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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 5423 volte 01 marzo 2016

Beneduce e Mussolini:quella strana coppia da cui nacque l’IRI

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

 

Alle radici della nascita di quello che fu il più grande Gruppo industriale italiano, ed uno dei più grandi del mondo

 Apparentemente  Alberto Beneduce e Benito Mussolini avevano poco o nulla in comune.   Beneduce era un professore universitario, docente di statistica prima a Genova, poi a Roma. Mussolini era un maestro elementare, autodidatta ed agitatore politico. Nel 1921 mentre Mussolini , direttore del Popolo d’Italia e “duce” dei fascisti si apprestava a conquistare il potere, Beneduce era  ministro del lavoro e della previdenza sociale nel governo di Ivanoe Bonomi. In precedenza aveva collaborato con Ernesto Nathan,  primo sindaco anticlericale e massone di Roma, e nel 1911 Francesco Saverio Nitti lo aveva chiamato a collaborare col governo per la creazione dell’INA, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, ente pubblico che avrebbe dovuto gestire in regime di monopolio le assicurazioni sulla vita.

Dunque: le frequentazioni e le amicizie di Beneduce erano tutte nell’ambiente democratico antifascista, con due punti di riferimento precisi: il socialismo riformista e la massoneria.

Socialista Beneduce lo era diventato giovanissimo, e sposatosi a vent’anni alle sue prime tre figlie aveva dato nome Idea Nuova Socialista, Vittoria Proletaria e Italia Libera. Oggi fa un po’ sorridere, ma allora si usava: allo stesso Mussolini il padre socialista aveva imposto i nomi di Benito, Amilcare e Andrea, in onore di tre rivoluzionari:  Benito Juarez, Amilcare Cipriani e Andrea Costa.

Massone Beneduce lo era diventato poi, convinto dal fratello, ed aveva raggiunto i massimi gradi, tanto che nel 1917 aveva partecipato assieme a Nathaan al Congresso della massoneria di Parigi.

Anche in questo nulla in comune con Mussolini, che mai aveva indossato il grembiulino dei massoni, e fin quasi allo scoppio della prima guerra mondiale era stato  sì socialista anche lui, ma massimalista.

Beneduce non rinnovò la tessera socialista dopo che il congresso del partito, tenutosi  nel 1912 a Reggio Emilia, aveva espulso Bonomi, Bissolati, e gli altri leader riformisti, approvando un ordine del giorno presentato proprio da  Mussolini.

Ed ancora nel 1914, al congresso socialista di Ancona che sancì la schiacciante maggioranza dei massimalisti, Mussolini, allora fresco direttore dell’Avanti, contribuì con la sua violente oratoria a far approvare l’incompatibilità tra iscrizione al partito socialista ed appartenenza alla massoneria.

Dunque: Mussolini aveva combattuto implacabilmente proprio i due punti di riferimento politici di Beneduce, cioè il socialismo riformista e la massoneria

Quando poi il fascismo andò al potere, dopo il delitto Matteotti, Beneduce si schierò coi deputati  “aventiniani” che per protesta avevano abbandonato la Camera,  tentando in tal modo di far cadere il governo  Mussolini.

 Beneduce era stato eletto deputato una prima volta nel 1919, nelle liste del partito socialista riformista, ed era stato presidente della Commissione finanze della Camera; rieletto poi  nel 1921 e come già accennato era stato chiamato da Bonomi a ricoprire la carica di ministro del lavoro e della previdenza sociale; nel 1924, quando ormai Mussolini era a capo del governo, Beneduce non si era ricandidato.

Mussolini invece era arrivato ad essere Capo del governo senza essere stato prima neppure consigliere comunale.

 

Differenze politiche e affinità elettive

 

Fin qui le chiare differenze. Ma sottotraccia vi erano evidentemente affinità elettive e cose in comune che  avvicinavano i due. Non ultima la comune origine popolare. Mussolini era figlio di un fabbro, Beneduce figlio di un tipografo.  Ambedue erano stati volontari nella grande guerra. Mussolini caporale nei bersaglieri, Beneduce ormai quasi quarantenne, sottotenente del  Genio: aveva lasciato il fronte nel 1916 , essendo stato nominato amministratore delegato dell’INA, di cui era già consigliere.

Poi c’era evidentemente in comune una certa idea di Patria, visto che nel 1917 era stato Beneduce a promuovere la costituzione dell’Opera Nazionale Combattenti, di cui fu primo presidente. Opera Combattenti che poi Mussolini volle protagonista nella bonifica delle paludi pontine e nell’assegnazione delle terre bonificate.

E già quando Beneduce era ministro del lavoro, nel luglio 1921 sul Popolo d’Italia era apparso un singolare apprezzamento  di Mussolini nei suoi confronti.

