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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 3505 volte 15 giugno 2016

Chi prenderà il posto dell’Occidente?

Di Redazione  •  Inserito in: Ricerche e Studi

   

  di Roberto Melchiorre

 

Intorno agli anni Venti del Novecento, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, il libro “Il Tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler (1880-1936) destò un vivo interesse e suscitò un’ampia risonanza, probabilmente superiori all’effettivo suo merito. A giudicare dal titolo, sarebbe detta un’opera nata dalla considerazione delle penose condizioni politiche ed economiche del popolo tedesco, come la sconfitta appena subita nella grande guerra, l’umiliazione nazionale imposta dai trattati di Versailles, la depressione economica seguita al 1923, l’iperinflazione, che colpì la vita della repubblica di Weimar (1919-1932).

Se è vero che questi tragici avvenimenti dovettero pur agire sulla psicologia dell’autore inducendolo al più nero pessimismo, si deve costatare che l’esito catastrofico preconizzato della civiltà occidentale non risulta nelle pagine dello Spengler strettamente legato a quei fatti.  La sua visione è più sfumata e risente chiaramente d’influenze e di dottrine varie, più attente alle esigenze della teoria che alla disamina della realtà.

Tesi principale de “Il Tramonto dell’Occidente” è che tutte le civiltà attraversano un ciclo naturale di sviluppo, fioritura e decadenza e che l’Europa del suo tempo si sarebbe trovata all’ultimo stadio, a meno che non fosse riuscita a ripristinare i suoi valori spirituali.

In questa cornice si avverte chiaramente l’influenza della concezione ciclica della storia propria del pensiero greco, la vicinanza a quella delle tre età (degli dei, degli eroi e degli uomini) e dei corsi e ricorsi storici di G. B. Vico, l’affinità con quanto postulato e analizzato in “Civiltà al paragone” di A. Toynbee, opera di pochi anni successiva al “Tramonto dell’Occidente”, ma frutto di analogo clima spirituale..

Il timore della decadenza dell’Occidente non è appannaggio esclusivo della dottrina dello Spengler.

Declino e caduta dell’impero romano, 1787, di Edward Gibbon (1737-1791) è l’omologo libro che riguarda lo stato d’animo delle popolazioni dell’impero romano nei secoli della sua decadenza. Ma senza innalzare questa situazione a regola generale. Secondo Gibbon, l’impero romano d’Occidente cadde sotto le invasioni barbariche a causa dell’affievolimento del senso civico dei suoi sudditi, che divennero deboli man mano che cedettero a barbari mercenari il compito di difendere i confini dell’impero. Costoro, aumentati di numero, pur integrati nel tessuto della società, non si sentirono altrettanto impegnati a difenderla, e finirono col distruggerla.

 Gibbon attribuiva al Cristianesimo la colpa che i Romani fossero divenuti effeminati, incapaci di una vita virile da veri soldati perché aveva inculcato in loro la convinzione di una vita ultraterrena eterna, che sminuì il valore e l’interesse per la vita terrena e indebolì la loro disponibilità a sacrificarsi per l’impero.

Egli credette anche che il pacifismo, così radicato nella nuova religione (Vi lascio la pace, vi dò la mia pace, Gv. 14,27; Porgere l’altra guancia: Luca 6.27-38; Amare oltre gli amici anche i nemici Mt. 5: 43-44; Chi di spada ferisce di spada perisce Gv. 18.10), avesse contribuito a smorzare il tradizionale spirito marziale romano.

Inoltre, egli ignorò completamente lo spirito universalistico della nuova religione (Andate ed ammaestrate tutte le nazioni Gv. 20.21; Ut omnes unum sint Gv. 17-21; Un solo gregge sotto un unico pastore Gv- 10-16).

