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Home | ©2016 La Finanza sul Web | Articolo visto 7206 volte 16 marzo 2016

C’era una volta l’IRI: che ruolo oggi per lo Stato nelle grandi opere?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

 

 

di Patrizia Licata

 

Lo dichiaro subito apertamente: sull’Iri, e sulle privatizzazioni in genere, la mia opinione è oggi politicamente scorretta. Quando nel 2000 fu messo in liquidazione l’Iri, poi sepolto nel 2002, scrissi su “Finanza italiana” (così allora si chiamava questa Rivista), che più che un delitto era un errore, che “si buttava via il bambino con l’acqua sporca” della corruzione partitocratica, o meglio: la corruzione partitocratica era stata sbandierata per buttar via il bambino, che con le privatizzazioni rischiavamo di  svendere un preziosissimo patrimonio pubblico che in larghissima parte sarebbe finito in mani straniere, che con lo smantellamento dell’Iri iniziava la deindustrializzazione dell’economia italiana e che ben presto per l’Italia si sarebbe posto il problema di ricreare qualcosa di simile all’Iri.

Erano queste, e continuano ad essere, posizioni “eretiche”, rispetto al “pensiero unico” allora e  (seppur in misura minore) tuttora dominante, che postula uno “Stato minimo”, e demonizza lo “Stato imprenditore”.

Ma a quasi un quarto di secolo di distanza dalla liquidazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, alcune verità cominciano ad emergere.

Il dibattito che c’è stato a Milano per la presentazione dei sei volumi di storia dell’Iri, editi da Laterza, di cui la nostra collaboratrice Patrizia Licata riporta qui di seguito un ampio resoconto, ha trovato infatti, pur con diverse ovvie sfumature, i partecipanti concordi su alcuni punti essenziali.

Il primo è che l’IRI è stato prima il protagonista del salvataggio del nostro apparato industriale e del nostro sistema creditizio investiti dalla crisi mondiale del 1929, poi il poderoso strumento della ricostruzione economica e della modernizzazione del Paese, distrutto dal secondo conflitto mondiale.

Fu grazie all’opera dell’Iri, ricordiamo noi, che l’Italia poté dotarsi di una rete autostradale che negli anni sessanta era una delle più estese e moderne d’Europa, di un’industria siderurgica sorta dal nulla, a sostegno delle industrie italiane e di settori trainanti quali l’edilizia e la rete dei metanodotti; di una rete telefonica che già negli anni ottanta aveva programmato la banda larga, di una presenza nell’industria spaziale, nel settore nucleare, nella nascente industria elettronica. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Le patologie vennero dopo, con l’uso improprio delle aziende pubbliche  per fini occupazionali ed assistenziali onde garantire voti, con l’accollo all’Iri di aziende private decotte (ad esempio nel settore alimentare) ed infine con l’estendersi della corruzione (che riguardava sia imprese pubbliche che private), eretta a sistema  per finanziare “i costi della politica”.

Ma invece di curare le patologie, si soppresse il malato, cioè l’Iri, adeguandosi in ciò al “Washington consensus”, cioè a quella serie di regole comportamentali che sostanziano dagli anni ’90  il pensiero economico occidentale, regole tra le quali, appunto, c’è la privatizzazione dell’industria pubblica,   lo “Stato minimo” e la supremazia del mercato in un’economia globalizzata.

Ma ora, come era facile prevedere, si sente di nuovo in Italia un bisogno diffuso di presenza dello Stato nell’economia, perché l’Italia deve superare un drammatico ritardo nella dotazione di reti infrastrutturali (proprio il settore un tempo presidiato dall’Iri), ed i capitali privati hanno ben scarsa propensione ad impegnarsi  in progetti per il sistema Paese, che hanno ritorni incerti, e comunque nel lungo termine. I capitali privati cercano utili nel breve termine e con la finanza addirittura utili istantanei.

 Ma poi dove sono in Italia i grandi capitali privati? Fino a ieri c’erano alcuni gruppi familiari; oggi sono quasi tutti scomparsi.

Nel dibattito a Milano è emersa l’opinione che lo Stato deve creare le condizioni perché si sviluppino gli investimenti, e solo se essi non si sviluppano deve intervenire. Ma in fondo è stato sempre così: persino nell’Italietta liberale lo Stato intervenne per creare una rete ferroviaria su cui i privati non volevano o non potevano investire, e nacquero le Ferrovie dello Stato. E negli anni venti fu creata con capitale pubblico l’Agip (Azienda Generale Italiana Petroli), perché non c’erano capitali privati italiani disposti a rischiare nella ricerca petrolifera. Poi nell’Italia postbellica sulle basi dell’Agip fu creato l’Eni,solo grazie al quale l’Italia ha ancora oggi  una presenza significativa in quel settore vitale dell’economia che è l’industria del petrolio.

