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Home | ©2015 La Finanza sul Web | Articolo visto 5722 volte 09 ottobre 2015

Separazione bancaria: in Svizzera ci riprovano

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

 

Son passati due anni, ma tutto è come prima, forse peggio. Il rischio cioè di una crisi del sistema bancario mondiale non solo non è stato cancellato, ma traspare a tratti, più forte di prima. Il valore nozionale dei derivati continua a crescere, specie di quelli  “OTC” (Over the Counter), che non sono negoziati sui mercati regolamentati, ma direttamente tra le parti, e quindi sfuggono ad ogni controllo.

Le recenti turbolenze dei mercati finanziari, con epicentro in Cina, secondo Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Banca dei Regolamenti Internazionale “non sono tremori isolati, ma il rilascio della pressione che si è accumulata lungo grandi linee di faglia”. E quando una faglia cede, il terremoto è devastante.

Due anni or sono il Consiglio Nazionale Svizzero, cioè la Camera Bassa, aveva votato due mozioni,  presentate rispettivamente dal Partito socialista (SP) e dal Partito Popolare (SVP), che chiedevano  la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, secondo lo schema adottato negli Stati Uniti  con il “Glass-Steagall Act”, firmato da Roosevelt nel 1933, dopo la grande crisi del 1929 che aveva messo in ginocchio il sistema bancario americano. Ma il Consiglio Federale, nel dicembre del 2013, aveva respinto le due mozioni.

Ebbene, a nemmeno due anni di distanza, come riporta l’Executive Intelligence Revue, esse sono state ripresentate tali e quali, come a sottolineare che nulla è mutato da allora. 

 

I rischi di Credit Suisse 

 

Anzi, il Credit Suisse, cioè una delle due banche “sistemiche” della Svizzera (l’altra è l’UBS)- ed è ancora il numero di ottobre dell’EIR a sottolinearlo- è “seriamente minacciato da perdite sul mercato delle materie prime”.

Da un lato infatti Credit Suisse è il principale creditore di Glencore, di cui nel 2012 ha finanziato  il by out su  Xtrata, con un debito di 30 miliardi; dall’altro lo stesso Credit Suisse è massicciamente impegnato nel mercato delle materie prime, le cui quotazioni sono crollate, ed invece di ridurre la sua esposizione nelle “commodities” l’ha aumentata. Mossa quanto mai azzardata, considerato che l’indice del Commodity di Bloomberg, calcolato sui prezzi delle 22 merci a maggior commercio internazionale, alla fine dello scorso anno era a quota 120, ed attualmente è a 85, con previsioni di ulteriore caduta.

Quanto a Glencore, una delle più grandi società commerciali del mondo, essa  è in gravissimo squilibrio finanziario: 30 miliardi di dollari di debiti in bilancio ed una passivit di 19 miliardi su derivati del valore nozionale di circa duemila miliardi. Il prezzo dei “Credit Default Swaps” su di esso è quadruplicato.  Una insolvenza di Glencore si ripercuoterebbe pesantemente su Credit Suisse.

 

Il testo delle due mozioni

 

Credit Suiss ed UBS   cumulano messi assieme asset pari al doppio dell’intero prodotto interno lordo annuo della Svizzera. Ed è sintomatico che il report sui rischi di Credit Suisse sia apparso in occasione del voto del Consiglio Nazionale Svizzero sulla separazione tra banche commerciali e banche d’affari.

Ma vediamo il contenuto delle due mozioni “risuscitate” due anni dopo.

Quella del Gruppo socialista (portavoce Corrado Pardini) afferma che il Consiglio Federale è incaricato di elaborare una base legale per la soluzione della problematica “too big to fail” (troppo grande per poter fallire), sulla base dei seguenti principi:

1°) Separazione di principio delle banche che si occupano di gestione patrimoniale e di attività commerciali dalle banche che effettuano operazioni in proprio.

2) Le banche di gestione patrimoniale e commerciali operano nel settore del risparmio, dei crediti, del commercio e della gestione patrimoniale.

3°) Queste banche hanno il divieto di effettuare operazioni in proprio, ma possono comunque emettere azioni e classiche obbligazioni per il finanziamento d’impresa e titoli di credito di Confederazione, Cantoni e Comuni.

4) Le banche di gestione patrimoniale e commerciali svizzere hanno il divieto di intrattenere relazioni di credito con le proprie filiali in Svizzera ed all’estero che effettuano operazioni in proprio.

Quantomai esplicita è la motivazione allegata alla mozione.

“Per la sicurezza del Paese – sottolinea il portavoce Corrado Pardini- è fondamentale che non vi siano imprese tanto grandi da dover essere salvate in caso di crisi (too big to fail”).

Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 – egli riconosce- si è certo tentato di minimizzare i rischi  derivanti dalle banche di rilevanza sistemica in difficoltà. Tuttavia ancora oggi se un istituto bancario di tale importanza dovesse venire a trovarsi in grave difficoltà, trascinerebbe con sé l’economia svizzera e lo Stato sarebbe quindi costretto a provvedere al suo salvataggio, con conseguenze che nella peggiore delle ipotesi  potrebbero comportare l bancarotta dello Stato stesso. 