Nel suo integralismo intellettuale, Gibbon, come altri pensatori  illuministi, ritenne che soltanto nella sua era, l’Illuminismo, l’età della ragione e del pensiero razionale, la storia umana avesse ripreso il suo progresso. Ebbe così in disprezzo il medioevo  e i preti superstiziosi dei secoli bui. Ignorò completamente il valore di quell’epoca, che dall’Italia diffuse la cristianizzazione al resto dell’Europa, civilizzò, attraverso le missioni e il monachesimo, i popoli barbari del Nord del coninente; restituì, dopo averla recuperata (con la “Prammatica Sanzione”, 554 d.C.; e con il “Decreto di Graziano”, 1140 d. C.),  dal rinunciatario  impero romano d’Oriente (che aveva trasferito la capitale dell’impero in Oriente, a Bisanzio e lasciato la precedente capitale, Roma, nelle mani dell’autorità religiosa; con la cc.dd.  “Donazione di Costantino”), la  legittimazione all’autorità civile (incoronazioni degli imperatori e infeudazione dei re; lotta per le Investiture e trattato di Worms, 1122) e con essa la capacità di porre le basi (teocratiche) per la costruzione dei nuovi stati nazionali, dai quali nacque l’Europa moderna.

Fermi nelle loro particolari considerazioni o interessati allo studio di specifici periodi o alla dimostrazione delle loro tesi pochi storici, o poco conosciuti, si sono accorti che l’Islam è stata, nei secoli passati, e continua a essere, nel terzo millennio, la più grande minaccia alla sopravvivenza del mondo occidentale, erede unico e genuino della civiltà greca e romana, figlio legittimo e primogenito del cristianesimo, nato prima ancora che dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, dalla lenta e faticosa sintesi dell’antico umanesimo greco-romano con la spiritualità pacifica e universale della nuova religione.

Tra costoro Bernard Lewis ha scritto: ”Per quasi mille anni, dal primo sbarco moresco in Spagna al secondo assedio turco di Vienna l’Europa è stata sotto la costante minaccia dell’Islam” (v. Gli Arabi nella Storia, Laterza, 2001).

Samuel Huntington, da parte sua, ha notato: “L’islam è l’unica civiltà ad aver messo in pericolo e per ben due volte la sopravvivenza dell’Occidente” (v. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1993).

La resistenza che il mondo cristiano ha saputo opporre all’invadenza del mondo islamico è stata lenta, episodica, disordinata, in gran parte incosciente e per lo più condizionata da interessi particolari, e, nonostante tutto  si può dire, finora, incredibilmente fortunata.

Alle sue origini, l’islamismo, in un secolo appena, dalla morte di Maometto (632 d. C.) alla battaglia di Poitiers (732 d. C.), aveva conquistato e assoggettato, con le armi, la guerra, la crudeltà e la violenza predicate dal Corano nei confronti del nemico, oltre Gerusalemme, la Palestina e la Siria, tante regioni dell’Africa mediterranea, come l’Egitto, la Tripolitania il Maghreb (Algeria, Marocco e Tunisia), buona parte dell’Europa sud-occidentale, cioè la Sicilia, la Sardegna e quasi tutta la penisola iberica. Si tratta d’immensi territori e di una popolazione sterminata che aveva già conosciuto la civiltà dell’antico mondo romano, e che, dal 33 d. C. (morte di Gesù) al 632 (morte di Maometto), con la predicazione apostolica, la diffusione del Vangelo, la persuasione e l’esempio dei martiri, si era generalmente convertita alla nuova religione cristiana. Con la conquista musulmana del Medioriente e dell’Africa mediterranea il mondo cristiano aveva perduto circa la metà dei suoi fedeli.

Questo grazie al Jihad, inteso  nel duplice significato, soggettivo, di vivere nel modo più compiuto e genuino  l’islamismo, da combattente, e oggettivo, di guerra santa, che comprende tre gradi di lotta:

1)    contro gli infedeli traditori del Corano (apostati);

2)    contro coloro cui fu data la Scrittura e ciononostante continuavano ad  errare  (Ebrei e Cristiani);

3)    contro gli idolatri miscredenti e i non credenti.

Lo scopo della guerra santa, come di tutto l’islamismo, è di arrivare alla Umma, vale a dire alla creazione dello stato mondiale musulmano. In altre parole, all’islamizzazione forzata di tutto il  mondo.

