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Home | ©2015 La Finanza sul Web | Articolo visto 5252 volte 19 ottobre 2015

INDIA: POTENZA ECONOMICA DENTRO E FUORI DAI BRICS

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di  Emanuela SCRIDEL

ECONOMISTA -  Esperto U.E. e Prof. Strategie Internazionali

 

Si è concluso nei giorni scorsi  a Ufa, in Russia,  l’ultimo vertice BRICS, che oltre a consacrare definitivamente la nascita della nuova Banca di Sviluppo (BRICS New Development Bank ) e a definirne le priorità,  ha visto le  cinque potenze emergenti firmare una serie di accordi intergovernativi e una Dichiarazione Finale. Le deliberazioni dei BRICS sulla situazione politica ed economica mondiale sono riflesse nel documento. I BRICS sottolineano la fragile ripresa della crescita mondiale e si dichiarano “preoccupati per le potenziali ricadute delle politiche monetarie non convenzionali delle economie avanzate” oltre a dichiararsi profondamente delusi dalla mancata ratifica del pacchetto di riforme approvate dal FMI nel 2010 che prevedeva la revisione delle quote fra paesi. Continuo anche il riferimento alle Nazioni Unite, al suo ruolo nel rinnovato contesto globale e alla necessità di una sua revisione “strutturale”. Nel documento si sottolinea inoltre l’obiettivo di rafforzare la  cooperazione intra-BRICS, e l’intento di proporsi compatti verso l’esterno, così come evidente la volontà di investire nei paesi più poveri, Africa in primis.

 

E così mentre l’economia mondiale langue e l’Europa risulta sempre più marginale nei flussi internazionali a trainare l’economia mondiale paiono restare gli Emergenti. Sono percepiti dagli investitori internazionali come  meno rischiosi rispetto agli Emersi, il che permette ai BRICS di essere a loro volta investitori: ma un doppio binario dei flussi non esiste. Gli Emergenti paiono aver deciso di giocare le loro carte fra  loro. E il fatto che nella Dichiarazione di UFA  vi sia l’obiettivo  di un ulteriore  rafforzamento della cooperazione economica intra-Brics fa indubbiamente riflettere, considerato che nel corso degli ultimi sei anni il commercio tra i paesi Brics è aumentato di oltre il 70 per cento raggiungendo i 290 miliardi dollari nel 2014.

 

Vera  “protagonista” di quest’ultimo vertice  BRICS è stata però  l’India.

 

“DAS KADAM”,  i “dieci passi per il futuro”: con una proposta di 10 punti per il futuro dei BRICS, Narendra Modi, Primo Ministro indiano, ha fatto sentire la voce dell’India al VII vertice BRICS.

Fra le proposte: la prima fiera dei BRICS, da tenersi in India nel 2016 – l’India nel 2016 avrò la Presidenza BRICS –  la creazione di centri di ricerca per il settore ferroviario, digitale e agricolo, cooperazione fra gli organi di vigilanza e controllo, cooperazione in ambito urbanizzazione e la richiesta che  fra i primi progetti varati dalla Nuova Banca di Sviluppo  vi sia quello per l’energia pulita.  Il Premier indiano ha inoltre ribadito la necessità di una lotta unitaria contro il terrorismo oltre ad auspicare una riforma urgente dell’Onu. “Se l’Onu vuole essere rilevante nel 21 ° secolo – ha detto il primo ministro – ha bisogno di essere riformata. Qualsiasi tipo di sfida sociale ed economica può essere affrontata solo attraverso la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu al più presto” .

L’India dimostra dunque di pesare: sia dentro che  fuori dai BRICS.

In termini economici, i numeri sono senz’altro eloquenti. Con un tasso di crescita medio negli ultimi tre anni del 5,5% e con una previsione del 7,5% per il 2015 e dell’8% per il 2016(dati IMF) l’India sbaraglia gli altri BRICS: sorpassa la Cina, la cui crescita per gli stessi anni è prevista attestarsi intorno ad un 6,5%, il Brasile per cui si prevede una crescita negativa di  -1,5% nel 2015 e  0,7% nel 2016,  la Russia, che anche a causa delle sanzioni imposte per la questione Ukraina, si attesta ad un -3,4 % per il 2015 e ad un 0,2% per il 2016  e il Sud Africa la cui crescita per il biennio sarà all’incirca del 2%.

Se poi il confronto lo si fa tra India e UE e India e Italia i dati paiono allarmanti.

Ad una crescita media indiana nell’ultimo triennio pari al 5,5%, si ha uno 0,5% dell’UE nel 2013, 0,8 % nel 2014 e un previsto 1,1 % nel 2015 e un -1,4% nel 2013, – 0,5% nel 2014 e +0,6% nel 2015 per l’Italia. A ciò si aggiunga un afflusso di investimenti esteri in India che negli ultimi 10 anni si è moltiplicato a tassi di crescita dell’11%, raggiungendo nel 2013 i 23 miliardi di dollari; con il settore dell’Information Technology cresciuto ad un tasso medio annuale di circa il 50% dal 1993, per un giro d’affari pari a 30 miliardi di dollari e  con centri come Bangalore, designato Distretto mondiale dell’Innovazione dal World Economic Forum, che fanno oggi concorrenza alla Silicon Valley. Un progresso che non si è basato solo sulla presenza diffusa di industrie rilevanti nei settori dei prodotti informatici e dei servizi, ma che ha il suo fondamento in quell’economia della conoscenza che è il tratto distintivo del XXI secolo e che l’India, sin dal giorno dopo la gravissima crisi finanziaria del ’91, ha compreso essere lo “strumento chiave” su cui puntare per un  suo concreto rinnovamento e per diventare una “potenza globale” a pieno titolo.

