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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 6335 volte 11 febbraio 2016

Ed ora in Sardegna creano moneta

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

 

 

 

 

 

 

 

(ed anche il Financial Times scopre il “sardex”)

 

Già il nome la dice lunga: è una rivendicazione di identità e un richiamo all’autonomia ed alla riscoperta dei valori comunitari. Sardex è infatti il nome della moneta creata sei anni fa da un pugno di giovani di Serramanna, un Paese del Campidano, in Sardegna. Una sorta di moneta che lo scorso anno è stata usata in transazioni per oltre 30 milioni di euro.

Ma vediamo meglio le tappe di quest’avventura, così come l’ha narrata il Financial Times, tralasciando, ovviamente, le note di colore locale care al pubblico inglese: i nuraghe, gli ulivi secolari,  la piazza dove gli anziani prendono il caffè all’ombra delle palme. Importante invece è l’antefatto: l’illusione della industrializzazione tramite la petrolchimica, fallita con uno strascico di delusioni rancorose e di disoccupazione pesantissima (“hanno portato l’inferno in paradiso, e lo hanno chiamato piano di rinascita”…).E poi, piovendo sul bagnato, la crisi del 2008,  “Nonostante fossimo a migliaia di chilometri dalla Lehman Brothers, le banche hanno smesso di fare crediti e la gente ha rinunciato persino a chiederli”, racconta Giuseppe Littera, uno dei promotori del Sardex. 

Ed il “credit crunch”, la stretta creditizia, si è trascinata dietro le sue conseguenze tristemente note: “non riuscendo a ottenere credito, le industrie hanno chiuso, infoltendo l’esercito dei disoccupati. A Serramanna tante persone si sono suicidate”. E non solo a Serramanna, com’è noto.

Ma cosa ha a  che fare il sistema economico sardo con gli errori di gestione di Wall Street o di Londra, si chiede ancora Littera. Domanda sacrosanta, che trascura un piccolo dettaglio: la globalizzazione funziona in questo modo, e noi viviamo ormai in un mondo, o meglio in una finanza , totalmente globalizzata.

 

L’eterno scandalo della miseria nell’abbondanza

 

.Nella desolazione di una crisi venuta da lontano,  Littera ed i suoi amici, probabilmente senza saperlo, riscoprono  il paradosso su cui per più di un secolo si sono arrovellati gli economisti oggi considerati eretici, ed ultimo Keynes, che invece era un economista  ortodosso, cioè la miseria in mezzo all’abbondanza, reale o potenziale.

“Potenzialmente, racconta Littera all’inviato del Financial Times,  le aziende dell’isola erano ancora in grado di produrre beni e servizi. Nei magazzini la merce c’era e le persone erano in grado di lavorare.

Quel che mancava era la moneta, ed allora l’unico rimedio era “permettere alle aziende di creare i loro soldi”.

In realtà di rimedi ce ne sarebbero altri, ben più risolutivi, sia ortodossi che eretici. Un rimedio ortodosso ( ma secondo alcuni in odore di eresia) è quello di inondare il mercato di liquidità, come hanno fatto e stanno facendo coi “quantitative easing” sia la FED che la BCE. Il problema è che di quell’alluvione di moneta sinora  solo pochi rivoli cominciano ad arrivare alle imprese ed alle famiglie.

Un rimedio ancora più radicale, oggi considerato eretico ma che trova un numero crescente di sostenitori,  è restituire allo Stato il potere di battere moneta, togliendolo alle Banche Centrali, che in realtà sono società  private che svolgono funzioni pubbliche.

Poi ci sono tutta una serie di altre  teorie, di esperimenti, di tentativi più o meno riusciti che costellano la storia della moneta di questi ultimi due secoli.

Uno di questi esperimenti, che dura da ottant’anni è il “wir”, una moneta creata  in Svizzera  dopo la grande crisi del 1929, quando una serie di aziende decise di  dar vita a una rete di mutuo credito che “bypassasse” il franco e le banche. Quel concetto e quella moneta dura tuttora, usata  da quasi 50 mila  utilizzatori.

Ed è proprio il “wir” che è servito da modello a Giuseppe Littera; ne discusse su Skipe (allora studiava a Leeds, in Inghilterra) coi suoi amici sardi: Piero Sanna, il fratello minore Gabriele, Carlo Mancosu ,Franco Contu.

Sembrava un’impresa assurda: nessuno di loro aveva studiato economia, e tantomeno aveva master in gestione d’impresa. E non avevano un soldo né un finanziatore.

