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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 6695 volte 24 giugno 2016

Finalmente Brexit

Di Redazione  •  Inserito in: Geopolitica

 

di Giorgio Vitangeli

Ora che il popolo inglese ha deciso per il “Brexit”, all’Unione Europea restano solo due possibilita’: o reagisce, o sparisce.

Reagire come? Questo è il punto. Non si tratta di fronteggiare ed arginare le inevitabili  e scontate reazioni dei mercati: questa è solo normale amministrazione. Si tratta piuttosto di ripensare questa Europa, che così com’è  non può durare.

Ed allora la fuoriuscita dell’Inghilterra, può rivelarsi oltreché uno shok salutare  un’opportunita’ di chiarimento. Perché al di là di tutte le retoriche è un dato di fatto che l’Inghilterra è sempre stata antieuropea, ha sempre ostacolato l’ unione dell’Europa.  Lo ha fatto con indomita tenacia nei secoli passati , quando una singola Nazione europea ( prima la Spagna, poi la Francia di Napoleone, infine la Germania nazionalsocialista) con la sua egemonia tendeva a omologare il continente. Ha continuato a farlo quando sulle rovine della seconda guerra mondiale  sei Stati (Germania, Francia, Italia, Belgio Olanda e Lussemburgo) decisero concordemente di costituire un Mercato Comune ed una Comunità  il cui dichiarato obbiettivo finale era l’unificazione politica. L’Inghilterra non volle farne parte, ed anzi cercò di mettere in piedi  un effimero contraltare con l’EFTA, una zona europea di solo libero scambio.  Infine si decise ad  entrare nella Comunita’ Europea, ma a modo suo, accettando alcune cose, rifiutandone altre: non solo la moneta unica,ma soprattutto l’obbiettivo sovranazionale dell’unita’ politica, ed il modello di economia sociale di mercato che la Comunita’ Europea si stava dando.

Per impulso dell’Inghilterra , che con gli Stati Uniti ha mantenuto sempre i suoi “rapporti speciali”, in una sorta di Comunita’ anglosassone separata e distinta,  l’Europa è diventata così sempre più supinamente “atlantica”. La caduta dell’Unione Sovietica, invece di  rompere quel  legame subalterno, lo ha accentuato, e lo strumento è stato paradossalmente proprio la NATO. L’alleanza militare il cui obbiettivo dichiarato era quello di difendere l’Europa dalla minaccia sovietica, venuta meno l’Unione Sovietica, invece di sciogliersi, come sarebbe stato naturale, è divenuta infatti una sorta di  “gendarme globale” a difesa dell’egemonia statunitense. Un gendarme sempre più minaccioso verso la Russia, che ostacola ogni tentativo di politica estera autonoma dell’Unione Europea, ed anzi la costringe, come nel caso delle sanzioni alla Russia, ad una politica lesiva dei propri interessi. E preclude, soprattutto, quella cooperazione tra  Russia ed Europa, e più in generale quella politica eurasiatica che è una delle naturali tendenze  geopolitiche del nostro continente.

Altrettanto nefasta è stata l’influenza dell’Inghilterra  nel promuovere in Europa quel modello economico darwinista ed ultraliberista che è peculiare della sua scuola anglosassone “classica” dell’economia e che sostanzia oggi il cosiddetto “pensiero unico” che domina, ed asfissia, la scienza economica. Quel modello infatti ha seppellito nell’Unione Europea  il modello diverso di un “capitalismo renano” più moderato, più  attento  alle compatibilità sociali dell’attività economica, più consapevole  dei limiti del mercato e del ruolo di protagonista che anche nell’economia compete allo Stato.

Il risultato di questi due innesti ( un atlantismo subalterno, un modello di capitalismo anglosassone) ha  mutato geneticamente l’Unione Europea, trasformandola in un mostriciattolo, di fronte a cui sono cresciuti avversione e rifiuto di larga parte dei popoli europei.

Ora l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione potrebbe dischiudere una grande possibilita’: quella di correggere  queste mutazioni devianti, ritrovando la via e lo spirito dell’Europa dei Padri fondatori.

Ma sarebbe semplicistico ed ingiusto attribuire alla sola Gran Bretagna tutte le colpe  e gli errori che rischiano di portare ora alla “finis Europae”, al collasso cioè dell’Unione Europea.