Questi esempi potrebbero continuare a lungo, ma oggi una presenza diretta dello Stato in economia, cioè uno Stato investitore ed azionista, nello scenario economico mondiale disegnato dagli Stati Uniti in questi ultimi venticinque anni sembra anacronistica e comunque irrealizzabile. Anche se l’industria pubblica, come accadeva col “modello Iri” è costituita sotto forma di società per azioni, aperta al capitale privato, quotata in borsa ed operante in regime di concorrenza in un’economia di mercato. Ed ecco che si è costretti allora a ricorrere a formule di compromesso per loro natura un po’ vaghe, come quella dello “Stato accompagnatore”, dello “Stato innovatore” che finanzia la ricerca e promuove l’innovazione, e via di questo passo. E quando la Cassa Depositi e Prestiti assume il controllo di alcune società strategiche o  si ipotizza un suo ruolo cruciale negli investimenti a lungo termine, a cominciare dalle infrastrutture, ci si precipita a precisare che non si vuole, con ciò, ricreare un secondo Iri.

La verità è che il solo parlare di un intervento diretto dello Stato in economia, cioè la via più ovvia e naturale, seguita anche dall’Italia liberale prefascista o da quella postfascista democristiana (per non parlare del New Deal di Roosevelt) è considerato oggi politicamente scorretto, perché va contro il modello vigente di capitalismo americano.

Ma quanto durerà ancora quel modello, che in Europa ha sostituito quasi completamente il modello “renano”, cioè quello di una economia mista pubblico-privata, socialmente sostenibile, vale a dire una “economia sociale di mercato”?

Il  modello americano ha già avuto un infarto nel 2007. E per salvarlo -  ironia del caso – è dovuto intervenire massicciamente lo Stato, con denaro pubblico. Ma da quell’esperienza non sembra aver imparato nulla. L’abuso di droga monetaria e finanziaria continua più di prima e peggio di prima. E l’insostenibilità sociale di quel modello, che ha creato disoccupazione di massa, nuovi poveri ,e reso i ricchi ancor più scandalosamente ricchi, appare sempre più evidente.

 Un secondo infarto è inevitabile, e sarà  mortale. E allora, come nel 1929, sarà lo Stato a dover raccogliere i cocci rotti. E la formula dell’Iri, inventata, va ricordato, da un socialista -liberale come Alberto Beneduce,vivrà una seconda giovinezza.

Ma ecco il resoconto di Patrizia Licata sul dibattito tenutosi al Politecnico di Milano in occasione della presentazione dei sei volumi sulla storia dell’Iri.

                                                                                                                  Giorgio Vitangeli

 

 

 

 

 

 

 L’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) ha accompagnato quasi settant’anni di storia italiana, chiamato dapprima a salvare dal fallimento le principali banche e aziende del nostro Paese dopo la crisi esplosa su scala mondiale nel 1929, protagonista poi della ricostruzione e del miracolo economico nel dopoguerra.

Dopo le difficoltà emerse negli anni ’70 e il programma di ristrutturazione e rilancio degli anni ’80, l’IRI ha concluso la sua attività nel 2002 con una serie di operazioni di privatizzazione. Oggi c’è ancora chi rimpiange la possibilità di concretizzare azioni di politica economica tramite un  grande attore come è stato l’Iri, ma pochi pensano che ciò sia possibile negli attuali scenari di economia globalizzata e di demonizzazione dell’intervento diretto dello Stato nell’economia. Quale può essere allora la lezione che l’Istituto per la Ricostruzione Industriale consegna al nostro presente? 

 

Sei volumi per 70 anni di storia

 

Una risposta a questa domanda può essere cercata nei sei volumi di “Storia dell’IRI” appena pubblicati dagli Editori Laterza che forniscono appunto non solo un’analisi del passato, ma indagano il “messaggio attuale” della storia dell’IRI.

 La crisi iniziata nel 2008 ha reso più pressante l’obiettivo di innalzare la capacità di crescita della nostra economia: l’Italia deve recuperare un ritardo nella dotazione di reti infrastrutturali: proprio quelle che l’IRI contribuì a costruire in passato.