Dice ancora Giuseppe Littera: “Abbiamo pensato: noi siamo qui, le aziende sono qui, possiamo riuscire a farlo senza disturbare Bruxelles, Roma o New York”.

Una rivendicazione di autonomia impastata di orgoglio e di buon senso, ed ha funzionato. In realtà più che una moneta il sardex, come d’altronde il “wir”, è una rete di mutuo credito, con un sistema elettronico centralizzato che opera da stanza di compensazione.

 

Come funziona il sardex

 

Ma ecco, più in particolare, come funziona il sardex. Per entrare nella rete un’azienda deve avere merci o servizi da offrire alle altre aziende, ed essere disposta ad usare  il sardex come valuta.

I partecipanti partono con zero sardex, e guadagnano valuta elettronica solo effettuando transazioni con gli altri partecipanti alla rete.

Le imprese che partecipano possono avere il conto in rosso, cioè più debiti che crediti, ma solo entro un limite stabilito dagli amministratori del sistema, sulla base di quello che l’azienda ha da offrire agli altri partecipanti. Le transazioni inferiori a mille euro debbono essere fatte in sardex; per quelle superiori si possono aggiungere euro. Ed in euro, ovviamente, si paga l’Iva sulle transazioni, che vengono registrate  nel sistema centralizzato, che ha sede a Serramanna.

Le aziende iscritte pagano ora una quota annuale, che è proporzionale alle loro dimensioni, e va da 200 euro a 3.000.

Sul credito mutuo che i partecipanti alla rete si fanno, non gravano interessi. 

Poter avere credito evitando le banche(o peggio gli usurai), e per giunta non pagarci sopra interessi, è stato, evidentemente, l’asso nella manica che ha permesso al progetto di decollare. Ma malgrado ciò il successo non è stato né facile né rapido.

Registrata la società nel luglio 2009, i promotori hanno proposto il sistema sardex alle aziende locali. A centinaia hanno risposto di no. Il primo partecipante, un imprenditore locale, si è iscritto all’inizio  del 2010. E pian piano la rete ha cominciato a crearsi: negozi, alberghi, giornali, professionisti, ristoranti. Ma alla fine del 2010  la rete del sardex aveva ancora solo 23 adesioni, ed un volume di transazioni di poco superiore ai 300 mila euro. La sopravvivenza era quanto mai incerta.

Paradossalmente proprio ai fondatori del sardex mancava la liquidità, malgrado avessero cominciato a far pagare ai partecipanti una piccola quota d’iscrizione. Il giro di boa venne l’anno dopo, nel 2011, quando  una società d’investimento milanese, credendo nella validità dell’idea, vi investì 150 mila euro. Una somma tutt’altro che faraonica, ma tanto bastò per far guadagnare al sardex il tempo necessario a crescere: nel 2012 le transazioni avevano raggiunto i 5 milioni di euro; nei primi nove mesi di quest’anno hanno già superato i 31 milioni. La rete sardex si estende ormai a  quasi 3.000 aziende, comprese società di dimensione nazionale, come Tiscali, o il maggior quotidiano della Sardegna, l’Unione Sarda, e c’è un progetto per coinvolgere la Regione Sardegna.

 

Le ragioni di un successo

 

Abbiamo sottolineato come l’accesso al credito, e senza interessi, sia una delle frecce all’arco del sardex, e una delle ragioni del suo successo.

Ma vi sono anche altre ragioni. Lo spirito comunitario e solidaristico che ne è alla base, ad esempio, e che in passato aveva generato, sempre nel campo del credito, istituzioni come i Monti  di pietà francescani, le Società operaie di mutuo soccorso mazziniane, le Casse di Risparmio radicate nel territorio, le Banche Popolari cooperative. Tutte istituzioni che oggi la religione del mercato in un’economia sempre più globalizzata tende a spazzar via .

 “Alla base del nostro progetto ci sono sempre stati rapporti umani; non è mai stato possibile entrare nel circuito via internet”, sottolinea  Gabriele Littera.

Poi  c’è un altro fattore che, se non a base del successo, ha evitato però  che l’esperimento  venisse soppresso per legge. Il sardex cioè non è una moneta alternativa all’euro. E’, semplicemente, una stanza di compensazione elettronica dei crediti  mutui che si scambiano i partecipanti alla rete. Nulla di illegale dunque.  E, come ha sottolineato una utilizzatrice “ Fa circolare i soldi qui, crea collegamenti”.

 

Quando invece intervenne la Guardia di Finanza

 

Uno spirito comunitario lo avevano infatti anche  altri esperimenti, come il Simec, la moneta cartacea creata  per impulso del prof. Giacinto Auriti a Guardiagrele, in Abruzzo, suo paese natale, nel 2000, citato anch’esso nel servizio del Financial Times.

