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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 5180 volte 21 ottobre 2016

Fondazioni e banche: come il dottor Jekyll e mister Hyde?

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: finanza italiana

Dopo la legge Ciampi

 

 

 

 

Tra i non pochi guai combinati dal duo Ciampi-Andreatta, di cui ora scontiamo le amare conseguenze, i due esempi forse più macroscopici sono il divorzio tra Bankitalia e Tesoro, tenacemente voluto da Andreatta e la  legge Ciampi, entrata in vigore nel 2000.

Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia, non più obbligata a comprare i Titoli di Stato inoptati alle aste, ha condotto infatti da un lato ad un aumento degli interessi (e quindi del debito pubblico complessivo)che il Tesoro deve pagare per riuscire a vendere i suoi Buoni, e dall’altro lato ha spianato la strada alla completa privatizzazione della Banca d’Italia, portata a termine da Saccomanni con il  suo contestatissimo decreto IMU-Bankitalia.

Quanto invece alla legge Ciampi, essa ha sdoppiato la banca istituendo da un lato le Fondazioni, cui il capitale (ma non il controllo sulla gestione) è stato trasferito, ed ha trasformato l’azienda bancaria in impresa il cui fine è “creare valore per gli azionisti”, cioè, in parole povere, far soldi e basta. Il che ha spianato la strada per la trasformazione poi anche delle maggiori e più appetibili Banche Popolari in societa’ per azioni. Non più dunque imprese solidaristiche a fini sociali ed a struttura cooperativistica, ove ogni socio pesava per un voto, quale che fosse il numero di quote da lui sottoscritte, ma banche come tutte le altre, cioè imprese la cui “mission” è “creare valore per gli azionisti”, vale a dire arricchire i proprietari.

Il decreto Ciampi dunque dal tronco delle vecchie banche ha fatto nascere due creature. Solo che una – la Fondazione- dovrebbe essere una sorta di buono ed onesto  dottor Jekyll; l’altra si è dimostrata in vari casi un autentico mister Hyde.

 

E il discredito ora investe banchieri e bancari

 

Certo: non tutte le banche hanno gia’ completato questa mutazione deformante, ma una cosa è certa: mai come in questi ultimi anni l’immagine della banca in Italia è stata percepita con connotazioni  così negative, mai la sua “reputazione” era caduta così in basso. E la caduta di “reputazione” dalla banca si trasferisce inesorabilmente ai suoi dirigenti, fino ai direttori di filiale. Un tempo lavorare in banca era un prestigio. Oggi è diventato un lavoro insicuro e mal pagato. Per non parlare di coloro che, pur ostentando le insegne della banca, sono “promotori finanziari” esterni, cioè venditori di prodotti finanziari pagati a percentuale e che si debbono pagare anche la sede.

Ma anche i direttori di filiale ed il personale della banca a contatto col pubblico sono stati indotti a diventare venditori di prodotti finanziari, e principalmente di obbligazioni della stessa banca. Da questa capacita’ di “piazzisti” dipende la loro carriera. Ed a volte – tipico il caso di Banca Etruria- quei prodotti sono ad alto rischio, ed hanno portato alla rovina gli ignari clienti che li hanno sottoscritti. Come stupirsi allora se i “consigli” del direttore di filiale o del funzionario di banca, ieri ascoltati  e seguiti con rispetto, oggi sono accolti da molti con diffidenza e sospetto?

 

Il bilancio delle Fondazioni

 

Ma le Fondazioni, cioè l’anima buona delle vecchie banche, che non avevano per “missione” solo arricchire gli azionisti, ma anche e soprattutto sostenere lo sviluppo economico e sociale  del territorio d’insediamento, che evoluzione hanno avuto in questi sedici anni trascorsi dalla loro entrata in funzione?

Il bilancio sui risultati delle Fondazioni nell’esercizio 2015, pubblicato dall’Acri (che, detto per inciso, da Associazione delle Casse di Risparmio  è divenuta l’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa) fornisce una serie di informazioni e di dati interessanti.