Oggi si parla molto dell’infrastruttura in fibra ottica, ovvero della nuova rete in banda ultra-larga, ma non solo: pensiamo che in Italia, mentre alcune città sono raggiunte dall’Alta Velocità, in altre mancano collegamenti ferroviari efficienti.

A ciò si aggiunga la rarefazione delle grandi imprese in Italia e la scarsa propensione dei capitali privati a impegnarsi per lo sviluppo di realtà aziendali o di progetti per il sistema-Paese: a tal punto, che il ruolo dello Stato appare irrinunciabile, non solo e non tanto come imprenditore ma soprattutto come innovatore.

 

L’esempio lampante della banda Ultra-larga

 

Il citato Piano nazionale Ultra-Banda larga è un esempio lampante: i risultati della Consultazione pubblica Infratel 2015 sul Piano, resi noti dal ministero dello Sviluppo Economico, hanno mostrato che i piani di investimento degli operatori telecom al 2018 sono meno consistenti di quanto previsto e quindi le risorse pubbliche saranno più che mai cruciali per raggiungere gli obiettivi di copertura della popolazione con la fibra ottica. 

Qualche economista ha fatto notare che non si tratta solo di scarsa propensione dei privati, ma di necessaria prudenza innescata dall’incertezza del ruolo pubblico e dalla confusione che lo Stato ha generato annunciando fondi pubblici per la banda larga senza garantirli, come ha fatto notare il prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè, dell’Università Bocconi, secondo cui  lo Stato non deve necessariamente investire, ma piuttosto “creare le condizioni perché si sviluppino gli investimenti” e solo laddove queste condizioni non si sviluppano, deve intervenire.

 

Il ruolo di “accompagnamento”

 

Una tesi simile è stata sostenuta dagli esperti che hanno partecipato al dibattito che ha accompagnato la presentazione dei volumi Laterza sulla storia dell’IRI :Andrea Sianesi, Presidente MIP Politecnico di Milano Graduate School of Business; Franco Russolillo, Segretario del Comitato di Direzione Scientifica di Storia dell’IRI; Alessandro Pansa, già Amministratore Delegato di Finmeccanica; Gianfelice Rocca, Presidente della Techint; Giangiacomo Nardozzi del Politecnico di Milano; Sergio Mariotti del Politecnico di Milano, e l’autore del volume 6° Pierluigi Ciocca. Essi con varie sfumature concordano tutti sul fatto che il ruolo dello Stato negli investimenti oggi è ancora fondamentale, ma nel nuovo panorama dell’economia di mercato non si tratta tanto di intervenire investendo quanto di innescare l’innovazione e creare piani industriali coerenti che diano efficienza ai grandi progetti infrastrutturali. Su questi progetti un ruolo dello Stato è imprescindibile, perché il rischio è alto e i tempi di ritorno molto lunghi.

 Lo Stato dovrebbe quindi intervenire “accompagnando” i grandi progetti e “puntando sulle infrastrutture critiche per l’innovazione e la competitività del Paese, mentre si libera delle aree di inefficienza”, ha afferma Sergio Mariotti, professore ordinario di Economia Industriale al Politecnico di Milano.

 

Una lezione che resta attuale

 

“Le storie sono irripetibili e oggi la formula IRI non sarebbe riproponibile, ma la sua lezione resta attuale”, sottolinea il Prof. Mariotti. “L’IRI ha rappresentato un grande gruppo industriale e finanziario e ha centralizzato capitali che erano difficili da reperire nel tessuto privato italiano, per lo più costituito da gruppi familiari che non potevano sobbarcarsi investimenti in grandi infrastrutture e industrie di base. Oggi le forme dell’intervento pubblico sono cambiate, ma resta il fatto che alcuni settori, come banda larga, energia, persino quello controverso degli armamenti, sono grandi aree industriali in cui il coordinamento o la politica di accompagnamento dello Stato ai gruppi industriali privati è fondamentale”, continua Mariotti.

“Non si tratta tanto di avere una partecipazione o proprietà nelle imprese, quanto di supportare certi settori con le politiche industriali, con le relazioni internazionali, con l’intervento nei dibattiti sulle normative che pesano su scala globale. Insomma, di un più ampio coordinamento tra azione pubblica e azione privata, che si devono muovere insieme per promuovere la crescita delle infrastrutture e i grandi gruppi industriali, liberandosi invece da ogni ottica di assistenzialismo”.