Auriti infatti per decenni  aveva combattuto un’aspra polemica contro la Banca Centrale, accusata di usurpare il potere d’emissione dello Stato e di indebitarlo artatamente. “Tra me e la Banca Centrale c’è un duello all’ultimo sangue”, aveva dichiarato  in un’intervista al New York Times nel 2001.

Facile immaginare come andò a finire questo duello. Arrivò a Guardiagrele la Guardia di Finanza, ed i biglietti  in Simec furono sequestrati e distrutti.

Alquanto più arduo però è sequestrare e distruggere le idee. Giacinto Auriti, che quand’era vivo era noto solo ad una ristrettissima cerchia, considerato dai più uno stravagante, ignorato totalmente dalla grande stampa italiana (non del tutto da quella straniera, come abbiamo visto) oggi  ha un numero crescente di seguaci, specie tra quei giovani che animano su Internet le discussioni ed i “blog”. E nella polemica oggi sempre più attuale sui poteri smisurati della grande finanza, parassita dell’economia reale, sul trasferimento della sovranità monetaria dello Stato; sull’euro così com’è (tre italiani su quattro ne sono insoddisfatti, secondo un sondaggio promosso dall’Acri) il nome di Giacinto Auriti ricorre sempre più frequentemente.

 

Chi ricorda più Gesel e il maggiore Douglas?

 

Sono pressoché scomparsi invece, anche dai manuali di storia dell’economia, altri nomi di eretici che pure erano assai noti all’inizio del secolo scorso. Quello, ad esempio del maggiore Hugh Clifford Douglas, o di Silvio Gesell, peraltro ampiamente citati da Keynes  nella sua opera maggiore, la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse, della moneta”. Tutti, più o meno consapevolmente, influenzati  dal “Guild socialism” inglese ( che propugnava all’inizio del secolo scorso il passaggio della proprietà delle industrie allo Stato, che a sua volta lo trasferiva alle “gilde”, organizzazioni dei lavoratori evocanti quelle medioevali, che avrebbero dovuto esercitare la gestione coinvolgendo consumatori ed istituzioni locali ). Una suggestione ulteriore era quella della  “Banca del popolo” di Proudhon, che voleva sostituire il denaro con buoni di produzione e di lavoro.

Il maggiore Douglas, meditando sul fatto che prima della guerra mondiale del 1915-18 le risorse monetarie sembravano insufficienti, ma durante il conflitto lo Stato spendeva per la guerra con grande facilità, aveva elaborato  la sua teoria del Credito Sociale, nella quale sosteneva che “lo Stato ha il credito” e non ha bisogno di prendere denaro in prestito, anzi è lui che lo deve prestare con discernimento a chi ne necessita per lavorare e per comprare,  rimediando all’assurdità dei beni prodotti e invenduti, benché ve ne sia bisogno.

Il Credito Sociale divenne anche un movimento politico, che ed ebbe un certo successo. Oggi appare un’utopia. Ma il “reddito di cittadinanza”o il “salario sociale” di cui ora molto si parla, è poi tanto diverso?

 

La moneta prescrittibile di Gesell e di Avigliano

 

Silvio Gesell invece era un uomo d’affari, che per qualche giorno nel 1919 fu anche ministro delle finanze nell’effimera Repubblica sovietica della Baviera.

La sua idea era che la moneta dovesse essere emessa dallo Stato, ma come tutte le altre merci, doveva essere deperibile, o meglio il suo valore doveva lentamente andare in prescrizione. L’oro, egli sosteneva, essendo eterno, dà un potere  sbilanciato a chi lo possiede; chi possiede denaro “tiene la domanda come un cane al guinzaglio, e lo lancia sulla preda a sua scelta. La “Libera Moneta” deperibile doveva rompere l’ingiusto privilegio della moneta. Ma deperibile come? Sulla moneta per prolungarne la validità dovevano essere incollati dei bollini.

Il sistema appare macchinoso, ma  nel 1932 per un anno fu sperimentato a Worgl, un paesino del Tirolo, e il sistema funzionava egregiamente. In pratica ogni biglietto doveva affrancarsi mensilmente con un bollino pari all’1% del valore della moneta. Su ogni moneta messa in circolazione il paesino aveva dunque una rendita pari al 12% all’anno. Quell’imposta rendeva superflue tutte le altre, e – come narra Ezra Pound in “ Carta da visita”- permise al paese, che era quasi in bancarotta, di rimettere in due anni i conti in ordine, e ricominciare a costruire opere pubbliche.

