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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 14414 volte 08 aprile 2014

Con misure a “somma zero” il PIL non cresce: i limiti dei provvedimenti del Governo Renzi

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

 

 

di Paolo Sassetti

 

Capire perché il PIL del nostro Paese si sia contratto in maniera tanto “feroce” dal 2007 al 2013 rappresenta il primo passo per ipotizzare interventi di politica economica che ne contrastino efficacemente il declino e per valutare se le iniziative ventilate dal Governo siano sufficienti ad invertirne drasticamente la direzione di marcia o se siano necessarie delle integrazioni.

 

Il punto di partenza dell’analisi può essere solo il confronto sulla composizione del PIL negli anni 2000-2007-2013 aprezzi costanti 2005 (e quindi a volumi reali), in modo da non essere fuorviati nell’analisi dalla variazione dei prezzi delle merci e dei servizi.

 

(tabella 1)

 

 

  2000 2007 2013  
RISORSE 1.697.297 1.916.035 1.726.222  
    prodotto interno lordo   ai prezzi di mercato 1.367.801 1.492.671 1.365.227  
    importazioni di beni e   servizi fob 329.151 422.937 364.642  
      importazioni di   beni  fob 262.998 335.699 293.680  
      importazioni di   servizi fob 66.064 87.342 71.299  
      di cui: acquisti   all’estero dei residenti 12.708 14.818 13.637  
         
IMPIEGHI 1.697.297 1.916.035 1.726.222  
    spesa per consumi   finali nazionali 1.071.299 1.162.585 1.085.267  
      spesa per consumi   finali delle famiglie residenti 812.230 863.117 797.276  
        spesa per consumi   finali delle famiglie sul territorio economico 833.440 878.250 811.722  
        acquisti   all’estero dei residenti (+) 12.708 14.818 13.637  
        acquisti sul   territorio dei non residenti (-) 33.773 29.955 28.075  
      spesa per consumi   finali delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni sociali private   senza scopo di lucro al servizio delle famiglie (isp) 258.799 299.468 288.423  
        spesa per consumi   finali delle amministrazioni pubbliche 254.259 293.765 282.702  
        spesa per consumi   finali delle istituzioni sociali private senza scopo di lucro al servizio   delle famiglie 4.543 5.704 5.722  
    investimenti fissi   lordi 277.553 316.570 232.101  
      investimenti fissi   netti 81.413 84.770 -8.908  
      ammortamenti 196.311 231.803 243.075  
    oggetti di valore 3.602 1.781 904  
    esportazioni di beni e   servizi fob 343.537 428.114 415.164  
      esportazioni di beni 272.169 347.144 342.657  
      esportazioni di   servizi fob 71.551 80.948 72.545  
      di cui: acquisti sul   territorio dei non residenti 33.773 29.955 28.075  
         

 

Tra l’anno 2007 (anno di picco del PIL italiano) ed il 2013 il PIL ha perso 127,4 miliardi di euro, pari all’8,5%. Nello stesso periodo, senza considerare alcune poste minori (valori e percentuali arrotondati): 

 

-          i consumi privati della famiglie si sono contratti di 65,8 miliardi, pari al 7,6%

-          la spesa pubblica si è contratta di 11 miliardi pari al 3,8%

-          gli investimenti tecnici lordi si sono contratti di 84,5 miliardi, pari al 26,7%

-          mentre le esportazioni nette sono cresciute da5,2 a50,5 miliardi, quindi offrendo un contributo di + 45,3 miliardi al PIL.

 

Alcuni considerazioni su queste cifre:

 

-          non solo la spesa pubblica è scesa meno di altri aggregati nel periodo 2007-2013, ma essa si è comunque attestata in termini reali oltre i valori dell’anno 2000 (+11,2%), mentre i consumi delle famiglie 2013 sono sotto quel valore (-1,8%)

-          le esportazioni nette si sono incrementate in valore assoluto e come peso sul PIL perché la caduta delle importazioni (-13,8%) è stata superiore alla caduta delle esportazioni (-3,1%). Si consideri, tuttavia, che il peso delle esportazioni nette sul PIL nel 2013 era “solo” del  3,7%, per cui il contributo di questa voce alla crescita del PIL nel breve termine può essere solo limitato. Inoltre, una ripresa dei consumi e del PIL sicuramente aumenterebbe le importazioni e ridurrebbe il contributo delle esportazioni nette alla crescita del PIL. Basta verificare che nell’anno di picco della nostra economia (il 2007) le esportazioni nette contribuivano solo allo 0,35% del PIL. Quindi, il peso attuale delle esportazioni nette sul PIL (3,7%) è destinato a ridimensionarsi man mano che il PIL tornerà a crescere, sia pur lentamente

-          la voce che in maniera più macroscopica (sia in valore assoluto, sia in percentuale) ha contribuito alla caduta del PIL è stata quelle degli investimenti tecnici lordi. Nel 2013, poi, per la prima volta dal 2000, gli investimenti tecnici netti (cioè a netto degli ammortamenti) sono risultati negativi, cioè il Paese non ha neppure fatto fronte alla naturale obsolescenza delle sue immobilizzazioni tecniche, procedendo nella sostanza ad un disinvestimento netto delle sue attività tecniche.

