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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 12331 volte 19 febbraio 2016

“E rimetti a noi i nostri debiti…” o una serie di default sconvolgerà l’economia mondiale

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

Una serie sempre più lunga di Stati rischiano il “default

 

Negli ultimi trent’anni il tema del debito è comparso più volte in forma drammatica nei punti più diversi  del globo. Qualche esempio? Il debito dei Paesi sudamericani all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, con il default del Messico nel 1982. Quindici anni dopo fu la volta del Sud Est asiatico. Più recentemente la “crisi dei debiti sovrani” ha lambito l’Europa meridionale, ed in particolare ha devastato e sta devastando la Grecia. Al momento sono a rischio “default” l’Ucraina, l’Argentina ed il Venezuela.  A giudicare dal costo dei rispettivi “credit defaul swap”, cioè  delle assicurazioni contro il collasso del debito pubblico, le probabilità di un crack di quei tre Paesi nell’ orizzonte massimo di un decennio oscillano tra il 70 ed il 90%.

Ma è sempre più problematica anche la situazione della Grecia, dell’Egitto, del Brasile, dell’India, dell’Indonesia e della Turchia, tanto per fare alcuni esempi. E persino l’Arabia Saudita in quest’ultimo anno, col prezzo del petrolio dimezzatosi, ha visto raddoppiare il costo dei “credit default swap” sul suo debito pubblico.

Per la stessa ragione è in affanno anche la Russia. Il primo ministro Medvedev ha avvertito che  “le possibilità dello Stato non sono infinite” e che se il petrolio scende ancora “bisogna prepararsi al peggio”. Per alcuni Paesi  non è tanto l’entità del debito che fa temere il collasso (quello della Grecia, ad esempio, è  appena un decimo di quello italiano) ma l’ incapacità dello Stato di ripagarlo.

Sotto questo aspetto ben pochi sono i Paesi che possono dormire sonni tranquilli. Il giudizio delle Agenzie di “rating” non è certo oro colato. Ma sta di fatto che  oggi solo quattro Paesi godono della tripla A da parte di tutte e quattro le Agenzia (le tre occidentali più la cinese Dagong). E di questi quattro Paesi due sono città Stato (Lussemburgo e Singapore)  e gli altri due (Svizzera e Norvegia) non si può dire siano colossi dell’economia mondiale

Quanto alla prima economia del mondo, gli Stati Uniti, le Agenzie di “rating” la pongono uno o due gradini sotto il podio più alto. Ma vi sono autorevoli economisti i quali temono che in realtà gli Stati Uniti siano sull’orlo di un drammatico collasso finanziario, ancor più grave di quello del 2008, e che l’esplosione della “bolla finanziaria”  con istantanea reazione a catena si trasmetta a tutto il mondo.

Per il momento però la situazione più pericolante è quella dell’America latina. A rischio “default” sono infatti le tre maggiori economie del Sud America, e cioè Brasile, Argentina e Venezuela.

Sembra di essere tornati indietro di trentacinque anni: il rischio “default” dei maggiori Paesi dell’America latina è infatti un “deja vu”, uno scenario che si ripete quasi identico.

Negli anni ’80 la truffa petrolifera, cioè la moltiplicazione truffaldina  del prezzo del petrolio (con la falsa giustificazione della fine prossima ventura delle riserve d’idrocarburi del pianeta) aveva portato alla quadruplicazione del prezzo del greggio nella crisi del 1973-’74  e ad un’ulteriore quintuplicazione nel 1979. I Paesi produttori di petrolio depositavano nelle banche statunitensi l’alluvione di dollari che incassavano, grazie ai prezzi saliti alle stelle. E le banche americane a loro volta prestavano quei dollari principalmente ai Paesi dell’America latina.

Un meccanismo che si ruppe quando all’inizio degli anni ’80 vi fu un crollo dei prezzi delle materie prime e, quasi contemporaneamente, un vigorosissimo aumento dei tassi negli Stati ed un rafforzamento del dollaro.