Finché non intervenne la Banca Centrale austriaca, e le monete di Worgl furono messe fuori legge.

Anche Francesco Avigliano, un socialista lucano trapiantatosi in Molise, si poneva il problema dell’assurdità della miseria “in mezzo a tante ricchezze tramandateci in eredità dal passato, e malgrado i grandi e potenti mezzi di produzione, che darebbero l’agiatezza a tutti, in compenso di poche ore di lavoro giornaliero”, e vedeva nella moneta, così com‘è “una causa limitatrice della produzione”, e proponeva come Gesell una moneta caduca e prescrittibile.

Nella introduzione al suo “Enigma Sociale” egli scriveva inoltre  nel 1926 :  “ Fino a qualche secolo fa si era ricchi di terre, case e oro. Da qualche secolo a questa parte la civiltà capitalistica  è venuta generando una nuova ricchezza, la quale non essendo né  terre, né case, né oro, è per definizione un artificio.

Tale è la soprastruttura della finanza capitalistica dei depositi e titoli, la quale incombe sull’umanità povera di tutte le classi sociali come il più temendo dei flagelli…V’è una minoranza di uomini la quale, oltre alla ricchezza tradizionale in terre, case e oro, possiede anche una ricchezza artificiale (che sacrilegamente è battezzata coi nomi santi di risparmio e di capitale) in una cifra sbalorditiva…….Questa minoranza di uomini, dunque, ha nelle mani un potere di dominio e di corruzione addirittura fantastico”.

Quasi cento anni dopo queste parole sembrano più attuali di allora.

 

Un pensiero rimosso che oggi riemerge

 

Il pensiero economico attuale, imbevuto dei dogmi liberisti e di ortodossia neoclassica, ha dimenticato e sepolto i molti fermenti innovativi  e le molte polemiche che hanno animato il dibattito  economico e sociale per quasi due secoli e che più volte si sono focalizzate sui temi della moneta e del credito: dall’idea di Mazzini sull’istituzione di  magazzini o depositi pubblici, dove a fronte delle merci consegnate,  si rilasciasse alle Associazioni di lavoratori che le avevano prodotte un documento, o buono,  simile al biglietto di banca ed ammesso alla circolazione e allo sconto, alla lunga polemica  negli Stati Uniti sulla creazione di una Banca Centrale sul modello della Banca d’Inghilterra, strenuamente avversata dal presidente Thomas Jefferson, o alle sarcastiche critiche che Marx  dedica all’azione delle Banche Centrali.

Ma molte di quelle idee sepolte, come un fiume carsico tornano oggi alla luce, ignare magari delle loro origini. Rinascono spesso spontaneamente, come reazione allo strapotere finanziario, ad una moneta ormai tutta fiduciaria ed a corso forzoso, garantita non più dall’oro, ma dallo Stato, che però non la emette e la prende a prestito. E invece, cominciano a sostenere alcuni,  con questa “fiat money”, cioè con questa moneta fiduciaria, uno Stato- in forza della sua credibilità- potrebbe finanziare agevolmente i grandi progetti di progresso, per i quali si afferma invece che non c’è denaro.

 Eppure, osserva qualcuno, già duemila anni or sono così fece Augusto. Finanziò strade, ponti, acquedotti per unire le parti dell’Impero e incivilirlo, coniando monetine di ferro, di rame, di metallo vile, che tutti accettavano, perché vi era impressa l’immagine dell’Imperatore.

E così noi oggi accettiamo il dollaro  nei pagamenti internazionali, benché da quasi mezzo secolo sia solo un biglietto di carta, non più garantito da riserve auree e convertibile in oro.

Riemergono infine, accanto all’esigenza di un sistema monetario internazionale nuovo e più equilibrato,  quei fermenti identitari e comunitari,  quella necessità di produttori e di lavoratori di associarsi, per non essere travolti  dalla violenza del liberismo globalista.

“L’Associazione vi farà liberi”, predicava Mazzini agli operai, aggiungendo  che i diritti presuppongono i doveri.  “Con il sardex il denaro diventa soprattutto un sistema di diritti e doveri”, sostiene Carlo Mancosu.

“Cercate di costruire comunità dove prima non esistevano. In Sardegna il tessuto sociale era strappato. E noi abbiamo cominciato a ricucirlo”, afferma Giuseppe Littera.

Chissà se i promotori del sardex hanno letto Mazzini, o Ezra Pound, o Jefferson, o Avigliano, Douglas e Gesell, o magari  Auriti. Ma anche se non li hanno letti, con le parole ne echeggiano il pensiero, e coi fatti lo applicano.

                                                                                                                                               g.v.

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