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Home | ©2015 La Finanza sul Web | Articolo visto 8467 volte 06 novembre 2015

I BRICS e la nuova governance economica globale

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale

di  Emanuela SCRIDEL

ECONOMISTA -  Esperto U.E. e Prof. Strategie Internazionali

 

Nel Marzo del 2012 il Summit dei BRICS, i cosiddetti “Paesi Emergenti” – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – tenutosi a New Delhi, si concludeva con una dichiarazione molto significativa in cui “pur mostrando preoccupazione per la situazione economica mondiale e disponibilità ad aiutare l’Europa a superare la crisi” i Paesi emergenti esigevano  che la loro voce contasse di più nelle strutture finanziarie internazionali. Manmohan Singh, l’allora premier indiano ospitante, parlando a nome dei BRICS,  affermava che: “istituzioni di politica globale e di governo economico creati più di 60 anni fa non sono aggiornati rispetto ai cambiamenti del mondo”.

Nel luglio 2014, a due anni di distanza, nell’ultimo vertice dei BRICS a Fortaleza, vi è stata l’ufficializzazione dell’accordo per la creazione di una nuova banca per lo sviluppo, la Banca BRICS (BRICS New Development Bank) e  di un Fondo di riserva per le emergenze (CRA Contingent Reserve Arrangement). 

Il “peso” dei BRICS si sta dunque “istituzionalizzando”.

Quando il termine BRIC fu coniato nel 2001 (l’aggiunta della “S” e dunque del Sudafrica è avvenuta in un momento successivo), la crisi statunitense stava iniziando a propagarsi nel resto del mondo, ma Brasile, Russia, India e Cina sembravano esserne quasi immuni; al crescente potere economico questi paesi hanno iniziato ad associare un’ambiziosa agenda politica volta alla creazione di “un nuovo ordine mondiale” che andasse oltre Bretton Woods e conducesse ad un riassetto nelle relazioni internazionali.

I BRICS costituiscono oggi il 26% del territorio, il 48% della popolazione e circa il 20% del PIL mondiale e, negli ultimi anni, il loro apporto alla crescita economica globale ha superato il 50%. A ciò si aggiungano tassi di crescita economica intorno al 5,5 % – contro lo 0,5% dell’UE  – e  investimenti diretti dall’estero verso questi Paesi che, negli ultimi dieci anni, si sono moltiplicati a tassi  di crescita di quasi l’11% .Inoltre i loro scambi commerciali ammontano al 16,8% del commercio internazionale, mentre i flussi commerciali intra-BRICS hanno raggiunto i 282 miliardi dollari nel 2012; Goldman Sachs e FMI stimano che questi raggiungeranno i 500 miliardi entro il 2015 (nel 2002 erano appena 27,3 miliardi dollari).

E interessante notare che, nonostante l’esistenza di realtà tra loro molto dissimili, in termini storici, politici e culturali, i BRICS esprimono, nell’insieme,  il consolidamento di legami chiave per il processo di riconfigurazione del potere a livello globale – proprio a partire dal loro potere economico – diventando in tal modo  una vera e propria sfida per le economie avanzateStiamo infatti assistendo non solo ad  uno spostamento del baricentro economico del mondo in cui  i “paesi emergenti” risultano di fatto essere “players globali” del tutto “emersi”, ma ci troviamo anche di fronte alla necessità di ridefinire  alcune categorie di lettura di tali cambiamenti e dei soggetti che ne sono portatori, attraverso prospettive anche molto diverse da quelle dei paesi occidentali a cui eravamo abituati.

Come dunque definire gli “emergenti”? Sebbene non esista una definizione univoca di “paese emergente”, generalmente si definiscono tali quei paesi in via di sviluppo  che presentano un’ elevata crescita economica e taluni tratti comuni, quali un basso costo del lavoro associato ad un’ elevata produttività, abbondanza e disponibilità di materie prime, oltreché un’ampia popolazione e un mercato domestico in continua crescita. Più recentemente, per la  definizione di “emergenti”  è stato preso in considerazione anche un insieme di nuovi criteri,  che fanno riferimento alla capitalizzazione di mercato, alla crescita del reddito d’impresa e alla volatilità dei rendimenti delle attività.  

Una celebre metafora ben sintetizza il ruolo di ciascuno dei BRICS all’interno del gruppo e  nel contesto economico globale: se la Cina è la fabbrica del mondo, l’India è il suo back-office,  la Russia la stazione di rifornimento,  il Brasile la sua fattoria e il Sudafrica la nuova porta d’ingresso a questo arcipelago di paesi di nuova industrializzazione. Ciascun paese viene dunque identificato da quello che è il suo specifico “tratto distintivo”, il suo punto di forza, che va poi a determinare il suo “vantaggio competitivo” nell’arena internazionale.

