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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 5885 volte 20 gennaio 2016

Chi male comincia è già a metà del crollo

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana, Il punto, Primo Piano

 

 

di Giorgio Vitangeli

 

E’ cominciato male questo 2016, anno “bisesto”, cioè bisestile, e perciò funesto, secondo  la superstizione popolare. Tralasciamo il rinfocolarsi delle guerre in Medio Oriente, gli attentati sanguinosi in Europa, Africa, Asia, l’invasione irrefrenabile di milioni di migranti verso l’Europa, l’accordo di Schengen sulla libera circolazione di uomini nell’Unione Europea che sta sgretolandosi, l’euro  sempre più contestato ed odiato da milioni di europei. Tutto questo sembra ormai divenuto “normale amministrazione”.

Ma è dall’economia che in queste prime due settimane del 2016 sono arrivati scricchiolii sinistri, che fanno temere un crollo imminente.

Ricapitoliamo rapidamente, cominciando da casa nostra. In due settimane la Borsa di Milano, arretrando del  10,4% si è mangiata quasi tutto il guadagno (+13,2%) dell’intero 2015. Era stata la migliore “performance” in Europa, ma sono bastate due settimane per dissolverla.

Gli altri Paesi europei d’altronde non è che stiano andando meglio. Venerdì 15, ennesimo “venerdì nero” , se Milano arretrava  del 3,07% la Borsa di Francoforte perdeva il 2,5, Parigi il 2,38, Londra quasi il 2%, per non parlare di Madrid (-2,78%) e di Atene (-3,53%). Tirando le somme: quel giorno in Europa sono andati in fumo 260 miliardi di euro di capitalizzazione.

Ma c’è chi sta andando anche peggio. Shangai quello stesso giorno è arretrata del 3,5% e dai massimi di dicembre la perdita della Borsa cinese è di circa il 20%.

Mosca in quel “venerdì nero” è arretrata del 5,5%. Con il petrolio al disotto di 30 dollari al barile i conti pubblici della Russia, impostati per quest’anno su una previsione di un prezzo medio di 50 dollari a barile, non tornano più. “Bisogna prepararsi al peggio”, ha avvertito il premier russo Medvedev.

Ma se Atene piange Sparta non ride. A Wall Street il Dow Jones Industrial  venerdì 15 è arretrato del 2,39 ed il Nasdaq del 2,74.

Lunedì 18 gi analisti si attendevano listini poco mossi, o magari qualche piccolo  rimbalzo tecnico. Invece stessa musica di venerdì, o quasi. Se infatti le altre Borse europee, tutte in territorio negativo, sono arretrate mediamente di circa mezzo punto, Milano ha perduto un altro 2,6%, con ripetute sospensioni per eccesso di ribasso di vari titoli bancari.

Raffiche di vendite che hanno suscitato anche qualche perplessità nella Consob. E qualcuno ha cominciato a supporre che quelle stesse “mani” che da Bruxelles, vendendo a valanga titoli di Stato italiani, avevano gonfiato a dismisura lo “spread” tra titoli decennali italiani e “Bund” tedeschi, causando la caduta del governo Berlusconi, ora abbiano messo in atto una manovra analoga contro Renzi, usando come ariete la caduta della quotazione delle banche.

Ma al di là delle Borse sulle montagne russe e delle “dietrologie” sulle vicende di casa nostra, il dato forse

 più  significativo è che  l’indice manifatturiero a New York sia arretrato venerdì di ben 19 punti, quando gli analisti si attendevano un lieve calo, di appena 4 punti.

Il Vix, che misura l’instabilità ed è considerato comunemente “l’indice della paura” è ai massimi dagli ultimi cinque mesi. Ed il Baltic Dry Index (BDI) che misura il volume del commercio mondiale, affonda inesorabilmente verso basso. E’ la prova, se mai ve ne fosse bisogno, che la domanda globale sta velocemente riducendosi.

Ed è proprio questo il punto da cui bisogna partire per cercar di capite cosa sta succedendo e cosa rischia di accadere.

Le spiegazioni che si leggono sulla stampa ufficiale e “politicamente corretta” sono infatti desolanti, nel loro semplicismo deviante. Quello che un tempo era il più autorevole giornale italiano afferma, ad esempio, che  a causare il “venerdì nero” della scorsa settimana erano stati  la caduta del prezzo del petrolio, il calo della produzione e dell’export in Cina e le difficoltà del mercato automobilistico.

