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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 8973 volte 15 febbraio 2016

La schizofrenia dei mercati e i dogmi liberisti

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

Sembrano tutti in stato confusionale: banchieri centrali, investitori grandi e piccoli,  analisti finanziari, commentatori, e ricordano quasi il “pastore delle meraviglie”, figura classica  del presepe napoletano, che alza le braccia al cielo e sgrana gli occhi, quasi incredulo davanti a ciò che vede.

Il fatto è che le Borse di tutto il mondo traballano paurosamente: l’ombra della recessione si allunga cupa; ancora una volta, come nel 1929, la crisi delle imprese si trasmette alle banchei, e la crisi delle banche si riflette sulle imprese. E poiché, come dice un proverbio arabo, nulla è più codardo del denaro, il risparmio fugge dalla Borsa e cerca riparo in beni rifugio.

La Borsa di Milano giovedì 11 febbraio dall’ inizio dell’anno aveva perso oltre il 26%.  Come dire: in meno di un mese è mezzo è sfumato più di un quarto della sua capitalizzazione. 

Ma non è che le altre Borse europee ed extraeuropee stiano molto meglio: nella Germania sino a ieri considerata modello di stabilità e di forza la Borsa di Francoforte ha ceduto il 18,5%, e la maggior banca tedesca, la Deutsche Bank, ha perso circa il 40% del suo valore;  nella Svizzera da sempre Paese rifugio nelle tempeste valutarie e finanziarie  la Borsa di Zurigo è arretrata in poco più di un mese del 15% ed i colossi bancari UBS e Credit Suisse paiono viaggiare sulle montagne russe, riuscendo a sprofondare sino al 10% in un solo giorno; Parigi a sua volta è arretrata in queste poche settimane del 16,7%. Dalla parte opposta del mondo, Hong Kong ha perduto il 15,2%, e negli Stati Uniti il Nasdaq è arretrato del 15,8%.

E tutti a chiedersi: cosa sta succedendo? Perché? Ma nessuno sembra avere una risposta chiara e convincente.

Gli analisti, i commentatori, ma anche i grandi operatori finanziari e gli investitori istituzionali come gli antichi aruspici che cercavano risposte nel volo degli uccelli o nelle viscere degli animali sacrificati,  continuano a scrutare ansiosi  dettagli poco o nulla significativi: dallo zero virgola qualcosa delle variazioni mensili del “pil” all’indice sulla fiducia dei consumatori o delle imprese;  dall’andamento della produzione industriale a quello delle scorte in magazzino.  E scambiano spesso le conseguenze con le cause.

Nei tentativi di spiegare quel che sta accadendo va per la maggiore il prezzo del petrolio. Paradossalmente, se il prezzo  scende, è un brutto segno; se sale invece è di buon auspicio.

In questo mondo alla rovescia i banchieri centrali, il cui obbiettivo dovrebbe essere quello di assicurare la stabilità monetaria, cercano invece vanamente di rinfocolare l’inflazione, fino a ieri considerato il demone da esorcizzare.

La stampa di moneta a go-go, che nell’economia classica è peccato mortale, ribattezzata “quantitative easing” è invece diventata una medicina anticrisi adottata ormai da cinque anni a dosi da cavallo dalla Federal Reserve, ed ora anche dalla BCE. Con risultati  assai discutibili, a giudicare dalla crisi che continua ad affliggere l’economia di qua e di là dell’Atlantico.

Ed anche il costo del denaro sembra funzionare alla rovescia: le banche centrali lo hanno abbassato fino a poco sopra lo zero, o addirittura al disotto: i depositanti cioè invece di ricevere un interesse, lo devono pagare. Ma neppure  il denaro gratis, oltreché in misura abbondante, riesce a rilanciare l’economia. La Banca Centrale del Giappone è dagli anni ’90 che ha quasi azzerato il costo del denaro, mal’economia del Paese oscilla tra stagnazione e deflazione.

Si direbbe che freno ed acceleratore monetario (cioè tassi alti e tassi bassi) siano rotti, ma le autorità monetarie continuano a premere i pedali con patetica ostinazione, come se essi ancora funzionassero.