Lo stato di Karnataka, di cui Bangalore è la capitale – contesto di eccellenza che l’India intende replicare – può contare su 103 centri di ricerca e sviluppo, 135 facoltà d’ingegneria, 186 politecnici, 600 scuole industriali e 114 facoltà di medicina e negli ultimi dieci anni vanta la creazione di ben un milione di posti di lavoro.
In un periodo in cui i cambiamenti strutturali hanno permesso di coniugare basso costo del lavoro e attività basate sulla conoscenza, l’innovazione è emersa infatti  come la vera protagonista della crescita. La rivoluzione tecnologica  e la globalizzazione hanno fatto il resto e l’India pare averlo decisamente capito.

Quanto sopra non fa che confortare le  previsioni di Goldman Sachs, secondo cui a partire dal 2035 l’India sarà la terza potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti, di cui raggiungerà il 60% del potenziale economico. Ad esserne convinto è anche l’attuale premier indiano che afferma che: «Il XXI sarà il secolo indiano: serviranno 10 anni, non troppo».

Modi, il nuovo Primo Ministro di 1,2 miliardi di persone ha in buon parte vinto le ultime elezioni in virtù della fiducia accordatagli dalla popolazione indiana nelle sue capacità compiere a livello di intero paese ,il “miracolo economico” compiuto nel suo stato di elezione,  il Gujarat.

Per la maggioranza degli elettori indiani  – e anche secondo molti osservatori stranieri -  Modi è  il leader che ha governato per dodici anni lo stato del Gujarat facendone uno dei più prosperi del paese, un hub dell’ industria petrolchimica e automobilistica, con buone strade e infrastrutture. E, in effetti il Gujarat, affacciato sul mare Arabico, ha registrato una crescita economica più alta rispetto alla media degli altri stati indiani grazie a una determinante liberalizzazione commerciale, politiche fiscali espansive,  importanti piano d’investimenti infrastrutturali e un sostegno all’imprenditoria volto ad attirare investimenti dall’estero. Il tutto in un’ottica di sviluppo economico di lungo termine.

 

Ma  Narendra Modi è anche l’ esponente del partito nazionalista indù, il Bharatiya Janata Party. Figlio di un venditore di tè di casta ghanchi, uno dei ranghi più bassi del sistema delle caste che ancora caratterizza la società indiana – Modi  è  il simbolo di un induismo che cambia insieme alla società. Sebbene le caste siano infatti state ufficialmente abolite dalla Costituzione indiana nel 1948, il sistema castale ha continuato ad esercitare un peso determinante sulla società indiana, permeandone tutti gli aspetti, pubblici e privati. Le caste superiori e  colte mostravano disprezzo per le attività economiche; l’arricchimento attraverso il lavoro non era favorito dalla religione indù, né conferiva prestigio sociale. Modi è oggi espressione di un induismo filtrato e interpretato da una rinnovata società indiana e, in particolare, dalla sua comunità di riferimento, quella business class crescente e pari oggi a quasi 300 milioni di indiani.

La più grande democrazia del mondo, potenza economica globale, membro dei BRICS , quasi Membro dello SCO , membro del G20,  potenza nucleare –  detiene il terzo esercito del mondo, con una spesa per la difesa pari a circa il 2,5% del PIL – l’India è più che mai determinata ad avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Con una politica estera precipuamente determinata dall’interesse economico, l’India ambisce inoltre a diventare “la”  potenza regionale asiatica e per questo sta riprendendo e intensificando le relazioni con gli stati limitrofi e riposizionandosi all’interno del rinnovato contesto regionale asiatico. Interessante il “dialogo economico” con la concorrente Cina e il riavvicinamento con la Russia in termini di cooperazione nel settore energetico e militare: è dei giorni scorsi la notizia secondo cui Putin ha stipulato con l’India un Accordo di  libero scambio con l’Unione Euroasiatica e la fornitura di 100 tonnellate di petrolio in 10 anni.

Altrettanto rilevante l’evoluzione e l’intensificazione dei rapporti fra India e Stati Uniti: accordi economico – commerciali per più di dieci miliardi di dollari, costituzione di joint-ventures indo-statunitensi, eliminazione di ostacoli al libero commercio e, in particolare, al commercio di tutto quanto utile allo sviluppo di tecnologia nucleare. Soprattutto, gli Stati Uniti hanno compreso che i rapporti commerciali, economici e finanziari con l’India possono creare negli Stati Uniti, secondo le stime degli analisti, più di 50.000 nuovi posti di lavoro. Obama ha dichiarato che “l’India non è una potenza emergente, ma una potenza a pieno titolo” e che “il rapporto tra India e Stati Uniti è destinato a essere il rapporto-chiave del secolo”.

Quanto ai rapporti con l’Unione Europea, sebbene l’India stia portando avanti con  Bruxelles un significativo accordo di cooperazione economico-commerciale, New Delhi fatica a rapportarsi con l’UE come Organismo sovrannazionale, che di fatto non percepisce come tale, continuando dunque a rapportarsi prevalentemente con i singoli stati.

E d’altra parte, l’Unione Europea,  “gigante economico in declino” e “nano politico” pare non voglia  prendere atto che questo paese, che continuiamo  a chiamare “emergente” risulta in realtà essere un “player globale” del tutto “emerso” che rischia di far apparire noi europei, alla continua ricerca di un’identità e di una prospettiva comune, come “emergenti” di ritorno, immersi in una realtà quale “vorremmo che fosse” e non invece in quella “che è” .

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