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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 17456 volte 14 aprile 2014

La “teoria monetaria moderna”: clamore mediatico, silenzio scientifico

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Ricerche e Studi

 

di Vittorangelo Orati*

 

 

 

Perché si tace sulle “fortune” mediatiche della “teoria monetaria moderna” .

Non è tanto il cacofonico frastuono mediatico  che riesce a diffondere tal Paolo Barnard  – che riveste il ruolo del Maometto italiano del suo Allah designato, Warren Mosler ( vedi,  Mosler economics, ovvero  la corrispondente corrente di pensiero della Modern Monetary Theory, ispirata alla  vetusta  dottrina “cartalista” di Georg Friedrich Knapp ) – che va stigmatizzato, quanto il silenzio  sostanziale degli  economisti(ci)  .[1] Specie quelli  italiani ritenuti di “serie A”  a proposito di questo presunto “nuovo Verbo”, persino quando in televisione si trovano vis-à-vis  alle   castronerie di questo dilagante “profeta”. Castronerie che hanno la pretesa di porgersi come unica alternativa alla, a sua volta,  autentica follia  economica dell’attuale mainstream  e  alla disarmante pochezza dei suoi falsi oppositori accademici (e non): keynesiani di ogni ordine e grado,  keynesian-marxisti, neoricardian-keynesian-marxisti et hoc genus omne sul piano di  similari  sincretistici scandali intellettuali . “Oppositori”, con annesso armamentario teorico,  che in realtà  non rappresenta altro che  mero pensiero embedded , pronto a fare da riserva  strategica -  con il suo “riformismo” utopico-moralistico del capitalismo  – quando l’ideologia dominante, che sostiene il dominio del neoliberismo e della “privatizzazione del mondo” ( secondo la felicissima espressione di Jean Zigler), non avrà, forse, più la spudorata forza “politica”  di pretendere di  sostenere cure  all’attuale tsunami con le identiche ed ebeti  ricette che lo hanno provocato.

Ebbene  la mancata bocciatura della  Modern Monetary Theory ( MMT) e relativo  sostanziale silenzio della  intera “professione” degli economisti(ci) non rappresenta altro che la prova provata del vuoto pneumatico che caratterizza lo “stato dell’arte” della economics “ufficiale”  e del sostrato dottrinale che alimenta i  suoi sedicenti critici “eterodossi”; materie collegate,  queste ultime, di cui mi sono altrove e largamente occupato e su cui non è qui il caso di ripetermi.

 Piuttosto, vista l’invadenza e  la pericolosa popolarità con cui viene accolta dal grande pubblico la MMT affidata alla capacità imbonitrice del suddetto Barnard,  che è giunta sino al punto di portare quest’ultimo  e il  suo “vate” americano  Mosler  in audizione alla commissione finanze di uno dei rami del parlamento italiano (qui e altrove minuscole volute), non mi sento più di sorvolare sull’argomento. Come ho sin qui fatto, per tema di dover avere a che fare con materia  mistico-iniziatica da baraccone, che non manca mai  di  provocarmi  fastidiose allergie psicosomatiche 

Il “cartalismo” e la teoria monetaria del circuito

Premetto  che sarò breve perché ho avuto altrove tutto il tempo di essere più lungo. Infatti ho a suo tempo dedicato un intero volume alla critica radicale  della teoria  della moneta che va sotto l’etichetta di “teoria del circuito”.[2] Teoria  i  cui fondamenti meno peregrini sono da far risalire a Joseph Alois Schumpeter piuttosto che al “cartalismo” di Georg Friedrich Knapp, come “distrattamente”  si ritiene  nell’ambito “neo-cartalista” della MMT. E’ stato lo stesso Schumpeter infatti ad aver  ampiamente  sottolineato la indifendibilità del “cartalismo” di Knapp, respingendo così   in  termini di filiazione dal “cartalismo”  stesso  ogni ascendenza della sua “teoria creditizia della moneta” in cui si sostanzia appunto la” teoria del circuito” rispetto alla quale la MMT si ritiene si ponga come  sviluppo complementare.