Tutti gli Stati aderenti hanno le loro responsabilita’, non fosse altro quella di aver subito passivamente o addirittura di aver promosso  le derive atlantiste e ultraliberiste dell’Unione. E’ questo, ad esempio, il caso di quasi tutti i Paesi dell’Est Europa, troppo presto accolti nell’Unione Europea. Decenni di comunismo e di “sovranita’ limitata”, cioè di protettorato sovietico, hanno sviluppato in essi da un lato una fede cieca  nelle virtù salvifiche del mercato, dall’altro avversione e timori verso la Russia , che li ha portati subito in braccio alla NATO, diventando più che Paesi dell’Unione Europea pedine degli Stati Uniti.

Ma non v’è dubbio però che la colpa maggiore di quanto è accaduto sia della Germania.

Per lunghi decenni nel dopoguerra essa è stata un gigante economico, ma un nano politico. Con la riunificazione, quasi vent’anni or sono,il gigante economico è cresciuto ulteriormente,  diventando sempre più ingombrante, ma sul piano politico è rimasto un nano.

Pressoché inesistente come attore primario di politica internazionale, la Germania ha trasmesso questo suo nanismo ad un’Europa concepita a sua immagine e somiglianza. Peggio ancora: debolissima con i forti, cioè con gli Stati Uniti, la Germania ha esercitato il suo potere sui più deboli tra gli Stati dell’Unione Europea. Non è ben chiaro se per una genetica rigidita’ caporalesca, o se per calcolo sottile. Sta di fatto che di questa Unione Europea e di questa moneta unica la massima beneficiaria è stata la Germania. Essa prima si è avvalsa di un cambio favorevole,  poi  di un euro sottovalutato rispetto a quello che sarebbe stato il marco. Risultato: ha cumulato continui ed ingenti avanzi di bilancia commerciale, senza l’obbligo di rivalutare. Uno “scherzo” che le ha fruttato centinaia di miliardi di euro, a spese degli altri Paesi dell’Unione, i quali invece, col passaggio all’euro, si sono trovati ad avere una moneta più forte delle precedenti loro monete nazionali, e quindi hanno visto penalizzate le loro esportazioni, senza poter più avere il correttivo di una svalutazione. E’ questo il caso dell’Italia.

 Tutto ciò ha configurato un equilibrio inesorabilmente recessivo dell’eurozona che la Germania, in base ai trattati, avrebbe avuto il dovere di correggere rilanciando con sgravi fiscali ed investimenti pubblici i consumi interni (e quindi le importazioni dagli altri Paesi europei). Ma se n’è guardata bene. Anzi, ha infierito con fiero cipiglio sui più deboli, come la Grecia, che avevano accumulato disavanzi pubblici pesanti a livello nazionale, ma pressoché irrilevanti nella dimensione europea, e continua a minacciare l’Italia e gli altri Paesi più dindeboliti,di sanzioni pesanti ogni volta che il disavanzo pubblico tende a superare il prodotto interno lordo di oltre il 3 %. Livello che, in sede scientifica, ha lo stesso valore di un “abracadabra”.

Non basta: con la pretesa di un “asse” decisionale Parigi-Berlino la Germania ha insidiato l’equilibrio democratico dell’Unione.

Ora l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea può e deve essere l’occasione per un ripensamento generale. Perché o questa Europa cambia, e ritrova lo slancio, gli ideali, la solidarieta’ che era all’origine del suo disegno e che animava i padri fondatori, o la reazione a catena delle forze disgregatrici diverra’ ingovernabile.

Alcuni auspicano che ciò avvenga. Ma  quella di una ritrovata “sovranita’ nazionale” rischia d’essere una illusione. I giganteschi movimenti di capitali speculativi possono facilmente travolgere qualunque difesa monetaria nazionale.  Limitare i movimenti di capitali e di merci, e tornare a sistemi  semiprotezionistici sarebbe l’unica difesa possibile, ma se a livello europeo questa sarebbe una via  auspicabile, a livello nazionale sarebbe un vicolo cieco.

 Quanto poi alla sovranita’ politica, se non è sostenuta da un’autonoma capacita’ di difesa essa è sempre una “sovranita’ limitata”, soggetta al benestare delle grandi potenze.

Prima dunque di distruggere l’Unione Europea sarebbe bene ricordare la massima che da sempre guida le potenze imperiali: “divide et impera”. 

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