 

Vediamo come deve essere disaggregata la caduta degli investimenti tecnici lordi:

 

 

  2000 2007 2013
Prodotto        
coltivazioni e allevamenti   660 654 487
altri impianti e macchinari   95.120 107.507 78.150
mezzi di trasporto   27.515 29.771 22.754
costruzioni   137.463 162.299 115.779
   di cui abitazioni   60.087 72.681 53.983
   di cui fabbricati   non     residenziali e altre opere   65.882 74.420 50.688
   di cui costi per   trasferimento di proprietà   11.440 15.195 11.121
beni immateriali prodotti   15.977 16.372 15.227
investimenti fissi lordi   277.553 316.570 232.101

 

 

Degli 84,5 miliardi di caduta degli investimenti (e quindi di minor PIL) tra il 2007 ed il 2013:

 

-          46,5 miliardi derivano da una caduta delle costruzioni

-          29,4 miliardi derivano da una caduta degli investimenti in impianti e macchinari

 

Appare evidente l’effetto fortemente depressivo sul PIL, connesso al rallentamento complessivo dell’economia, indotto dalla caduta degli investimenti in costruzioni ed in impianti e macchinari. In particolare le costruzioni sono un settore che “scarica” la domanda su gran parte della produzione nazionale con un impatto ridotto sulle importazioni.

 

Sulle costruzioni – o, meglio, sulla ristrutturazione delle costruzioni – va quindi data la massima enfasi nella politica economica. Da una parte il Paese ha un patrimonio edile industriale (fabbriche, capannoni industriali) sempre più inadeguato a standard costruttivi ed energetici europei  (ad esempio non a prova di eventi tellurici), dall’ altra parte l’edilizia residenziale privata va stimolata tramite un piano di incentivi alle ristrutturazioni e non alle nuove costruzioni onde evitare il continuo consumo del suolo.

l moltiplicativo sul PIL sarebbe superiore alla semplice operazione congegnata dal Governo di tagliare la spesa pubblica “improduttiva” per incrementare di pari misura il reddito disponibile delle famiglie. Questa operazione è utile socialmente, ma è probabile che la sua spinta propulsiva sul PIL sia limitata dalla (a) comunque esistente propensione marginale al risparmio delle famiglie e (b) dall’aumento delle importazioni indotto dall’aumento dei consumi privati (nel 2007, anno di picco del PIL le importazioni erano quasi pari alle esportazioni).

 

Mentre non è possibile attuare politiche fiscali discriminanti tra beni prodotti nel Paese e prodotti importati, è lecito realizzare politiche di agevolazione fiscale a favore di settori che hanno una bassa incidenza di importazioni, ed il settore delle costruzioni è uno di questi. Ridurre l’IVA sui beni e sui materiali che vengono impiegati nel settore delle costruzioni ed incrementare la deducibilità delle spese di ristrutturazione degli immobili sono due interventi da perseguire con decisione e senza preoccupasi della possibile apparente riduzione immediata del gettito fiscale.

 

* * *

 

Il taglio della spesa pubblica finalizzato alla restituzione fiscale alle famiglie, anche se è utile socialmente, rischia di risolversi in una operazione a “sostanziale” somma zero sulla crescita del PIL o, comunque, ad impatto seriamente limitato.

 

Ogni operazione a somma zero sul bilancio dello Stato corre questo rischio, salvo quella di restituzione alle famiglie del minor onere sul nostro debito pubblico detenuto da investitori esteri. Infatti, l’onere sul debito pubblico detenuto dalle famiglie italiane alimenta comunque il reddito disponibile: restituire alle famiglie quello che hanno perso sul fronte dell’impiego dei risparmi non può ragionevolmente generare un grande impatto sui consumi.

 

In breve, sperare nello stimolo sostanziale al PIL indotto da operazioni a “somma zero” sul bilancio dello Stato significa perpetuare le illusioni delle “politiche dell’offerta” che si sono rivelate fallimentari in una condizione di stagnazione economica. Ma anche all’interno delle numerose politiche di bilancio a “somma zero” possibili possono individuarsi interventi più o meno efficaci in termini di moltiplicativo del PIL.

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