Se dunque non regge la “teoria del circuito”,  come  ritengo di aver dimostrato,  potrei da subito,  rimandando al mio precedente lavoro,  chiudere i conti con i suoi complementi teorici  della MMT,  non potendo non morire “Sansone con tutti i filistei”.  

Ma in realtà è la stessa supposta e asserita  “complementarietà” del “cartalismo” nei confronti della “teoria del circuito” a non avere alcun senso. Le due posizioni si vogliono equivalere a quelle che si pongono tra diritto privato (nella sua componente del diritto commerciale)  e diritto amministrativo: la “teoria del circuito” riguarderebbe il ruolo della moneta nei sinallagmi commerciali tra privati cittadini e istituzioni private elettivamente esaurentesi nel sistema creditizio (“transazioni orizzontali”),  nel mentre la MMT,  in continuità con il “cartalismo”, riguarderebbe il ruolo della moneta nel rapporto (“transazioni verticali”)  tra lo Stato (dimensione pubblica) e i cittadini  e le imprese (dimensione privata).   

 L’inconcepibilità di un nesso di complementarietà tra queste due teorie è rilevabile in modo inequivoco e definitivo tenuto conto del fatto  che,  mentre la “teoria del circuito”  altro non vuole rappresentare se non una “teoria creditizia della moneta” dove non v’è alcuno spazio  concettuale necessario per lo Stato, l’altra (del  tutto condividendo una ferita mortale per l’intera teoria economica “ufficiale” –  senza una minima giustificazione del ruolo dello Stato nell’economia di libero mercato capitalistico) ne assume qui la presenza e il ruolo di dominus della intera dimensione monetaria  in modo primitivo e quindi del tutto ingiustificatamente astorico.

Per avere una teoria del ruolo dello Stato nell’economia capitalistica occorre avere una teoria  dei fallimenti del solo laissez- faire,  e quindi della sola sfera  dell’economia privata nel sostenere senza contraddizioni e “crisi”  l’accumulazione del capitale nel tempo,  ottimizzando l’utilità di ogni singolo e  le performance dinamiche ( tasso di sviluppo)  del sistema tutto.[3]

Ma come dovrebbe essere noto  ( in realtà viene sapientemente taciuto),   la “scienza economica” è clamorosamente orfana dell’intera dimensione della patologia economica, che in gran parte si esaurisce nel morbo delle crisi cicliche, che sin dall’inizio e fino ad oggi affliggono  il capitalismo,  senza che si sia trovata una soddisfacente  spiegazione delle loro cause e quindi delle possibili cure. E non è certamente la MMT a porre riparo a questo scandalo scientifico di cui pare non abbia alcuna cognizione, assumendo, come fa con lo Stato,  le “crisi”  (e il bisogno dell’intervento dello Stato che dovrebbe pompare denaro  nella sfera privata per venirne fuori) come un fenomeno a sua volta primitivo. E del tutto erroneamente , così’ facendo,   implicitamente  esaurisce nella sola dimensione monetaria causa e sintomi delle crisi stesse, ignorando,  con la “ buona compagnia” di tutti gli economisti(ci) ortodossi e sedicenti eterodossi,  l’ “ufficialmente” irrisolto   “paradosso di Mill”. Paradosso  che si enuncia affermando che  “della importanza della moneta ci si accorge solo in caso di crisi”. Paradosso la cui soluzione richiede l’ “assoluzione” della moneta  tra le  vere cause della crisi e una radicale critica e ricostruzione della intera teoria economica.

Ciò non comporta, evidentemente, alcuna sottovalutazione della manipolazione monopolistica della moneta stessa, sia se tale manipolazione ( managing )  è affidata al sistema bancario-finanziario  sia se essa è esercitata dallo Stato o in un  alterno mix di tali ipotesi.[4]

 

Il giudizio di Schumpeter sul “cartalismo” di Knapp

 

Riprendendo il tema del nesso Schumpeter/ “cartalismo “,  se è certamente vero che Schumpeter liquida il “cartalismo” in una sua opera incompleta e pubblicata postuma nella sola lingua tedesca[5]  e la cui   traduzione italiana è fuori commercio,[6] rimanendo dunque scarsamente disponibile  a chi  fa “ricerca” con l’ausilio  del solo “americano” ( inglese imbastardito),  cioè della lingua franca  “obbligatoria”  del mondo scientifico, ciò non  assolve dal peccato di “incompletezza delle fonti  bibliografiche”, che offende il concetto stesso di “ricerca” .