Il dato probabilmente più interessante  nel ragionare su “emergenti” ed “emersi” è il prevalere delle dinamiche economiche su quelle politiche e il peso che il potere economico sta esercitando non solo nel riassetto degli equilibri mondiali e della governance globale – “governance” è peraltro parola mutuata dall’economia -  ma anche nella ristrutturazione degli Organismi Internazionali.

Pesando sempre di più in termini di crescita economica, le economie emergenti vogliono contare di più anche nei consessi politici: una prima conseguenza è stata infatti il superamento del G7/G8 a favore del G20, dove sono rappresentate anche le economie emergenti e più dinamiche.  Soprattutto, la richiesta di contare di più si è fatta sentire nell’ambito del  Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, dove sono diventati player sempre più attivi di queste due istituzioni, fino a condizionarne le politiche, com’è accaduto con il Fondo Monetario Internazionale dove hanno espresso tutte le loro perplessità in merito gli aiuti concessi agli stati in difficoltà dell’eurozona . Non va infatti dimenticato che  le economie BRICS vanno assumendo un ruolo sempre più importante nel soddisfare la domanda globale di capitale.

La riunione dei BRICS a Brisbane ha confermato che nell’ambito del G20 vi sono essenzialmente due gruppi di paesi che si confrontano:  da un lato  il gruppo dei sette,  a rappresentare le economie avanzate e dall’altro quello dei cinque, il gruppo dei BRICS.

E’ da tempo che i Paesi BRICS premono per una nuova Bretton Woods, al fine di avere un peso maggiore nella governance mondiale e porre un limite alla supremazia di un dollaro sempre più instabile e conseguentemente  meno affidabile, sia  come moneta di riserva, sia  per gli scambi commerciali.

I Brics possiedono appena l’11% dei voti nell’Fmi, nonostante rappresentino oltre il 20% dell’attività economica globale. La Cina, per esempio, ha una quota di voto nel FMI del 4,86%, circa un quarto di quella USA (16,77%), benché le due economie ormai si equivalgano. Non solo. La quota di voto della Cina è inferiore a quella della Germania (5,88%), e di poco superiore a quella dell’Italia (3,66%). Gli altri BRICS sono ancora più sottovalutati della Cina nel FMI: la Russia ha il 3,16%, il Brasile il 2,34%, l’India l’1,88%, il Sudafrica lo 0,54%.

 

Nel novembre 2010 con la 14ma revisione delle quote,  il FMI ha  incluso i Paesi BRIC tra i dieci paesi con il diritto di voto più elevato, insieme a Stati Uniti, Giappone e i quattro Paesi più popolati dell’Unione europea (Francia, Germania, Italia e Regno Unito). A ciò non ha tuttavia fatto seguito una effettiva ripartizione delle quote. Secondo la riforma, i direttori esecutivi dovrebbero essere tutti eletti e i paesi europei perderebbero due direttori a vantaggio di altri paesi. Le riforme e le variazioni di quota, per essere effettive devono però essere confermate dai parlamenti di almeno l’85% dei paesi membri: ad oggi la percentuale è del 76%.

Per quanto concerne le riserve valutarie, i BRICS ne detengono un ammontare pari a quasi 4.400 miliardi di dollari oltre a circa il 70% dei beni mondiali dei fondi sovrani.

 

I paesi BRICS  hanno dunque deciso di rendersi maggiormente indipendenti, tanto dal  Fondo Monetario Internazionale, quanto dalla Banca Mondiale , attraverso la costituzione di una loro banca e di un loro Fondo di Riserva, con ciò iniziando a disegnare il nuovo ordinamento mondiale.

 

Il capitale della Banca BRICS pari a 100 miliardi di dollari, sarà finanziato in parti uguali dai cinque Paesi fondatori. Avrà sede a Shangai, il primo presidente del Consiglio dei governatori sarà russo, il primo presidente del Consiglio di amministrazione sarà brasiliano, la presidenza andrà all’India e il Sudafrica avrà una sede regionale sul proprio territorio. Per quanto riguarda il Fondo  di riserva monetaria, avrà un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, di cui 41 versati dalla Cina, 5 dal Sudafrica, mentre Russia, India e Brasile ne verseranno 18 ciascuno.