Oggi, venerdì 12 febbraio, mentre scriviamo queste note, la Borsa di Tokyo è sprofondata perdendo un altro 4,7%. Roma invece ha avuto uno scatto al rialzo, recuperando il 4,7%, con alcuni titoli bancari cresciuti a due cifre dopo il disastro di giovedì. E così le altre Borse europee hanno recuperato tra il 2,5 ed il 3%.

Ma cosa c’è stato di significativo ed importante, tale da giustificare il radicale cambiamento tra il giovedì nero  e il recupero di venerdì? Praticamente nulla.

Il prezzo del petrolio è risalito di uno striminzito 10%, mentre hanno cominciato a circolare voci di una prossima riunione dell’Opec, per tentare di trovare un accordo sulla riduzione della produzione, in modo da stimolare una rialzo dei prezzi.

Voci non ancora confermate; illazioni fragili, perché anche se in seno all’Opec si raggiungesse un accordo per ridurre l’offerta, arriverà massicciamente sul mercato la produzione dell’Iran, bloccata sinora dalle sanzioni, e vanificherà quel calo di produzione. E se poi malgrado tutto il prezzo del greggio salisse, arriverà sul mercato anche la produzione da scisti degli Stati Uniti, tornata competitiva.

In questi giorni, dicono i metereologi, si è aperta una porta al largo della penisola iberica, da cui entrano una dopo l’altra le perturbazioni che traversano il Mediterraneo. Passa la perturbazione, e porta maltempo, poi c’è un breve intervallo, e riappare il sole, ma subito il giorno dopo tornano le nuvole. In sostanza: tempo perturbato con brevi intervalli, a volte addirittura nell’arco della stessa giornata.

Sembra la fotografia dell’andamento  delle Borse in questa economia globalizzata, ove crolli e recuperi si alternano da un giorno all’altro, mentre gli speculatori brindano a champagne, perché più le quotazioni si muovono, più c’è spazio per speculare, e possibilità – se si azzecca la previsione – di guadagni colossali. L’uso dei computer ingigantisce e rende istantaneo il flusso delle speculazioni, che ha per teatro il mondo intero.

Ma perché economisti, analisti, commentatori non sembrano in grado di capire cosa sta succedendo, e la ragione di quel che accade?

La verità è che tutti loro, salvo rarissime eccezioni inascoltate, sono fervidi credenti del cosiddetto “pensiero unico”, cioè di quell’impasto di dogmi che in quest’ultimo quarto di secolo ha caratterizzato la dominante scienza economica, ridotta a fede. Una serie di dogmi arbitrari, di postulati errati.

Qualche esempio? Uno dei dogmi centrali del “pensiero unico” neoclassico è quello della “razionalità dei mercati”. E’ chiaro che chi parte da questo assunto, di fronte alla schizofrenia attuale delle Borse, che alternano euforia a depressione resta sconcertato.

E persino uno come il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Scauble, fino a ieri testardamente convinto che “i mercati hanno sempre ragione”, davanti al crollo in Borsa della Deutsche Bank, che dall’inizio dell’anno ad oggi ha perso circa il 40%, è costretto a borbottare che “i mercati ora esagerano”.

Secondo dogma del “pensiero unico”: la deregolamentazione, o “deregulation”, come amano dire i pappagalli anglofoni di casa nostra.

Sulla base di questo dogma (meno Stato, meno regole, più mercato) sin dagli anni ’90 del secolo scorso l’ondata della deregolamentazione ha investito soprattutto il mondo della finanza. L’abbandono nel 1971 dell’ancoraggio del dollaro all’oro aveva già consentito la creazione di una massa spropositata di nuova liquidità monetaria (nel decennio tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 del secolo scorso, notava con efficacissima immagine il grande economista Robert Triffin, è stata creata nove volte più liquidità che dai tempi di Adamo ed Eva sino agli anni ’70).

Di quanto è ulteriormente cresciuta la liquidità monetaria  nei trent’anni da metà degli anni ’80 ad oggi? Se, come dice Paolo Savona, nella base monetaria andrebbero computati anche i derivati, siamo davanti a cifre ormai incalcolabili e fuori da ogni controllo.

Come ricorda il prof. Fabrizio Pezzani, dell’Università Bocconi, in un articolo pubblicato su questa nostra testata,si è creata una divaricazione mostruosa tra quantità della finanza, pressoché incommensurabili, e quantità dell’economia reale, necessariamente finite. Un esempio: si parla tanto di prezzo del petrolio. Ma per ogni due barili di petrolio reale che vengono scambiati, vi sono 98 “barili di carta” , cioè inesistenti, che sono oggetto della speculazione finanziaria. E sono questi 98 barili inesistenti che condizionano il prezzo.

