatomo patologo dinanzi a un cadavere che questi è morto per mancanza di ossigeno. E’ infatti ovvio che tutte le crisi cicliche si manifestano del tutto in superficie come mancato realizzo monetario di gangli sensibili dell’apparto produttivo, che non trovano i soliti sbocchi a seguito di un mutamento rilevante delle tecniche produttive che alterano in modo appunto critico gli scambi intersettoriali ( in epoca di Globalizzazione ciò può essere causato da un qualunque concorrente “innovatore” sul mercato internazionale). Rifinanziare quanti vengono espulsi dal mercato a causa di ciò ridando  moneta alle banche  che ne hanno finanziato gli investimenti è pura scempiaggine figlia della vecchia e inservibile “teoria quantitativa della moneta” che fa, quanto mai opportunamente, per i banchieri  da alibi in epoca dove il credito e le stesse banche centrali sono in mano ai privati in luogo dello Stato;  ufficializzando così in nome di una protestata scienza  il dominio della dimensione finanziaria su quella reale. Che nel caso fa pagare alla collettività gli errori quando non anche  le ruberie dei miliardari CEO del settore creditizio: poco importa se facendo pagare i correntisti o intervenendo con risorse pubbliche.

 Questa crisi come tutte quelle cicliche nel DNA del capitalismo è crisi che appartiene alla dimensione reale. Tutto il resto è “teatro dell’assurdo” dove pagano  ben oltre il biglietto però solo gli ignari “spettatori”. A riprova dell’inesistenza di un Dio buono  per i giusti e gli indifesi.

 Post Scriptum

 Non è questo il luogo per sviluppare il concetto, ma la “privatizzazione” dell’emissione di moneta è assimilabile a una legalizzazione  della logica con cui opera un falsario. La differenza sta nella pluralità di questi ( i così detti “banchieri”) che si danno un ordine di “efficienza”, che vuole che vincano i “migliori”  in termini di performance aziendale  nella concessione del credito a “terzi”. Con la quasi certezza che ove la grande maggioranza  sbagli allora l’’intera dimensione bancaria verrò salvata con l’immissione di nuovo numerario (moneta). Circostanza fatale ove si consideri il carattere ciclicamente ricorrente delle crisi che ( lo ripetiamo” partono e trovano la loro esclusiva fonte nella dimensione dell’economia reale ( non di carta). Naturalmente in  un quadro siffatto le devianze  delinquenziali alle “regole del gioco” non sono escluse bensì incentivate ancorché legittimate, come nei ricorrenti casi di retribuzioni faraoniche di vertici bancari che pur operano in costanza di pessimi risultati aziendali (vedi Zonin & co., Banca Etruria et similia,etc.etc,). E’ questo tutto il “progresso”  nei confronti della “prassi” con cui nell’antichità il “sovrano” -  legibus solutus  – tosava le monete a base di metalli preziosi. Nel caso della pura moneta cartacea priva di valore intrinseco l’ “imbroglio”  si è tecnicamente “evoluto”  senza mutare la “violenza”sottesa  al “diritto” di “battere moneta”.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 43 | Commenti: 364

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