Apprendiamo così che il patrimonio contabile delle Fondazioni di origine bancaria ammontava al 31 dicembre 2015 a 40,8 miliardi di euro ( 48,6 miliardi l’attivo totale, di cui il 95% costituito da attivita’ finanziarie)e che nell’arco di tempo che va dal 2000 al 2015  esse hanno erogato risorse  per oltre 19 miliardi di euro ed accantonato risorse per ulteriori erogazioni pari  a circa 2 miliardi.

 

A chi vanno i miliardi erogati

 

Ma a chi è andato questo flusso cospicuo di danaro? I settori d’intervento ammessi dalla legge sono 21, ma la maggior parte delle erogazioni si concentra in 7.

Al primo posto vi sono l’arte e l’attivita’ ed i beni culturali, che assorbono quasi il 30% delle erogazioni, di cui oltre un terzo  per la conservazione e la valorizzazione dei beni architettonici ed archeologici. Più o meno la stessa cifra va a alle iniziative a sostegno di creazioni ed interpretazioni artistiche e letterarie, cioè il sostegno ad eventi culturali; seguono le attivita’ dei musei, la promozione e valorizzazione delle arti visive con circa un decimo delle erogazioni di questo primo comparto, ed infine , con poco più del 3% ciascuna, le attivita’ di biblioteche e di archivi e l’editoria ed altri mezzi di comunicazione.

Il secondo settore d’intervento, con circa il 14% delle erogazioni, è l’assistenza sociale. Il comparto dei servizi sociali assorbe in questo caso la quasi totalita’ delle erogazioni (98,9% lo scorso anno), seguito dai servizi di assistenza in caso di calamita’ naturale, di protezione civile e di assistenza ai profughi ed ai rifugiati.

Il terzo settore d’intervento è il volontariato, filantropia e beneficienza, che ha ricevuto nel 2015 127,3 milioni di euro, pari al 13,6% del totale delle risorse erogate

Al quarto posto c’è il settore Ricerca e Sviluppo, che ha beneficiato di erogazioni per 118,4 milioni di euro, pari al 12,6% . All’interno di questo settore al comparto ricerca e sviluppo in campo medico è andato nel 2015 oltre un quarto (28,5%) delle erogazioni.

Segue, al quinto posto il settore Educazione, istruzione e formazione, con 113 milioni di euro (12,1%).

Al sesto posto c’è il settore salute pubblica (62,8 milioni di euro, pari al 6,7%). In questo ambito troviamo i servizi ospedalieri (fornitura di apparecchiature mediche, costruzione e ristrutturazione di immobili, assistenza domiciliare ai malati, ai disabili, ecc).

Infine c’è il settore dello sviluppo locale (56,8 milioni erogati lo scorso anno, pari al 6,1% del totale). In questo ambito troviamo gli interventi per lo sviluppo delle comunita’ locali,  realizzazione di lavori di pubblica utilita’,edilizia popolare locale, microcredito, ecc.

Chiudono la graduatoria la protezione e qualita’ambientale (circa il 2% del totale erogato), lo sport e la ricreazione,  la famiglia ed i suoi valori.

Quanto all’ammontare delle erogazioni, solo il 6,8% degli interventi è per cifre superiori a 100.000 euro, ma incidono per due terzi degli importi erogati.

Naturalmente i beneficiari delle erogazioni sono sempre soggetti che perseguono finalita’ non lucrative di utilita’ sociale, cioè soggetti privati non profit o istituzioni pubbliche (enti locali, scuole  e universita’ pubbliche, Aziende sanitarie e ospedaliere pubbliche, ecc.)

 

 Lo squilibrio tra Nord e Sud

 

Ma oltreché a chi vanno è importante sapere dove vanno queste erogazioni.  

Le erogazioni destinate alla regione di appartenenza della Fondazione (cioè della banca da cui la Fondazione ha avuto origine) rappresentano la larghissima maggioranza: 94,5% delle iniziative e 87,9%degli importi erogati.

E qui emerge un duplice pesantissimo squilibrio tra Nord e Sud d’Italia: nel Meridione infatti le Fondazione d’origine bancaria sono pochissime, ed in genere sono  dotate di patrimoni esigui.