La Banca mira ad essere operativa dal 2015 e sarà aperta all’adesione di altri Paesi delle Nazioni Unite, sebbene la quota dei  BRICS non potrà scendere al di sotto del  55%. Per quanto concerne l’utilizzo del dollaro, per ora moneta di riferimento  anche della nuova Banca BRICS,  sarà gradualmente sostituito con altre valute negli interventi che di volta in volta saranno attuati. Obiettivo della Banca è infatti quello di utilizzare  come valute principali, le monete nazionali e non il dollaro, così come per gli scambi commerciali bilaterali intra-BRICS. Il che significherebbe una svolta significativa in termini di “diplomazia valutaria” delle economie emergenti che premono per un ruolo più internazionale delle loro valute, così da creare un’alternativa alla principale moneta internazionale, ovvero il dollaro.

Giova ricordare, a questo proposito che,  ancora ad oggi,  la quota del dollaro nelle riserve mondiali in valuta estera rimane superiore al 60% e che l’85% delle transazioni internazionali in valuta estera è altrettanto effettuato in dollari.

La banca BRICS dovrebbe  disporre di riserve in divisa e di fondi per il finanziamento di progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile tra i Paesi interessati, svincolandosi dal FMI e dalla Banca Mondiale. La Banca BRICS potrebbe incarnare infatti la rappresentanza dello sviluppo di aree demograficamente ricche ma che dispongono di una scarsissima offerta di servizi. In questo senso, i BRICS avrebbero un’ ulteriore leva economica da utilizzare, andando  a colmare gap derivanti da carenze di infrastrutture indispensabili allo sviluppo e oggi “poco attenzionati” dalle economie avanzate. E’ dunque evidente che la Banca dei BRICS, si colloca principalmente come un competitor del sistema finanziario occidentale. Il Contingent Reserve (CRA) pare una scelta di grande rilievo strategico,  volta principalmente a fronteggiare eventuali crisi finanziarie e di liquidità,  fughe di capitali, svalutazioni e  deficit di bilancio.

In particolare potremmo dire che, la Banca BRICS insieme al Fondo, sono il riflesso del nuovo ordine economico e svolgono un’attività complementare e  focalizzata rispetto a quella svolta dalla Banca Mondiale e dal FMI, nati in un contesto completamente diverso da quello attuale e con finalità rispondenti ad esigenze allora contingenti e riferibili ad una geografia politico-economica delineata in conseguenza del secondo conflitto mondiale e operanti  attraverso strumenti e modalità funzionali a quel determinato periodo storico.

Il leader russo Vladimir Putin, che ha partecipato al vertice di Fortaleza, non ha mancato di sottolineare l’evento in chiave politica: “L’istituzione della Banca per lo sviluppo dei Paesi BRICS permette ai suoi soci di essere più indipendenti dalla politica finanziaria dei Paesi occidentali. E fa parte di un sistema di misure che potrebbe aiutare a prevenire le pressioni sui Paesi che non sono d’accordo con alcune decisioni di politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati”. Ed è di questi giorni la notizia che la Duma della Federazione Russa ha ratificato la costituzione della nuova banca di sviluppo -  che dovrebbe divenire operativa entro il 2015 -  con la devoluzione dei primi 2 miliardi di dollari per la sua costituzione. E sarà proprio la Russia ad ospitare il prossimo vertice BRICS a Ufa, capitale del Bashkortostan, che si terrà a luglio 2015,

Quale che sia l’effetto che produrrà la nuova istituzione finanziaria, ciò che è certo è che vi è la necessità di prendere definitivamente atto che non esiste più una visione  – economica, politica, culturale – prevalente sulle altre: la storia è cambiata. L’architettura istituzionale internazionale precostituita  si rivela sempre meno in grado di governare tali cambiamenti. La parola “globale”, troppo spesso adoperata in termini teorici, deve iniziare ad “informare” realmente il modo di scegliere,  di decidere politicamente ed è indispensabile comprendere che una cooperazione globale più articolata e rispondente alle rinnovate esigenze del contesto attuale  può essere, non solo una strada percorribile,  ma anche una grande opportunità.

 

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Il termine BRIC è apparso per la prima volta nel 2001 in una relazione della Goldman Sachs, la quale spiegava che i quattro paesi avrebbero dominato l’economia mondiale nel successivo mezzo secolo. La relazione suggeriva che le economie dei paesi BRIC sarebbero cresciute rapidamente, rendendo il loro PIL nel 2050 paragonabile a quello dei paesi del G7

 

 

 

 

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