Cioè le conseguenze della crisi vengono scambiate per cause. Il crollo del prezzo del petrolio infatti  in primo luogo è l’effetto della crisi economica e quindi della minor domanda d’energia; dall’altro è l’onda lunga conseguente alla “grande truffa” perpetrata negli anni settanta, quando gli Stati Uniti per sostenere la stampa di dollari, non più convertibili in oro, diffusero ed imposero “urbi et orbi” la menzogna sesquipedale di  un imminente esaurimento delle riserve d’idrocarburi del pianeta, a giustificazione di un forsennato rincaro del prezzo del petrolio, che in realtà non aveva alcuna ragione d’essere. Le riserve infatti non si stavano affatto esaurendo ( oggi, più di quarant’anni dopo  la crisi petrolifera del 1973, sono più di allora) e l’offerta continua a superare largamente la domanda benché con guerre pretestuose o con discutibili sanzioni  per anni sia stata tolta dal mercato l’offerta di alcuni dei maggiori produttori di oro nero:  prima l’Iraq e l’Iran; ora la Libia. E con l’accusa d’essere uno “Stato canaglia” sia stata bloccata l’esplorazione e lo sfruttamento d’idrocarburi in Sudan che, secondo  varie indicazioni,  per riserve di petrolio sarebbe in realtà una sorta di seconda Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti spingendo parossisticamente al rialzo il prezzo del greggio miravano anche ad un altro obbiettivo strategico: rendere economica l’estrazione di petrolio dagli scisti bituminosi, di cui sono ricchi, e riconquistare così l’autosufficienza nella produzione di idrocarburi, o addirittura diventare paese esportatore.

Vi erano quasi riusciti, con lo shale gas, estratto appunto dalle rocce bituminose. Ed è a questo punto che da parte dell’Arabia Saudita è iniziata la guerra commerciale per il mantenimento del mercato; guerra che ha due vittime: da un lato la Russia di Putin, ma dall’altro anche gli Stati Uniti, ove tutto l’apparato economico creato attorno allo sfruttamento dello “shale gas” sta crollando.

Ma al di là dei dettagli, il dato di fondo è uno solo: l’offerta supera la domanda, e lo squilibrio si accentuerà col ritorno sul mercato del petrolio dell’Iran, non più sotto sanzioni.

Rifiutandosi di ridurre la produzione dell’Opec e promuovendo così la caduta dei prezzi per mettere fuori mercato la nascente concorrenza degli Stati Uniti e creare difficoltà a Putin, alleato degli odiati sciiti e difensore di Assad in Siria, l’Arabia Saudita ha aperto però un vaso di Pandora.  E rischia anche di darsi la zappa sui piedi, perché per mantenere le spese sontuose dell’oligarchia principesca regnante avrebbe bisogno di un prezzo del greggio attorno ai cento dollari a barile, ben lontano dai 30 attuali, che secondo alcuni analisti scenderà ancora attorno ai 20.

Quanto alla  Cina, supposta causa anch’essa dei crolli nelle Borse mondiali, non ci vuol molto a capire che il rallentamento della crescita cinese e la riduzione del suo export sono la conseguenza, non la causa, della crisi globale iniziata alla fine del 2007 e che dura ormai ininterrottamente da otto anni.

Della crisi del settore automobilistico quale causa dei crolli delle Borse di tutti i continenti, non è nemmeno il caso di parlare.

Nessun commentatore osa ammettere che  in realtà quella che stiamo vivendo è la crisi dell’economia globalizzata, cioè del liberismo dogmatico, del mercato quale metro e misura di tutta l’attività economica, del modello di “turbo capitalismo” instaurato  più di vent’anni or sono, e del darwinismo sociale che ne consegue, per cui un numero esiguo di ricchi diventa sempre più ricco, mentre si allarga ovunque l’area della povertà, riducendo così inevitabilmente la domanda aggregata.

In realtà  la globalizzazione della produzione ha messo d’un colpo sul mercato globale la massa dei miliardi di lavoratori diseredati dell’Asia, dell’Africa, del Sud America, disposti a lavorare in condizioni quasi schiavistiche e con salari irrisori.  E ciò ha messo fuori mercato i lavoratori dei Paesi avanzati, che hanno visto restringersi drammaticamente le possibilità di lavoro, i livelli di salario reale e di “welfare”.

La globalizzazione del commercio ha funzionato come strumento di diffusione e contagio di questa impossibile concorrenza.

La globalizzazione della finanza ha aperto le porte ad una speculazione continua e senza freni. Essa da “simbiotica”, che era con l’economia reale, cioè in rapporti reciprocamente vantaggiosi, è divenuta prima parassita, cioè si sviluppa a spese dell’economia reale, e tende ora a diventare saprofita, cioè vive sul marciume della sua disgregazione.

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Autore: Redazione » Articoli 657 | Commenti: 364

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