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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 7548 volte 13 gennaio 2016

La Turchia, nuova potenza economica emergente, ridisegna i confini della nuova Europa

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

 

 L’articolo che segue, dell’economista Emanuela Scridel, uscito nell’ultimo numero della rivista “la Finanza”, disegna,  partendo dai suoi dati economici, un quadro straordinariamente nitido della Turchia, oggi al centro dell’interesse internazionale per numerose ragioni. Proprio in virtù della sua straordinaria attualità abbiamo scelto di pubblicarlo anticipatamente anche sull’edizione on line.

 

 

di Emanuela SCRIDEL

Economista – Esperto in Strategie Internazionali e U.E.

 

 

Un tempo era  chiamata la “culla delle civiltà”, oggi è uno dei MIST, membro della NATO,  membro del G20 ( ha ospitato l’ultimo summit del 4 e 5  Settembre scorso),  paese “candidato ma non troppo” all’ UE e “vicino ma non troppo” alla Russia.

La Turchia, per secoli un impero considerato minacciante per l’ Europa, non solo oggi è candidato  ufficialmente a entrare nell’ Unione, ma è  più che mai cruciale nell’attuale contesto geopolitico, in quanto punto  di passaggio  fra la nuova  Europa e il sempre più frammentato Medio Oriente.

Terra “al confine”  e  “di confine” – territorialmente solo il 3% della superficie totale turca si trova nel continente europeo mentre il restante 97 % è in Asia – la Turchia, più che parte dell’Europa, potrebbe dirsi parte dell’Eurasia. E’ un paese di  79.000.000 di persone, pari a quasi un quinto della popolazione totale  dell’UE, con un’impronta islamista importante, determinante e pervasiva: il 99,8% della popolazione è musulmana.   

 

Tali e tante sono le incongruenze e le contraddizioni che caratterizzano questa “terra di mezzo”, il cui ruolo nel contesto internazionale, risulta oggi più che mai strategico, che sarebbe più appropriato parlare  della Turchia come di un “ossimoro in sé ” : esprime “tutto e il suo contrario”. Tuttavia e a ben guardare un filo conduttore, ciò che fa da collante a “il tutto e il suo contrario” e ciò che determina il continuo spostamento del suo baricentro,  pare intravedersi: è l’interesse economico e il potere che da esso deriva.

Nonostante il crollo della Borse turche e della Lira a seguito del risultato delle elezioni dello scorso Giugno,  la Turchia vanta un tasso di crescita medio per gli ultimi tre anni pari al 5,5% e un previsto  4, 5%  per il 2015 – rispetto allo 0,5% dell’UE nel 2013 , 0,8 % nel 2014 e un previsto 1,5 % nel 2015 e rispetto al -1,4% nel 2013 dell’Italia , – 0,5% nel 2014 e +0,6 % nel 2015 – con un afflusso di investimenti diretti dall’estero che nel periodo 2007-2013 è risultato pari a 75 miliardi di dollari e nel 2014 a 12,  dei quali il 75% provenienti da paesi UE –  quando in Italia gli  IDE sono invece crollati del 70%  passando dai 34 miliardi del 2011 a 9,6 miliardi nel  2013 – con una popolazione in continua crescita,  la Turchia è oggi una potenza economica annoverata a pieno titolo fra i MIST.

E’  il nuovo acronimo coniato da  Jim O’Neill di Goldman Sachs per riferirsi alle nuove potenze economiche  emergenti – Messico, Indonesia, Corea del Sud e Turchia – che insieme ai loro predecessori, i BRICS ( Brasile, Russia , India, Cina, Sudafrica) sono caratterizzati dall’essere paesi in via di sviluppo con un elevato potenziale di crescita economica,  basso costo del lavoro associato ad elevata produttività, abbondanza e disponibilità di materie prime, popolazione numericamente importante, rilevante capitalizzazione di mercato, bassa volatilità dei rendimenti  e  facilitazioni fiscali per gli investitori esteri.

