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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 6544 volte 15 marzo 2016

Il Brasile alla deriva

Di Redazione  •  Inserito in: Geopolitica, Primo Piano

 

 

di Lorenzo Carrasco

 

 

 

 

Tra corruzione ed attacco della finanza globalizzata

 

Cosa sta accadendo in Brasile? Quello che era, sino a ieri, uno dei grandi Paesi emergenti, uno dei protagonisti del Gruppo dei BRICS, cioè del nuovo poderoso polo geopolitico mondiale, è attraversato ora da una crisi economica drammatica, di cui le grandi manifestazioni di piazza evidenziano le immediate conseguenze sociali. Un Paese cioè che già credeva di star per toccare condizioni di vita migliori per tutti, ed il riscatto delle miserabili “favelas”, trova risospinte verso la povertà anche le sue classi medie.  

Cosa è accaduto per giustificare una simile inversione di tendenza? Eppure il Brasile è ricchissimo di materie prime, cui ora si sta aggiungendo anche il petrolio, scoperto in giacimenti enormi. Ma invece di nuova ricchezza, l’oro nero sembra aver portato  crisi politica e disgregazione sociale, poiché col petrolio è emersa anche  la corruzione che aveva al centro la Compagnia petrolifera di Stato, ed i suoi oscuri, inconfessabili rapporti con la classe politica. Rapporti che risalgono addietro nel tempo, ma che il nuovo governo popolare non solo non ha stroncato, ma ha perpetuato.

Ma basta la corruzione emersa a giustificare una crisi politica ed economica, o invece la ventata giustizialista sorta all’improvviso è  la bomba a comando, fatta esplodere per giungere a cambiare un quadro politico non omogeneo rispetto agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e delle oligarchie economiche occidentali?

 Noi italiani a questo riguardo abbiamo una certa esperienza: l’operazione “Mani pulite” infatti travolse  tutti i partiti della prima Repubblica e decapitò per intero la  nostra classe politica di governo, in un momento in cui l’Italia era divenuta la quinta potenza economica mondiale, era avviata a diventare la quarta, superando la Francia dopo aver superato l’Inghilterra, aspirava apertamente ad un ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo, ove però le sue scelte ed i suoi indirizzi non erano esattamente conformi a quelli americani ed al loro appoggio quasi incondizionato ad Israele.  Vedi  invece l’atteggiamento amichevole verso i popoli arabi di Fanfani, di Moro e di Craxi, i loro sforzi per disinnescare la mina delle ricorrenti crisi mediorientali, e trasformare il Mediterraneo in un mare di pace e di sviluppo,fino all’episodio clamoroso di Sigonella, quando il leader socialista ebbe l’ardire sfrontato di mostrare a Reagan che l’Italia era un alleato, non un protettorato.

Sappiamo come andò a finire. Moro fu ucciso, Andreotti e Craxi, criminalizzati, furono estromessi dal potere.

Ma torniamo al Brasile. Alla base della sua crisi, si dice, non c’è solo il terremoto politico generato dall’emergere della corruzione; c’è soprattutto il crollo dei prezzi delle materie prime, sulla cui esportazione si regge buona parte dell’economia brasiliana. Ma neppure questo basta a spiegare l’intensità della crisi politica, economica, sociale, che il Brasile sta attraversando.

Evidentemente c’è dell’altro. Il Brasile di oggi, come l’Italia di allora, non è in riga con l’ordine occidentale. La sua adesione ai BRICS sta rischiando di diventare un esempio anche per l’Argentina. I due maggiori Paesi del “cortile di casa” (così gli Stati Uniti considerano l’America latina) che fanno blocco con Russia e Cina. E’ ovvio che una situazione simile non può essere tranquillamente accettata a Washington. La finanza globalizzata, accanto al giustizialismo, è l’arma usata per rimettere le cose in ordine. E’ questa l’interpretazione  che della crisi brasiliana dà il nostro collaboratore da Rio de Janeiro, Lorenzo Carrasco. Ed ecco il suo articolo.

                                                                                                                                                             g.v.

 

 L’elezione presidenziale di ottobre del 2014, con la vittoria della presidente Dilma Roussef per un suo secondo mandato ha scatenato una delle maggiori crisi politiche della storia brasiliana e certamente evidenzia la fine di un’era politica del Paese: la cosiddetta “Nuova Repubblica”.

Ad esser franchi, non si tratta infatti di una crisi del governo del Partito dei Lavoratori (PT), ma di tutto l’accordo raggiunto dopo il regime militare (1964-1985), stabilito con la Costituzione del 1988.