Per capire questo è sufficiente dare uno sguardo generale alla storia dell’Islam, che è di continue conquiste militari.  Ma è ugualmente sufficiente leggere i passi del Corano che legittimano e impongono il ricorso alla violenza come metodo per vivere nel modo più genuino ed eroico la loro religione: “Vi è prescritta la guerra, anche se ciò possa spiacervi” (Sura II, versetto 216); “Chi è ucciso nella guerra santa è martire ed è ancora vivo” (II, 154, III, 139-143) “ Il combattente è superiore al non combattente” (IV,95-96); “Colpire alla nuca e spezzare ogni dito” (VIII,12); “Ai miscredenti è riservato il supplizio del fuoco” (VIII, 14)“Uccidete gli idolatri dovunque li troviate; catturateli, assediateli, fateli cadere nelle imboscate” (IX,5); “Ammazzateli dovunque essi si incontrino” (II,191); “Combatteteli fino a che non vi sia più ribellione e che la religione sia quella del Dio” (II 193); “ Non voi li avete trucidati, è il Dio che li ha uccisi (VIII, 17); “Combattete contro coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo  e che non ritengono illecito quel che Dio e il suo messaggero hanno dichiarato illecito: Combattete, fra quelli cui fu data la Scrittura, coloro che non praticano la vera religione. Combatteteli finché non paghino il tributo, uno per uno, e finché non siano umiliati” (IX, 29). 

Il Corano indubbiamente contiene anche valori umani lodevoli, quali l’ospitalità, la fraternità, la solidarietà; Ma questi valori valgono solo nei rapporti fra musulmani, credenti e praticanti. Nei riguardi degli infedeli e dei miscredenti possono essere applicati solo come forma tattica, provvisoria, allo scopo di indurre le popolazioni soggette al pagamento dei tributi.

Otto lunghi secoli occorsero agli Europei solo per ricacciare gli Arabi dalla Spagna. La Reconquista fu la liberazione dei Regni moreschi di Spagna da parte dei sovrani Cristiani. Fu compiuta in due tappe, rispettivamente dell’arresto (Poitiers, 732 d.C.) e dell’espulsione (Granada, 1492) dei Mori dal continente europeo. Culminò il 2 gennaio 1492, quando Ferdinando e Isabella, Los Reyes Católicos (“I Re Cattolici”), espulsero dalla penisola Iberica l’ultimo dei governanti moreschi, Boabdil di Granada, riunendo sotto un solo regno gran parte di quella che è la Spagna odierna.

Non sembra che fra gli storici vi sia qualcuno che abbia posto in evidenza la definitività per l’Occidente della perdita di quasi tutte le terre che furono sede delle prime comunità cristiane e culla della loro civiltà. La Reconquista della Spagna fu al confronto ben poca cosa.

Il tentativo dell’Occidente di recuperare dall’invasore arabo le terre che in Medio-Oriente avevano costituito la culla della civiltà cristiana (Gerusalemme, la Palestina e la Siria) è stato condotto malissimo e con esito vergognoso. Si tratta della storia, invero poco gloriosa per gli Occidentali delle Crociate, che comprende il periodo che va dal 1095 (Concilio di Clermont-inizio della I crociata) al 1274 (Trattato di Tunisi-fine dell’ottava crociata).

Al concilio di Clermont (1095) il papa Urbano II invitò tutti i Cristiani dotati di una qualche attitudine militare a partire in armi, rivestiti dell’insegna della croce, al seguito di un pellegrinaggio di volontari diretti a Gerusalemme. Questa processione (detta crociata dei pezzenti) fu facilmente sterminata lungo il cammino dai Turchi, e nessuno dei partecipanti giunse in Palestina.

Nel 1096 la prima vera crociata, bandita ufficialmente dal papa, riuscì, con la guida di Goffredo di Buglione e l’aiuto dell’imperatore bizantino Alessio Commeno, a conquistare Gerusalemme. Da allora in poi a questa rara vittoria dei Cristiani seguì per loro una lunga e penosa serie d’insuccessi, accompagnati da falsità, inettitudine, opportunismo e spietate violenze. La risposta dei Turchi a questa prima crociata fu l’espugnazione della siriana Edessa (1144).