In aggiunta, la Turchia pare avere una carta in più, che ha deciso di giocarsi al tavolo dell’economia globale: consapevole della  crescente islamizzazione dell’economia e Paese quasi interamente musulmano, intende diventare  punto di riferimento e centro di potere della finanza islamica in Europa. E, già da qualche tempo, si sta attivando per fare delle banche islamiche la punta di diamante del suo sistema finanziario, con l’obiettivo di triplicare la presenza di istituzioni “conformi alla sharia” entro il 2023. Il futuro del mercato “Sharia compliant “ in Turchia pare infatti essere  promettente, considerando il basso tasso di penetrazione bancaria, c’è un reale potenziale che questo possa crescere tramite la finanza islamica. Il governo turco sta pertanto intervenendo in maniera massiccia per favorire questo settore, soprattutto in termini di strumenti legislativi. Già nel  2013, aveva ad esempio introdotto la nuova legge sui sukuk – certificati di investimento islamici conformi alla “sharia”, detti, più semplicemente, “bond islamici –  che ha consentito la creazione  di nuove strutture in grado di sviluppare ulteriormente il mercato dei capitali islamici nel Paese. Ad oggi esistono tre indici di borsa, mentre i sukuk emessi negli ultimi 4 anni arrivano a 18 e ammontano a qualche miliardo di dollari americani. E’ chiaro, quindi, che il mercato dei finanziamenti islamici potrebbe rappresentare un’ulteriore spinta economica in grado di soddisfare l’ambizione turca di diventare un centro finanziario a livello regionale, in vista dell’ultimazione dell’Istanbul International Financial Center (IIFC), che avverrà entro il 2023. La Turchia, inoltre, si è qualificata come un centro di conoscenza sulla finanza islamica da quando la Banca Mondiale aprì il Global Islamic Finance Development Center ad Istanbul nell’Ottobre 2013. Darà perciò supporto ai paesi membri della Banca Mondiale interessati a sviluppare istituzioni finanziarie islamiche, fornendo loro, oltre a servizi di formazione e di ricerca, assistenza tecnica e servizi di consulenza.

Negli ultimi 20 anni le attività finanziarie islamiche Sharia  Compliant a livello globale sono infatti cresciute  a tassi vertiginosi, passando da 150 a 1.900 miliardi di dollari. Le istituzioni finanziarie islamiche sono presenti in più di 70 paesi  con assets oggi stimati per oltre un miliardo di dollari e tassi di crescita intorno al 10-15 per cento. Si contano circa 350 istituzioni bancarie, 500 fondi d’investimento e 100 emittenti di sukuk  .  Con una popolazione musulmana che tocca quasi i 20 milioni, ai quali se ne dovrebbero  aggiungere più di 80  con l’ulteriore allargamento ai paesi candidati e potenziali candidati nell’UE, Turchia in primis  insieme a Macedonia, Montenegro, Albania, Serbia , Bosnia e Kosovo -  le potenzialità di sviluppo di un mercato retail risultano particolarmente appetibili.

 

Oltre ad essere una potenza economica, la Turchia  è anche una potenza militare.

Membro della Nato dal 1952, è uno dei cinque stati che fanno parte della politica di condivisione nucleare dell’alleanza, assieme a Belgio, Germania, Italia e Paesi Bassi.  Un totale di 90 bombe nucleari B61 sono ospitate presso la base aerea di Adana, di cui 40 sono assegnate per l’uso da parte dell’aviazione turca, un programma di modernizzazione dal valore di 160 miliardi di dollari iniziato nel 1998 e spalmato su un periodo di 20 anni e dunque tuttora in corso, una spesa militare che nel 2014 è stata pari al 2,2% del Pil , quando la media dei paesi Nato in Europa è dell’1,6% , la Turchia risulta insieme agli Stati Uniti tra   le più grandi forze armate della Nato e  la più forte potenza militare del Medio Oriente oltre ad Israele.

Entrata nell’alleanza Atlantica a supporto dell’Occidente e principalmente per arginare le ambizioni sovietiche  in Medio Oriente, la partecipazione e il ruolo della Turchia oggi sembrano però andare in direzioni che potrebbero  indebolire l’Alleanza tanto in Medioriente che nei confronti della Russia. Il rinnovato contesto internazionale imporrebbe infatti una “revisione” del ruolo turco, sì da evitare che la Turchia si trasformi da copertura della NATO verso l’Est islamico e la nuova Russia, in testa di ponte dell’islamismo militante e militare in Europa.