Nel giugno 2013 il Paese è stato scosso da massicce manifestazioni popolari, che hanno messo in  luce un sistema politico prostrato davanti ad una UTI (Unità di Terapia Intensiva nei reparti di traumatologia degli Ospedali) e deluso a causa del divorzio tra la classe politica e la Nazione, la  società e la storia.

Gli scandali della corruzione , scoperti con l’operazione “Lava Jato” (pulizia automatica) hanno messo in luce poi le interiora marce del sistema politico, metastasi di un processo che durava da decenni, anteriore cioè al governo del Partito dei Lavoratori.

 

La corruzione politica e l’attacco della finanza globalizzata

 

Si tratta, in genere, di una forma sofisticata e sistematica di finanziamento delle campagne elettorali e di riciclaggio di denaro per assicurare l’accesso al potere e la ripartizione dei suoi benefici tra i gruppi politici vittoriosi e tra gli interessi privati che li hanno appoggiati.

In questo contesto la Nazione è come una nave senza governo nel mezzo di una forte burrasca, con il comando e l’equipaggio disuniti, disorientati, demoralizzati, minacciati da un ammutinamento, il che li rende facile preda dei centri oligarchici del potere mondiale. Questi ultimi, agendo come corsari, bombardano il Paese con l’artiglieria  delle loro agenzie di rating, per cavarne il bottino rappresentato dal servizio del debito pubblico, dalle risorse naturali, e da quel che resta del patrimonio pubblico; l’ultimo episodio è stato il downgrading dei titoli di Stato brasiliani da parte di Standard&Poor’s.

E’ ovvio che la situazione del Brasile non è un caso isolato. Gran parte delle Nazioni del mondo si trovano soggiogate dalla finanza globalizzata, nella speranza che la buona condotta dettata dai mercati finanziari possa portare, in un futuro imprecisato, alla conquista di un vero progresso. 

 

Nella spirale di un debito che è impossibile ripagare

 

La realtà tuttavia va verso il lato opposto. Nel caso del Brasile il modello di indebitamento continuo ha come traguardo una situazione fiscale impossibile da risolvere. Per quest’anno si spera che la caduta del Pil si limiti ad un 3-4%, con una conseguente riduzione delle entrate fiscali. Il problema tende a crescere già nel breve termine, perché i tassi d’interesse del debito pubblico hanno raggiunto l’8%, e conseguentemente il rapporto tra debito pubblico e pil raggiungerà il 70% nel 2016. Fino al primo settembre scorso  il servizio del debito ha  consumato  671 miliardi, pari al 47% della spesa federale.

A fronte di questa realtà, qualunque politica ortodossa di taglio delle spese e degli investimenti tenderà semplicemente ad ingigantire il problema, ed a mandare rapidamente il Brasile in direzione della Grecia, con l’aggravante che non esiste una Unione Europea che cercherà di salvarlo.

Tra una turbolenza e l’altra i governi, già indebitati fino al collo, si indebitano ogni volta di più, e non sono in grado di  realizzare le aspirazioni allo sviluppo  dei loro governati.

La realtà è che i centri oligarchici fanno di tutto per manipolare  le tempeste finanziarie, e perpetuano così il loro potere. La realtà è che la globalizzazione finanziaria, sviluppatasi dopo la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, è solo un eufemismo per indicare un sistema mondiale di gestione delle crisi, creatosi all’inizio degli anni novanta per attuare la vecchia ambizione dell’oligarchia angloamericana: la costruzione delle strutture di un governo mondiale sui resti rimasti degli Stati nazionali, sacrificati dalle sua operazioni di manipolazione e destabilizzazione.

L’emergere dell’Eurasia  quale nuovo polo geoeconomico, dotato di nuovi strumenti finanziari, come la nuova Banca di Sviluppo (NBF) del Gruppo dei BRICS costituito da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, costituisce l’unico punto al di fuori di quella china, nel tentativo di riformulare l’architettura dell’ordine finanziario mondiale.

Il superamento della crisi brasiliana passa essenzialmente ed obbligatoriamente attraverso la definizione di  un nuovo progetto nazionale di sviluppo, il cui orizzonte trascenda gli stretti limiti del gioco politico, e sia capace di correggere il pessimismo  che ormai generalmente prevale  nei cittadini, che  è necessario vengano coinvolti direttamente sia nell’elaborazione che nella realizzazione di tale progetto.

 

 

 

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