 Il valore medio del patrimonio delle Fondazioni d’origine bancaria è infatti di 463 milioni di euro. Ma mai come in questo caso la “statistica” riflette quella famosa di Trilussa. I tre quarti (74,9%) del patrimonio complessivo infatti è detenuto dalle Fondazioni  del Nord, Nel Nord-Ovest in particolare, ove hanno sede  5 delle 18 Fondazioni di grande dimensione.  Le 5 Fondazioni più grandi, tutte del Nord Italia (Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo) assommano da sole quasi la meta’ (46,4%)  del totale.Nel Nord il valore patrimoniale delle Fondazioni è due volte e mezzo quello medio. Nel Sud e nelle isole,  che contano solo 11 piccole Fondazioni, il valore patrimoniale è meno della meta’ di quello medio, attestandosi a 170 milioni di euro.

Il patrimonio delle 18 Fondazioni di grande dimensione rappresenta i tre quarti del patrimonio complessivo, mentre le 18 di piccola dimensione   pesano complessivamente per appena l’1,3%.

 

Un divario che viene da lontano ma che si è accentuato

 

Questo macroscopico squilibrio tra Nord e Sud, sottolinea il rapporto dell’Acri, deriva da ragioni storiche. Questo è innegabilmente vero. Ma è anche vero che il fragile sistema bancario del Sud e delle isole  e la debole rete delle locali Casse di Risparmio e delle pochissime Banche Popolari sono state spazzate via da una serie continua di eventi (la lunghissima crisi edilizia, lo stop ai lavori pubblici, l’abolizione della Cassa del Mezzogiorno, tanto per citarne alcuni). L’enfasi posta poi sul gigantismo, la corsa a fusioni ed acquisizioni , la nuova “cultura” cui s’è ispirato il Testo Unico che abolì la legge bancaria del 1936, hanno finito poi col ridurre le maggiori banche   del Sud a preda di banche straniere o di banche del Nord Italia.

Nessuno le ha difese, nessuno le ha salvaguardate. E così sono spariti o sono stati assorbiti la Cassa di Risparmio delle Province siciliane ed il Banco di Sicilia,  Carical (Cassa di Risparmio della Calabria) e Caripuglia, Banco di Napoli e Banco di Santo Spirito, Cassa di Risparmio di Roma e, infine, Banco di Roma, tanto per elencare le maggiori. Il governatore Fazio, che aveva tentato di porre un argine,è stato costretto alle dimissioni, dopo una campagna di stampa che ha avuto punte ignobili e motivazioni pretestuose.

Eppure  il sistema bancario meridionale, aveva grandi tradizioni. Quando il grande banchiere d’affari Rotschild mandò i suoi cinque figli (le cinque frecce dello stemma della banca) ognuno in una delle maggiori piazze finanziarie dell’epoca, una delle cinque era Napoli. Il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia battevano moneta, e continuarono a farlo per alcuni decenni anche dopo l’unita’ d’Italia.  Ed il Banco di Roma prima della seconda guerra mondiale aveva una rete che copriva tutto il Mediterraneo.

In conclusione: le Fondazioni  svolgono il loro meritevole lavoro di supplenza e di integrazione di un welfare che in Italia, come in quasi tutto l’Occidente, si fa sempre più ristretto. Ma sono le aziende bancarie invece che hanno preso una gran brutta strada, traendo larga parte dei loro profitti, specie all’estero, dalla speculazione finanziaria.

Ma non può durare a lungo questo agglomerato informe, che somma nella banca il credito a breve e quello a lungo, la banca d’affari con la banca commerciale, il credito e l’assicurazione e di tutto e di più, di banche gonfiatesi in misura tale che ora sono “too big to fail”, cioè troppo grandi per lasciarle fallire. Quando, dopo l’inevitabile collasso, tornera’ la saggezza, bisognera’  ricominciare dalla legge bancaria del 1936.

Con quella legge malgrado una guerra mondiale,la guerra civile, il crollo di un regime, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, l’inflazione a due cifre postbellica, le crisi petrolifere degli anni ’70, e di nuovo l’inflazione a due cifre, gli “anni di piombo”del terrorismo, nell’arco di ben oltre mezzo secolo vi furono solo due casi, alquanto anomali, di tracollo bancario, peraltro prontamente circoscritti e disinnescati: quello del Banco Ambrosiano di Calvi e quello delle banche di Sindona. E questo vorra’ pur dire qualcosa.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 123 | Commenti: 240

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