Quello con la Russia è peraltro un rapporto che la Turchia è andata consolidando nel tempo  dettato in misura preponderante da interessi economici comuni.  Ne è dimostrazione il recente accordo per la costruzione del gasdotto “Turkish Stream”.  “La Turchia, la cui domanda di gas naturale nel corso degli ultimi 10 anni è più che raddoppiata, è uno dei mercati più importanti nel lungo periodo per la Russia. Entro la metà del 2020 i volumi richiesti dalla Turchia potrebbero colmare  la capacità di ben 2 rami di “Turkish Stream” e, soprattutto, Ankara ora ha probabilmente bisogno del gas che può essere fornito tramite il primo ramo del gasdotto russo”. Secondo gli analisti, con la realizzazione del progetto di “Turkish Stream”, la Russia prende due piccioni con una fava e se i Paesi europei costruiranno la loro parte dell’infrastruttura, Mosca potrà approfittare di questa opportunità per aumentare il volume delle forniture di gas verso l’Europa. In caso contrario il nuovo gasdotto permetterà alla Russia di esportare il gas nell’emergente e in rapida espansione mercato turco.

Il rapporto più complesso sembra ad oggi quello relativo all’adesione della Turchia all’Unione Europea, iniziato ufficialmente nel 2005 e spesso in stallo, principalmente a  causa di una Turchia che sembra essere sempre meno propensa ad europeizzarsi politicamente e a rispettarne le regole.

Ne è una dimostrazione l’atteggiamento assunto dalla Turchia verso la Grecia e, contemporaneamente, verso  l’UE nel momento cruciale in cui si decideva, qualche mese fa,  delle sorti europee della Grecia in crisi: paradossalmente, la Turchia, paese candidato UE e  per la cui adesione riceve cospicui finanziamenti dall’Ue stessa, ha offerto  aiuto alla Grecia in caso di mancato accordo con l’UE: “Siamo pronti ad aiutare la Grecia a superare la crisi economica cooperando nei settori del turismo, dell’energia e del commercio -  ha affermato il Primo Ministro  Davutoglu . “La Turchia potrebbe arrivare a  concedere addirittura un “prestito a tasso zero” di 1,6 miliardi di euro alla Grecia per aiutare il Paese ellenico e favorire la pace nella regione…”

Nuovi possibili scenari dunque. E l’Europa? Come si pone di fronte al continuo divenire politico, economico e sociale? L’’Europa è bloccata, inadeguata ad affrontare le nuove sfide. Non è coesa, la struttura economica è soverchiante ma manca di autorità: è un aggregazione più che un’ integrazione di Stati,  sembra un puzzle in costruzione al quale mancano i pezzi e quelli che ci sono non si incastrano a dovere.   

La questione della Turchia impone inoltre alcune riflessioni su cosa intendiamo sia l’Europa e, in primis, su quali intendiamo siano i suoi confini.  La Turchia può realisticamente essere considerata Europa? Fino a dove e secondo quali criteri l’Europa potrà ampliare i propri confini? E’ chiaro che il rapporto con chi sta sul confine o addirittura  oltre , non potrà essere indefinitamente risolto offrendo l’ ingresso nell’ Unione. A tutt’oggi l’Unione europea (UE) è definita come un “partenariato economico e politico” unico nel suo genere, tra 28 paesi che coprono “buona parte” del continente. La politica di allargamento dell’UE, volutamente delineata  in termini generali, non ha indicato i paletti oltre i quali l’Europa non è più tale. L’indefinitezza, da segnale di apertura e strumento di democrazia sta però diventando segnale di debolezza ed evidenzia la mancanza di volontà, da parte dei suoi attuali paesi Membri di assumersi fino in fondo e in maniera coesa le proprie responsabilità, prendendo  dunque decisioni determinanti non solo per  il proprio futuro, ma anche per il proprio presente.

Forse l’Unione è  di fronte a scelte “oggi” obbligate, o meglio, imposte: la Turchia è una potenza economica e  nella nuova governance globale sembra  oramai chiaro che è il potere economico dei Paesi  a determinare quello politico e, talvolta, anche a definirne i confini.

 

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Autore: Redazione » Articoli 663 | Commenti: 285

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