La marcia di avvicinamento tra i due inizia però nel 1925, quando Beneduce, pragmatico e realista, proposte ai deputati “aventiniani” di tornare in aula. Non lo ascoltarono, e da allora egli cominciò a distaccarsi dalle opposizioni al fascismo, isolandosi.

Ma l’amicizia col direttore della Banca d’Italia, poi governatore, Bonaldo Stringher, e con Giuseppe Volpi di Misurata, che negli anni trenta sarà ministro delle finanze, e la profonda stima che per lui nutriva lo stesso Mussolini, la portarono ben presto ad essere uno dei più ascoltati consiglieri economici del governo. Con gran dispetto di alcuni gerarchi, che non sopportavano che un tale ruolo fosse ricoperto da uno che fascista non era, e  più volte cercarono, inutilmente, di ottenerne l’allontanamento.

 

Un rapporto diretto col Duce che gli diede carta bianca

 

Nel 1927 Beneduce collaborò così alla riforma monetaria volta a stabilizzare la lira, ma fu dopo la crisi del 1929 che  il suo ruolo divenne essenziale: con Donato Menichella infatti (che diverrà poi governatore della Banca d’Italia) Beneduce fu l’artefice  della ristrutturazione dell’economia italiana, che ebbe due pilastri nella creazione dell’IMI (1931) e dell’IRI (1933) di cui fu primo presidente, nonché  nella ristrutturazione del sistema bancario, che si concretizzò con la legge bancaria del 1936. Ed a tale proposito due cose vanno sottolineate: Beneduce ebbe in pratica carta bianca da Mussolini, cui riferiva direttamente, senza filtri e senza intermediari; le principali “creature” nate da quella singolare collaborazione diretta, cioè IRI e legge bancaria, sopravvissero per circa mezzo secolo alla caduta del fascismo.

Il segreto di una tale longevità, che fece loro superare indenni la caduta di un regime, la guerra mondiale, la caduta del Regno e la nascita della Repubblica democratica, sta nell’impianto, cioè nelle linee guida fondanti sia dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale che della legge bancaria.

 

L’originalità  dell’IRI

 

La crisi del 1929 aveva portato al collasso  sia alcuni dei maggiori gruppi industriali italiani che le banche che avevano pesantemente investito in azioni di quei gruppi. Ma Beneduce non ricorse alla soluzione semplicistica della nazionalizzazione per salvare imprese e banche.  Scelse quella che qualcuno definì la creazione di uno Stato fuori dallo Stato, cioè il controllo azionario pubblico di imprese e banche confluite nell’Iri, che mantenevano però una gestione di tipo privatistico, libera dalle influenze politiche. E rispetto al capitale privato lo spirito era di collaborazione. Molte delle società riunite nell’Iri mantennero la quotazione in Borsa, e quindi la presenza, pur minoritaria di privati nel capitale azionario. Alcune imprese confluite nell’Iri, come ad esempio la Edison, furono poi nuovamente cedute ai privati. Lo stesso Beneduce, presidente dell’IRI, fu d’altronde presente nei Consigli di amministrazione  di alcune delle maggiori società italiane: da Fiat a Pirelli, da Montecatini alle Generali.

E le imprese IRI, pur essendo un poderoso strumento a disposizione del governo per la realizzazione di obbiettivi di politica economica, operavano in una economia di mercato, in concorrenza con le imprese private, con una struttura agile e rapporti di tipo privatistico, anche nei confronti del personale dipendente.

 

L’assetto ordinato e organico della legge bancaria del ‘36

 

Quanto poi alla legge bancaria, essa troncò il connubio incestuoso tra banche e imprese ( banche proprietarie di imprese, imprese proprietarie di banche) che aveva determinato l’automatico contagio della crisi dal settore industriale a quello bancario; suddivise il credito tra quello a lungo termine, destinato  alle imprese da quello a breve, destinato al settore commerciale,  separò  le banche territoriali da quelle a carattere nazionale, ordinò le banche per categorie giuridiche (Istituti di diritto pubblico, Banche d’interesse nazionale,Casse di Risparmio, Banche popolari), stabilì che l’apertura di nuove filiali dovesse essere autorizzata dalla Banca d’Italia, divenuta sostanzialmente pubblica, essendo di natura pubblica la stragrande maggioranza dei partecipanti al suo capitale, e la Banca d’Italia a sua volta a sua volta impedì che  le grandi banche aprissero le loro filiali nei piccoli centri, “rubando” mercato alle banche del territorio, destinate al sostegno dell’economia locale.

Un assetto ordinato ed organico, che superò anch’esso il trauma di un devastante conflitto,  sostenne la ricostruzione ed il “miracolo economico” senza che, in sessant’anni, si fosse mai verificato un fallimento bancario, a parte l’episodio Sindona, del tutto particolare.