L’incremento inusuale dei tassi, saliti in molti casi a due cifre, appesantì enormemente l’onere finanziario del debito, ed anche l’Italia, con tassi dei Bot attorno al 20%, restò prigioniera di quel meccanismo ( e di lì, oltreché dal costo improvvisamente esorbitante dei nostri rifornimenti energetici, dall’impatto sulla nostra bilancia commerciale  e dall’inflazione conseguente largamente importata ha avuto origine la crescita irrefrenabile del nostro debito pubblico).

Il rafforzamento del dollaro rispetto alle svalutate valute nazionali ha reso poi  per alcuni Paesi- quelli del Sud America in particolare- praticamente impossibile estinguere il debito con l’estero. In alcuni casi l’importo originale, era già saldato in valuta nazionale per il doppio della cifra iniziale, ma il debito residuo invece d’essere estinto era cresciuto. Come accade agli sventurati che cadono nelle grinfie degli usurai.

E’ illusorio pensare che queste cose, che accadono in America Latina, infondo non ci riguardino. Lo pensava, in prima battuta, – me lo raccontò poi, quando era ormai divenuto Governatore della Banca d’Italia – Antonio Fazio: erano anni in cui la globalizzazione non era un dato acquisito, ed il Messico sembrava lontanissimo. Ma dopo pochi giorni dall’inizio della crisi messicana tutta Bankitalia si trovava in trincea a dover difendere la lira. 

Qualcosa di simile in America Latina sta accadendo di nuovo. A mettere in moto il meccanismo sembra essere stato ancora una volta il crollo dei prezzi delle materie prime, cui si è aggiunto quello del petrolio.

Come negli anni ’80 a determinare quella caduta è il rallentamento dell’economia mondiale, con un’Europa che – strozzata dalle politiche di austerità imposte dalla Germania per frenare la crescita dei debiti pubblici nell’eurozona- da anni ormai vede il suo  sviluppo crescere a  livelli da prefisso telefonico.

Le statistiche ufficiali dicono che negli Stati Uniti la situazione è leggermente migliore. Ma la corrispondenza di quelle statistiche alla realtà comincia ad essere messa in dubbio. L’improvviso passaggio della Lemhann Brothers dalla tripla A al “default”, cioè dal giudizio di massima solidità finanziaria al fallimento, ha  insinuato non pochi dubbi sull’attendibilità dei “rating” e delle statistiche ufficiali americane.

Sta di fatto che in una rapida reazione a catena la debolezza dell’economia occidentale si è riflessa sulle esportazioni della  Cina, e quindi sulle sue importazioni. La minor domanda di materie prime e di petrolio ha impattato rapidamente sui prezzi. Il crollo dei prezzi delle materie prime e del petrolio ha drasticamente ridotto le entrate dei Paesi produttori, creando voragini nelle bilance commerciali. Il rafforzamento del dollaro e le svalutazioni delle monete nazionali  hanno rimesso in moto il meccanismo moltiplicatore in valuta nazionale del debito espresso in dollari. Un meccanismo che spinge i Paesi più esposti verso l’insolvenza ed il “default”.

Che possibilità ci sono di uscire da questa logica perversa? Ben poche, in realtà.

Occorrerebbe anzitutto che l’Europa adottasse una ragionevole politica di sviluppo, contribuendo così a ravvivare la domanda mondiale. E’ questo il senso della recentissima esortazione del presidente della BCE Mario Draghi a riprendere la politica degli investimenti pubblici.

Ma è assai improbabile che l’ex esattore delle tasse ed attuale ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schauble, attenui almeno la sua ossessione rigorista.

Dopo quasi mezzo secolo di disordine monetario internazionale seguito alla disdetta, da parte degli Usa, del sistema nato a Bretton Woods e della convertibilità del dollaro in oro, occorrerebbe  che si ricostruisse un sistema monetario internazionale equilibrato e stabile, che tenga conto degli equilibri internazionali mutati rispetto a più di settant’anni or sono, quando fu siglato l’accordo di Bretton Woods.

Ma gli Stati Uniti non accetteranno mai di rinunciare ai grandi privilegi di signoraggio che derivano al dollaro-carta dall’essere la valuta di gran lunga prevalente negli scambi internazionali.