 

Lo Stato può essere più “innovatore” dei privati

 

Dalla visione dello “Stato azionista” si passa dunque a quella dello “Stato innovatore”, come sottolineato anche in un recente saggio di Marina Mazzucato, che cerca di sfatare l’idea diffusa che l’impresa privata sia innovativa, mentre lo Stato non possiede alcun dinamismo.

Al contrario, per la Mazzucato lo Stato può essere “l’imprenditore più audace, l’innovatore più prolifico”, finanziare la ricerca che produce le tecnologie più rivoluzionarie, dalla green economy alle Ict, dalle nanotecnologie alla farmaceutica, facendosi carico del rischio di investimento iniziale all’origine di grandi innovazioni.

Lo Stato è il più affidabile investitore a lungo termine, e ha dalla sua il “coraggio” e la lungimiranza che consentono di puntare sullo sviluppo di tecnologie i cui benefici saranno evidenti soltanto anni, o decenni, dopo, sostiene la Mazzucato. Ovviamente lo scopo non è sostituire il privato ma portare pubblico e privato ad assumere insieme i rischi della ricerca e goderne insieme i benefici.

 

La capacità di investire a lungo termine

 

Anche Mariotti ricorda che quando era un’azienda di Stato Telecom Italia “aveva grandi progetti di infrastrutturazione che erano una scommessa imprenditoriale e che dopo la privatizzazione sono stati abbandonati perché privi di una redditività immediata. Ma, se fossero stati realizzati, oggi non avremmo ritardi sulla banda larga. La possibilità di avere obiettivi di lunghissimo termine è importante,e  per i gruppi privati non è facile”.

La tesi qui dunque è che lo Stati intervenga nel dirimere la problematica delle cosiddette “esternalità”, mitigando quelle negative, incoraggiando quelle positive e in generale favorendo le condizioni di mercato che conducono a più investimenti e innovazione e stimolando così l’imprenditoria privata.  

Il ruolo dello Stato nel finanziare la ricerca innovativa, necessario complemento a quelle che scaturiscono dai grandi centri di R&D aziendali, è sottolineato anche dall’ultimo studio dell’Ocse, “Science,Technology and Industry Scoreboard 2015″: da un lato nel 2013 la spesa totale in R&D in area Ocse è cresciuta del 2,7% in termini reali raggiungendo quota 1.100 miliardi di dollari; dall’altro lato, però, la spesa pubblica in R&D è rimasta piatta o ha subito grosse fluttuazioni nella maggior parte delle economie industrializzate e nel 2014 rappresenta in media meno dello 0,7% del Pil.  Questo, secondo l’Ocse, “rischia di destabilizzare i sistemi di ricerca scientifica in molti Paesi avanzati”.

 “Il finanziamento pubblico ha sostenuto lo sviluppo di molte delle tecnologie che trainano la crescita oggi, dall’economia digitale alla genomica. Dobbiamo continuare a porre le basi tecnologiche per le nuove invenzioni e soluzioni alle sfide globali e non possiamo lasciare che gli investimenti di lungo termine vengano meno”, ha commentato il segretario generale dell’Ocse Angel Gurría.

Qui l’Ocse parla delle cosiddette “tecnologie di frontiera”, legate alla Internet of Things, ai Big data, al quantum computing, o ai materiali avanzati o alle nuove cure, che spesso nascono dalla ricerca di base, affidata in gran parte ai centri di ricerca pubblici e che resta fondamentale perché ha finalità “aperte” e di “ampio spettro”, mentre la ricerca delle imprese si indirizza su specifici prodotti immediatamente commercializzabili. 

 

Sanare le inefficienze per superare i vincoli

 

Certo, oggi i Paesi europei, tra cui l’Italia, devono fare i conti con un pesante freno agli investimenti pubblici, che siano nella ricerca o nelle infrastrutture: il vincolo sulla spesa pubblica. L’intervento dello Stato – che oggi è affidato per esempio al CNR nel caso della ricerca, o alla Cassa Depositi e Prestiti per gli investimenti infrastrutturali – non ha gli stessi ampi margini di una volta: per garantirsi la capacità di agire, sottolinea il Prof. Mariotti, “i governi non hanno altra scelta che procedere a coraggiose spending review eliminando le aree di inefficienza e snellendo la burocrazia per liberare risorse per l’innovazione”. 

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Autore: Redazione » Articoli 656 | Commenti: 479

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