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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 13269 volte 14 gennaio 2014

Saccomanni e lo shock del ritorno ai nazionalismi

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: La Coda dello Scorpione

 

“Uno shock salutare”. Così il ministro dell’economia Saccomanni ha definito la crescita esponenziale dei consensi, all’interno dei Paesi aderenti all’Unione Europea, per i partiti e i movimenti contrari all’euro e alle politiche imposte a livello comunitario. L’ex  direttore generale di Bankitalia, parlando ad un convegno organizzato dall’ Ispi sulla moneta unica ha attribuito il calo dei consensi per le politiche di Bruxelles alla grave crisi economica che ha investito violentemente la maggior parte dei paesi dell’area euro, e  ha sottolineato come questo debba rafforzare l’impegno per  la crescita e la lotta alla disoccupazione dopo la “necessaria fase di consolidamento del debito”.

Peccato che, giunti ormai al terzo anno in cui le istituzioni europee governano in Italia per interposta persona (tanto il governo Monti, quando l’attuale governo Letta non sono stati governi politici votati dagli elettori, ma esecutivi tecnici o di larghe intese resisi necessari per applicare l’austerità richiesta dalle istituzioni europee e dalla Germania) non solo il debito pubblico non si sia affatto “consolidato” ma al contrario abbia raggiunto il livello record di 2104 miliardi. La crescita poi non si vede, nonostante gli ottimistici proclami che, ormai dal 2011 assicurano che la ripresa è dietro l’angolo, e nel 2013 il PIL dell’Italia è sceso di 1,8 punti percentuali, contro gli 1,6 previsti. Sul piano dell’occupazione infine i dati sono disastrosi, e la disoccupazione giovanile in particolare ha raggiunto ormai livelli intollerabili e che costituiscono una vera e propria emergenza sociale.

Non stupisce dunque che di fronte a un simile quadro fallimentare delle ricette e dei “dogmi” del neoliberismo europeo i popoli del vecchio continente critichino e contestino quelle stesse politiche, ma la questione dell’esplosione dei nazionalismi all’interno del Vecchio Continente chiama in causa non solo fattori economici ma la stessa architettura istituzionale della casa comune europea.

Aderendo all’Unione Europea e all’euro, infatti, i vari stati nazionali hanno delegato a Bruxelles numerosi elementi della propria sovranità, (primo fra tutti la sovranità monetaria , imprescindibile per qualsiasi forma di politica economica ed industriale autonoma) senza tuttavia creare, a livello europeo, istituzioni democratiche cui delegare quella sovranità.

Il cittadino europeo dunque ha visto spostarsi dalle istituzioni nazionali a quelle europee, e da Roma, Parigi, Atene o Madrid,  a Bruxelles,  i luoghi in cui vengono prese decisioni essenziali  per la sua esistenza, senza tuttavia avere la possibilità di eleggere e, in caso di fallimento, mandare a casa, chi quelle decisioni è chiamato a prendere.

Il ritorno ai nazionalismi, dunque, appare non solo come una punizione all’Europa per i suoi errori e fallimenti, ma soprattutto come un rabbioso tentativo di riprendersi quella sovranità democratica che, pur se in forma imperfetta,  all’interno degli stati nazionali era garantita e che all’interno delle istituzioni europee è negata.

“No taxation without representation” dicevano e dicono gli anglosassoni. Ossia non si possono richiedere tasse ai cittadini senza che questi possano decidere in che modo esse vadano spese, e dunque senza che chi è chiamato ad amministrare quelle risorse non sia eletto dai contribuenti. E se vale per la normale tassazione figuriamoci se può non valere per le “lacrime e sangue” che puntualmente ci richiede l’Europa. Sarebbe il caso che qualcuno lo spieghi a Saccomanni.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 119 | Commenti: 285

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