 

Un “project financing”ante litteram

 

Uno degli strumenti fondamentali per il finanziamento delle attività d’investimento dell’IRI fu l’emissione di obbligazioni, garantite dallo Stato (ancora lo Stato fuori dello Stato) che incontrarono sempre largo favore tra il pubblico dei risparmiatori, per il buon rendimento e per la sicurezza che garantivano. Alcune grandi iniziative, come la costruzione della rete autostradale nel dopoguerra, furono finanziate in questo modo, che in sostanza configurava una sorta di “project financing” ante litteram. Un sistema, peraltro, iniziato già negli anni trenta, e che permise di convogliare verso gli investimenti produttivi quel capitale di risparmio che il sistema bancario, già allora, non riusciva a convogliare verso lo sviluppo dell’economia.

Era nato l’IRI con l’intento iniziale di dismettere poi le attività acquisite, che non erano certo poca cosa: equivalevano nell’anteguerra ad oltre il 20% del capitale azionario nazionale. Ma già  nel 1937 esso era divenuto un Istituto pubblico permanente: di dismettere non si parlava più. Qualcuno avanza l’ipotesi che questo cambiamento d’intenti derivasse anche dal fatto che in quegli anni, essendo l’Italia sotto sanzioni per la guerra d’Etiopia, Mussolini avesse giudicato che uno strumento come l’IRI poteva essere utile alla realizzazione di quell’autarchia economica che, facendo di necessità virtù, il regime aveva adottato. In realtà  le potenzialità dell’Iri andavano ben al di là del sostegno alla politica autarchica: esso si stava rivelando già allora un validissimo strumento per tradurre in realtà le grandi scelte di politica economica e di sviluppo del governo ed inoltre “last but not least”, sottraeva almeno in parte il potere politico al condizionamento del potere economico privato.

 

Il ruolo nella ricostruzione e nel “miracolo economico”

 

Nel dopoguerra, caduto il regime fascista, per l’Iri si propose l’ipotesi della liquidazione. Ma essa durò ben poco. In un’Italia economicamente devastata era impensabile immaginare che vi fossero capitali privati in grado di acquisire grandi aziende, le quali necessitavano di forti investimenti che avrebbero dato utili solo nel lunghissimo periodo.  E c’era invece una drammatica necessità di ricostruzione, a cominciare dalle infrastrutture e dalle industrie di base. E così invece di essere soppresso l’Iri fu potenziato in vari settori, come l’acciaio, le autostrade, le telecomunicazioni, le costruzioni, e poi via via le linee aeree, l’informatica, l’industria aerospaziale.  L’Iri fu in tal modo uno degli strumenti più efficaci all’origine del “miracolo economico” della seconda metà degli anni cinquanta e dello sviluppo industriale italiano negli anni seguenti.

E fu così che negli anni sessanta i laburisti inglesi e le socialdemocrazie nordiche cominciarono a guardare all’IRI come ad un efficace modello di intervento statale alternativo alla nazionalizzazione, capace di mettere in atto forme di cooperazione tra capitale pubblico e privato, e vi furono missioni in Italia per approfondirne lo studio. La formula IRI appariva cioè come un modello vincente, da imitare.

 

La deformazione del modello ideato da Beneduce

 

La deformazione del modello concepito da Beneduce iniziò negli anni settanta, quando l’Iri fu caricato di funzioni ed oneri impropri, quali la lotta alla disoccupazione e lo sviluppo del Mezzogiorno, prescindendo dall’equilibrio economico dei suoi conti. Grandi investimenti dettati da ragioni politiche e finanziati dal sistema bancario, certo della garanzia dello Stato, ne ingigantirono gli oneri finanziari, portando i conti in rosso.  Lo Stato fu chiamato a ricapitalizzare, e il rapporto tra politica e manager, che Beneduce si era preoccupato di evitare, si fece via via sempre più intenso. Quando poi i vincoli di Maastricht e le decisioni di Bruxelles in tema di concorrenza vietarono gli aiuti di Stato alle imprese pubbliche, cioè in pratica la ricapitalizzazione delle società pubbliche in perdita, il destino dell’IRI, impiombato dai debiti,  di fatto venne segnato. La mitologia delle privatizzazioni, parte essenziale del nuovo “pensiero unico” dominante, fece il resto. Invece di correggere le distorsioni della politica e la corruzione della partitocrazia, si è liquidato l’Iri, con due giustificazioni: che la gestione dei privati sarebbe stata più efficace, e che gli incassi delle vendite avrebbero ridotto il debito pubblico. In realtà il debito è aumentato costantemente, e la gestione privata si è rivelata, non raramente, più disastrosa di quella pubblica. Emblematici i casi di Telecom, delle acciaierie, di Alitalia, delle aziende agroalimentari, di qualche grande banca.

Ma soprattutto con quelle vendite(o svendite)  l’Italia si è disfatta del nerbo del suo apparato industriale, e delle uniche grandi imprese capaci di sorreggere grandi investimenti , reti di infrastrutture e piani di sviluppo. Ed ora se ne sente la mancanza.

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