Lo Stato – conclude la motivazione della mozione- ha pertanto il dovere di trovare una soluzione alla problematica “too big to fail”. La proposta formulata nella mozione impone la separazione  tra banche di gestione patrimoniale e commerciali da un  lato, e banche  d’affari che effettuano operazioni in proprrio dall’aaltro. La mozione incarica pertanto il Consiglio federale di risolvere il problema secondo i summenzionati principi”.

 

Il parere negativo del Consiglio federale

 

Il 6 dicembre 2013, come abbiamo già accennato, il Consiglio Federale respinse la mozione. In sostanza esso non negava l’importanza vitale del problema, ma sosteneva che il Parlamento, basandosi sul rapporto di una Commissione di esperti e sulle proposte legislative dello stesso Consiglio Federale, aveva già adottato un pacchetto di misure completo e coerente per il rafforzamento della stabilità finanziaria. Conseguentemente le banche svizzere di rilevanza sistemica dal 1° marzo 2012 già sottostavano a norme più severe in materia di liquidità e di ripartizione dei rischi ed  anche a  regole più inasprite in tema di fondi propri nonché a misure di carattere organizzativo che assicurassero, anche in caso di crisi le funzioni cruciali di flusso dei pagamenti e nel settore dei depositi e dei crediti. Funzioni sistemiche che rimanevano separate dall’investment banking. Attività quest’ultima che era stata sottoposta dalle due principali banche svizzere a  ristrutturazioni e ridimensionamenti.

Il Parlamento svizzero aveva anche esaminato  l’ipotesi di un “sistema  bancario separato”, nella prospettiva di un divieto  di  operazioni in proprio per le banche commerciali. Ma aveva ritenuto che  la definizione delle operazioni da vietare fosse difficoltosa, ed inoltre il divieto avrebbe potuto spostare tali attività verso settori non regolamentati o meno regolamentati. La separazione inoltre, aveva sostenuto la maggioranza del parlamento, avrebbe comportato la necessità di creare unità completamente autonome, con ragione sociale, conduzione aziendale e finanziamento sganciati da qualsiasi collegamento all’interno del gruppo societario, incidendo così sulla libertà economica. E nemmeno la struttura di un società holding (Casa madre in patria, ed operazioni in proprio all’estero) avrebbe assicurato che, in caso di default,  le unità svizzere separate potessero essere costrette al salvataggio da Paesi toccati dal fallimento di una loro filiale.

Dunque, con questi argomenti alquanto opinabili (sembrano ignorare l’esperienza positiva dei sessant’anni in cui il Glass-Steagall Act è rimasto in vigore)  anche il Parlamento, così come il Consiglio Federale, avevano concluso che la separazione bancaria non avrebbe raggiunto  l’obbiettivo che ci si proponeva.

Infine il Consiglio Federale ha ritenuto che fosse prematuro proporre, sulla base di una mozione,  disposizioni legali isolate,  e che fosse preferibile valutare prima il pacchetto di misure già adottate, e le eventuali necessità di adeguamento, in relazione anche con le norme adottate dagli altri Paesi .Quanto poi  ad un sistema bancario separato, il Consiglio federale era stato incaricato di  sottoporre al Parlamento un semplice “rapporto” sulle varie opzioni possibili per istituirlo.

 

A volte ritornano

 

Ma tutte queste argomentazioni, evidentemente, non sono bastate a  convincere definitivamente il  Consiglio Nazionale, che ha nuovamente approvato, due anni dopo, le mozioni presentate già nel 2013 e  respinte dal Consiglio Federale.

Il primo testo, quello socialista che abbiamo riportato per esteso, è stato  approvato infatti il 23 settembre scorso a larghissima maggioranza: 93 voti favorevoli, 65 contrari e 2 astenuti.

La seconda mozione, sostanzialmente analoga alla prima, presentata  dall’Unione di Centro, ha avuto addirittura un voto in più, cioè 94 favorevoli, 64 contrari e 4 astenuti.  Anch’essaa chiede un intervento governativo per la separazione di principio delle banche commerciali e che si occupano di gestione patrimoniale dalle banche che effettuano operazioni in proprio, cioè le banche d’affari che si avventurano in rischiose operazioni speculative.

“Per trovare soluzioni non bisogna aspettare la prossima crisi, ma agire subito”, ha sottolineato  Corrado Pardini.

Ed è significativa questa  convergenza lib-lab in Consiglio Nazionale, cioè questo comune sentire di  ampi settori di cosiddetta “destra” e di cosiddetta “sinistra”  su un tema quale quello della finanza e delle sue regole.

Ma ancora una volta il governo svizzero sembra invece sordo da quest’orecchio.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 116 | Commenti: 364

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