Seguì una seconda crociata (1147-1187), che segnò altre due pesanti sconfitte dei Cristiani, nel 1148 a Damasco e nel 1187 a Gerusalemme riconquistata dai Musulmani guidati dal sultano dell’Egitto Saladino.

Nella terza Crociata (1180-1192) i Cristiani riuscirono a fatica a occupare solamente l’isola di Cipro e una sottile fascia costiera. Dopodiché, lo scopo delle spedizioni oltremare si allontanò sempre più da quello inizialmente dichiarato di voler liberare i luoghi del Sacro Sepolcro ed emerse il proposito di riconquistare quanto più possibile delle Terre appartenute all’Occidente.

L’obiettivo della quarta Crociata (1202-1204) fu completamente diverso e si diresse alla conquista dell’impero bizantino, che dopo lo scisma del 1054 si era allontanato dalla chiesa romana. L’assedio di Costantinopoli (1204), combattuto fra i Crociati e i Bizantini, finì per la prima volta nella storia con la vittoria degli assedianti, i Crociati. L’assedio, l’espugnazione, il saccheggio, la strage degli sconfitti, le crudeltà e la voracità dei vincitori segnarono una delle più tristi e vergognose pagine della storia, che, togliendo a tutta l’impresa delle crociate la giustificazione morale, tra l’altro impedì, e per sempre, la riconquista della Terra Santa.

La lunga serie di campagne militari che costituisce la storia delle crociate non arrestò la minaccia musulmana all’Occidente, che rimase una costante anche nei secoli successivi.

Dalla fine del XIV secolo alla seconda metà del XVI i Turchi si assicurarono la superiorità sull’Occidente con una serie di battaglie vittoriose, contro i Veneziani (Salonicco, 1439, Cipro, 1571), contro i Bizantini (Costantinopoli 1453), contro gli Ungheresi (Belgrado, 1521), e arrivarono a dominare la Grecia, l’Albania, la Serbia, la Bosnia, l’Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia. 

 In questo periodo (1480), si svolse la battaglia di Otranto, la più  avanzata all’interno del continente europeo.   Il 28 luglio una flotta navale turca del sultano dell’Impero ottomano Maometto II, proveniente da Valona, forte di 90 galee, 40 galeotte e altre navi, per un totale di circa 150 imbarcazioni e 18.000 soldati, si presentò sotto le mura di Otranto. L’11 agosto Gedik Ahmet Pascià ordinò l’attacco finale durante il quale riuscì a sfondare le difese. Nel massacro che ne seguì, tutti i maschi di oltre quindici anni furono uccisi, mentre le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù. I morti sembra che fossero in totale 12.000 e i ridotti in schiavitù 5.000, comprendendo anche le vittime dei territori della penisola salentina intorno alla città. Vani furono i primi tentativi di riconquista, organizzati tra agosto e ottobre dal re Ferdinando di Napoli, che richiamò alla guerra il figlio Alfonso d’Aragona e con l’aiuto del cugino (Ferdinando il Cattolico) e del Regno di Sicilia allestì una flotta. Dopo tredici mesi Otranto venne riconquistata dagli Aragonesi, guidati da Alfonso  d’Aragona, figlio del Re di Napoli.

L’incubo delle incursioni, delle rapine, delle invasioni e delle stragi compiute dai Saraceni si trova ben documentato dai resti delle Torri cc.dd. saracene, costruite numerose nel XVI secolo sulle coste italiane, circa 700, 350 delle quali lungo le coste del regno di Napoli, da Gaeta all’Abruzzo, e ben 50 erette nella sola penisola   sorrentina.