Ancora un altro dogma centrale del “pensiero unico” dominante è quello della totale libertà degli scambi internazionali, che sarebbero vantaggiosi per tutti. Ed è sulla base di questo dogma che è stata promossa, ed in certo senso anche imposta, la globalizzazione, che da scelta politica qual è,  è divenuta invece una realtà che si dice ineluttabile evoluzione del nostro tempo..

Ma il prof. Vittorangelo Orati, rettore dell’International Institute of Advanced Economics and Social Studies, già in un libro di alcuni anni or sono ( “Globalizzazione scientificamente infondata”), sosteneva che la globalizzazione non ha basi scientifiche, e che il famoso teorema di Ricardo dei costi comparati, sul quale da ormai due secoli si regge l’ideologia liberista, in realtà è una sorta di fotografia monca e statica, che non riflette la dinamica complessa dell’economia reale.

Ma anche prescindendo dalle analisi scientifiche e limitandosi alle constatazioni empiriche, riesce sempre più difficile sostenere che il libero scambio (e la globalizzazione che ne è corollario) siano sempre e comunque vantaggiosi per tutti.

La verità sempre più evidente è piuttosto che la globalizzazione, mettendo in contatto ed in impossibile concorrenza Paesi con sistemi sociali abissalmente diversi e con costi del lavoro incomparabili, ha finito col permettere un “dumping” sociale su scala planetaria, ha indotto una delocalizzazione delle industrie ad alta intensità di lavoro nei Paesi dove il lavoro costa meno, ha determinato una progressiva deindustrializzazione dei Paesi avanzati, una forte riduzione della loro base occupazionale, e con la disoccupazione una riduzione dei consumi e della domanda aggregata, che sommata al freno agli investimenti pubblici  derivanti in Europa dai vincoli di bilancio e dalla politica di austerità, ha portato alla stagnazione dell’economia reale, ed ad un progressivo impoverimento che coinvolge ormai anche le classi medie.

Un altro imputato per la crisi in atto è la Cina, che ha rallentato il suo ritmo di crescita “solo” al 6,5%. Ma non ci dovrebbe voler molto a capire che la Cina ha rallentato la sua crescita perché sono diminuite le sue esportazioni, cioè perché è diminuita la domanda dei Paesi avanzati.  E che il prezzo delle materie prime e del petrolio è diminuito, mettendo in crisi i Paesi produttori, perché la Cina produce e importa meno e l’economia dei Paesi avanzati ristagna.

Dunque: il rallentamento della “locomotiva cinese”, il crollo del prezzo delle materie prime e del petrolio  non sono le cause, bensì le conseguenze della crisi, che ha la sua origine ed il suo epicentro nei Paesi avanzati.

In conclusione: da più di quarant’anni il mondo non ha più un credibile ed equo sistema monetario internazionale. Svincolato dalla garanzia dell’oro, il dollaro è una figurina di carta che viene stampata “ad libitum” in quantità alluvionali. Ma questo problema sembra essere stato rimosso.

Le attività finanziarie deregolamentate nell’ultimo quarto di secolo si sono sviluppate in misura parossistica e non hanno più alcun ragionevole rapporto con l’economia reale. In pratica una montagna di scommesse, sempre più azzardate, soverchia l’economia. Le grandi banche internazionali sono tra i protagonisti di queste speculazioni. E basta un azzardo sbagliato per polverizzare il patrimonio di una banca di dimensioni mondiali. Ne sa qualcosa la Lehman Brother, e nel suo piccolo il Monte dei Paschi.  Rischia di impararlo a sue spese anche la Deutsche Bank.

La globalizzazione all’insegna del liberismo sfrenato non ha creato più ricchezza, ma disordine economico, disagio sociale, impoverimento.

E l’assurdo è che per curare la crisi gli economisti del “pensiero unico” chiedono più liberismo, più deregolamentazione, meno Stato. Cioè scambiano la malattia per medicina.

Quos vult perdere, Deus dementat prius. Dio cioè fa prima impazzire quelli che vuol perdere. Ma la loro pazzia rischia di travolgere il mondo intero.

Giorgio Vitangeli

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