Occorrerebbe rimettere ordine, cioè regole, in una finanza ipertrofica ed impazzita, cominciando col separare nuovamente le banche commerciali da quelle d’investimento. Cioè le banche che raccolgono risparmio con cui finanziare le attività economiche da quelle che raccolgono capitali con cui speculare.

Ma Wall Street e la City, cioè le potentissime lobby finanziarie mondiali, non accetteranno mai di rinunciare spontaneamente a questa anarchia in cui dominano e si arricchiscono sempre più, in un mondo in cui cresce per contro l’area della povertà; non accetteranno mai di  tornare a riconoscere il primato della politica e dell’economia reale sulla finanza.

E allora? Nella antica tradizione ebraica vigeva l’istituzione dell’anno sabbatico. Ogni sette anni cioè, secondo  le leggi mosaiche, si faceva riposare la terra, si condonavano i debiti e si liberavano quegli schiavi che erano divenuti tali per debiti non pagati. Ma quella usanza saggia si è perduta. Ne rimane solo una traccia  nella preghiera cristiana al Padre Nostro: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Ma sono solo parole, il cui significato s’è perduto.

Per la verità nel 1994 papa Giovanni Paolo II riprese l’invito a cancellare i debiti nella sua lettera pastorale “Tertio Millennio Adveniente”. Ed alla vigilia del grande Giubileo del 2000 la Conferenza Episcopale Italiana replicò l’invito. Lo stesso Parlamento italiano nel 2000 approvò una legge che condonava i nostri crediti verso alcuni Paesi poverissimi. Ma era una goccia nel mare.

Di fatto più che la buona volontà a cancellare, o quasi, i debiti nel mondo moderno è la cattiva volontà, cioè la guerra. In periodo bellico infatti ogni Stato spende in deficit, e l’equilibrio di bilancio è l’ultima delle sue preoccupazioni. Poi, finita la guerra, il conto lo presenta l’inflazione che ne consegue, specie se lo Stato  la guerra l’ha persa.

Due episodi reali rendono l’idea più di tante teorie. Il primo  me lo raccontò Giano Accame, il compianto intellettuale di destra che per decenni è stato collaboratore della rivista “la Finanza”.  Poco prima del secondo conflitto mondiale i suoi genitori vendettero un vasto terreno alla periferia di Loano, in Liguria. Da sinceri patrioti (il padre era ammiraglio del genio navale) investirono il ricavato in Buoni del Tesoro del prestito bellico. Finita la guerra, incassati i Buoni alla scadenza, tutto quello che riuscirono a comprare col ricavato fu un cappotto per il figlio. Il loro credito era stato vanificato dall’inflazione.

Dal lato opposto c’era il vecchio direttore del “Travaso”, un settimanale  di successo negli anni cinquanta . Aveva comprato casa poco prima della guerra, ed all’inizio degli anni sessanta pagava le ultime rate del mutuo: duecento lire, se ben ricordo. Cioè più o meno il costo di un pacchetto di sigarette. Il suo debito era stato praticamente cancellato.

Ma oggi non è certo in una guerra che si può “sperare” per cancellare la montagna di debiti che sta schiacciando il mondo. Anche se – a giudicare dalle cronache-  viene il dubbio che qualcuno per tentare di evitare il collasso della finanza globale ad una sorta di guerra controllata, di terzo conflitto mondiale a puntate, ci stia pensando.

Siamo giunti all’ultima ipotesi: quella del collasso della finanza globale, che alcuni credono inevitabile ed imminente. Un collasso apocalittico, che rimescolerebbe tutto, compreso il valore della massa di monete-carta che le Banche Centrali stampano a valanga di qua e di là dell’Atlantico, nell’illusione che ciò valga a scongiurare la crisi.

“Le fond de l’abime a ce devantage: qu’il oblige a le remonter” , dice un proverbio francese. Cioè il fondo dell’abisso ha questo vantaggio: che obbliga a risalire. Purché si sappia e si voglia trarre lezione da ciò che è accaduto.

 

Arnaldo Vitangeli

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