La loro costruzione risale per la massima parte al periodo 1559-1571 e è dovuta all’interessamento del viceré del regno di Napoli don Pedro Alan Enriquez de Ribera y Portocarrero, al quale apparve  evidente che le scorrerie saracene erano favorite dalla mancanza di Torri di avvistamento e di una flotta. Con un editto del 1563 organizzò la flotta napoletana e impose alle universitates (i comuni) dell’Italia meridionale la costruzione di un sistema difensivo costiero con una serie di Torri litoranee in vista l’una dell’altra. Questo sistema di Torri, iniziato nel 1563, fu completato nel 1601.   Dalla morte del Ribera (1571) erano passati trent’anni.

Il progetto difensivo rimase comunque in larga parte inefficace, sia per l’insufficienza dei fondi, sia per il lungo periodo impiegato per il suo completamento, sia perché a circa dieci anni dall’inizio dalla sua costruzione (nel 1571) si svolse la battaglia di Lepanto, nella quale la flotta turca fu quasi completamente distrutta e la Porta ridusse notevolmente la sua attività di espansione nel Mediterraneo. Esse rimangono a testimonianza di un clima bellicoso tra civiltà occidentale e civiltà musulmana quasi mai sopito.

Per far fronte a questo clima costantemente aggressivo il 20 maggio 1571 fu firmata da parte degli stati cristiani la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono la Spagna, Venezia, lo Stato pontificio, Genova, Parma, Ferrara, il duca di Savoia, il granduca di Toscana. Ottenuta grazie soprattutto alla decisa mediazione del Pontefice Pio V, è un raro esempio di solidarietà internazionale (della Cristianità controriformistica) di fronte al comune pericolo esterno, allora rappresentato dai Turchi. Le spese furono divise in sei parti, delle quali tre furono a carico della Spagna, due di Venezia e una del papa. Il comando militare della flotta fu affidato a Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V. Suoi luogotenenti furono Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia, e Sebastiano Venier, capo della flotta veneziana. I preparativi durarono a lungo e la flotta alleata poté riunirsi a Messina solo il 24 agosto. Tra Galeazze e Galee contava 195 navi dotate di 1815 cannoni e di una truppa di circa 30.000 uomini.

I Turchi, da parte loro, avevano allestito fin da febbraio una flotta di 250 galee e di altre 100 navi da trasporto e di supporto. Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià. Parte della flotta andò a sostenere l’assedio di Famagosta a Cipro. Un’altra parte si diresse verso Creta, dove i musulmani uccisero 3000 Cretesi, ma furono respinti dall’ammiraglio veneziano Marcantonio Querini.

I musulmani proseguirono verso Zante e Cefalonia, ove presero 7000 prigionieri cristiani che incatenarono ai banchi delle loro galee. Poi le galee si diressero verso l’Adriatico, dove s’impadronirono di Durazzo, Valona e Lesina. La flotta era divenuta ormai una minaccia costante, che da Lepanto avrebbe potuto attaccare l’Italia in qualsiasi momento.

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, ostacolata da un forte vento. Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta e dell’orribile fine inflitta dai musulmani al comandante Bragadin, scorticato vivo e, ridotto a un manichino, innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià.

All’alba del 7 ottobre 1571 ebbe comunque inizio, nelle acque di Lepanto, porto della costa ionica, una delle più grandi battaglie navali della storia.

Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata a forma di croce e si pose al centro con 64 galee.

L’ala sinistra fu affidata principalmente ai Veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo.

All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diversa nazionalità sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria.

I Turchi si schierarono a mezzaluna.

Mehemet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde sul quale era scritto 28.900 volte  a caratteri d’oro il nome di Allah.

La flotta cristiana bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto. All’ordine impartito dal sultano Selim II i musulmani accettarono la battaglia. Quando le flotte giunsero a tiro di cannone, i cristiani alzarono lo stendardo con l’immagine del Redentore crocefisso. Il vento girò a favore dei Cristiani. Giovanni d’Austria puntò diritto sulla Capitana. Al terzo assalto del reggimento di Sardegna Giovanni fu ferito a una gamba, Mehemed Alì Pascià fu ucciso da un colpo di archibugio.

Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. Della loro flotta erano state affondate 80 galee e 27 galeotte;  tra morti e feriti avevano perduto 30.000 uomini. I Cristiani persero 15 galee; 7650 combattenti morti e 7780 feriti.

Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S. Maria delle Vittorie sull’Islam.

Un’altra e ultima fortunata rivincita dell’Occidente si è svolta sotto le mura di Vienna nel 1683. L’impero ottomano, che aveva già conquistato i paesi balcanici fino alla pianura ungherese, il 1° agosto 1664 era stato fermato nella sua avanzata dagli eserciti imperiali guidati da Raimondo Montecuccoli nella battaglia di San Gottardo, in Ungheria. Poco dopo però, sotto l’energica guida del Gran Visir Kara Mustafà, l’offensiva turca riprese, incoraggiata incoscientemente da Luigi XIV che, nella sua spregiudicata politica anti-asburgica approfittò della debolezza in cui versavano l’Europa e l’Impero. Un immenso esercito si mise in marcia verso il cuore dell’Europa, sotto la guida di Kara Mustafà e del sultano Maometto IV, con l’intento di creare una grande Turchia europea e musulmana con capitale Vienna.

Le poche forze imperiali tentarono di resistere. L’esercito ottomano mosse dall’Ungheria verso Vienna, e il 13 luglio la cinse d’assedio. L’imperatore Leopoldo I (1640-1705), dopo aver affidato il comando militare al conte Ernst Rüdiger von Starhemberg (1638-1701), decise di lasciare Vienna e raggiunse Linz per organizzare la resistenza della Germania.

Questo momento drammatico dette i suoi frutti. La politica europea e orientale da anni promossa dalla Santa Sede, soprattutto per merito del cardinale Benedetto Odescalchi, poi eletto Papa con il nome di Innocenzo XI, mise insieme una grande alleanza cristiana. Sollecitato dal Papa e dall’imperatore, alla testa di un esercito, il re di Polonia Giovanni III Sobieski (1624-1696), che già due volte aveva salvato la Polonia dai Turchi, mosse a marce forzate verso Vienna.  L’11 settembre Vienna visse con angoscia quella che sembrava l’ultima notte quando von Starhemberg inviò a Carlo di Lorena l’ultimo disperato messaggio: “Non perdete più tempo, clementissimo Signore, non perdete più tempo”.

All’alba del 12 settembre 1683 65.000 Cristiani affrontarono in battaglia campale 200.000 Ottomani. La battaglia durò tutto il giorno e terminò con una terribile carica all’arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provocò la rotta degli ottomani e la vittoria dell’esercito cristiano. Il giorno seguente l’imperatore entrò in Vienna, festante e liberata.

La vittoria di Kalhenberg e la liberazione di Vienna sono il punto di partenza per la controffensiva condotta dagli Asburgo contro l’impero ottomano nell’Europa danubiana, che portò, negli anni seguenti, alla liberazione dell’Ungheria, della Transilvania e della Croazia, dando inoltre possibilità alla Dalmazia di restare veneziana.

La grande alleanza, che riuscì a prender vita all’ultimo momento grazie a Papa Innocenzo XI, replica l’impresa realizzata grazie all’opera di Papa san Pio V (1504-1572) a Lepanto, il 7 ottobre 1571.

Per la svolta impressa alla storia dell’Europa Orientale la battaglia di Vienna può essere paragonata alla vittoria di Poitiers del 732, quando Carlo Martello fermò  ad Occidente l’avanzata degli Arabi.

Da Vienna (11 settembre 1683) alla caduta delle due Torri di New York (11 settembre 2001) la lunga supremazia dell’Occidente tecnologizzato sembrava avere chiuso per sempre la partita. La realtà drammatica è che il conflitto è ripreso con i terribili mezzi e metodi delle guerre moderne, quello con i bombardamenti aerei da un lato e con l’infiltrazione endemica e gli atti terroristici nel territorio del nemico dall’altro.

Il rischio di un epilogo peggiore di quelli avvenuti nelle guerre del passato è oggi sotto gli occhi di tutti.

Pochi, però, sono che vogliono vederlo.

 

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 238

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