Vediamo più da vicino le conseguenze dei peccati del retroterra “culturale” neo-cartalista  circa il giudizio di Schumpeter su Knapp e il “cartalismo”,  imponendosi come opportuna la divulgazione della posizione di Schumpeter” sul Knapp teorico della moneta, riportandone, tra altri, un significativo brano che non lascia dubbi sulla irrapportabilità tra “cartalismo” e “teoria del     circuito”.  

Schumpeter, dopo aver tratteggiato con ammirazione formale la figura di Knapp come statistico, con lo stile proprio dell’intramontabile fariseismo accademico del “medica e acciacca”, va giù pesante a proposito  di quest’ultimo in veste di teorico della moneta,  affermando che in questo mutamento di orientamento scientifico:

 

“[…]  egli si impegnò su un tema per padroneggiare il quale si richiedevano un metodo concettuale a lui estraneo e una visione originale di logica immanente a oggetti astratti, che è qualcosa di completamente diverso dal tipo di spirito di osservazione che lui possedeva. Le probabilità di un insuccesso erano date fin dall’inizio e in realtà egli annunciò una dottrina che non era né sostenibile né, come spesso succede invece  con errori fruttuosi,  stimolante. Per quanto si possa far riferimento  a singoli casi di formulazioni felici o di osservazioni corrette, la proposizione che la moneta è una creatura dell’ordinamento giuridico, e la tesi che la teoria del sistema monetario non ha niente a che fare con il livello dei prezzi non servono a nulla … A noi non rimane che constatare che su  quella proposizione e su quel punto di vista si regge e cade la dottrina monetaria di Knapp […].[7]

 Tutto ciò stabilito e tenuto conto che sul piano  della logica matematica da premesse sbagliate si può ricavare tutto e il suo contrario, ( “Legge di Duns Scotus”), data la  totale mancanza di  sostenibili fondamenti teorici “cartalisti” della MMT sarebbe di ben scarso interesse seguirne  tutte le assurde proposizioni che la costituiscono. Solo una eccezione va fatta,  visto che il massimo della popolarità  e quindi della pericolosità della Mosler economics  lo si registra allorché il suo “piazzista” televisivo,   mirando al ventre dei telespettatori,  afflitti dal perdurare della immane crisi attuale  e dalle inutili quando non controproducenti cure attuate in nome della inflitta ’”austerità”,  sostiene:

a)      che lo spread è uno spauracchio in nome del quale si chiedono inutili  sacrifici  agli italiani, e che tutto si risolverebbe uscendo dall’euro riappropiandoci, della  sovranità e  autonomia   monetaria;

b)       che a questo punto  ricorrendo a trasfusioni di moneta  al settore privato da parte dello Stato  ciò potrebbe tirarci fuori dalla crisi;

c)      concludendo che del debito pubblico  e del deficit di bilancio non c’è da preoccuparsi,    risultando il loro livello, per quanto elevato, un falso problema, poiché in presenza della  sovranità monetaria  risulta soddisfatto l’assunto principale della MMT ,  che vuole che lo “Stato non possa mai fallire” risultando illimitata la  sua capacità di pagare ( “ability to, pay”) potendo illimitatamente stampare moneta( sic!). 

La natura dello Stato ed il suo rapporto coi modi di produzione

 Ebbene,  in queste prescrizioni finali che fungono da architrave alla intera MMT tutti “i nodi vengono al pettine”. Se la vera moneta(?) del “cartalismo”   e quindi della  “teoria monetaria moderna”  è  quella meramente cartacea,  quindi  priva di ogni valore intrinseco  e quindi in linea di principio non ha limiti di emissione,  e al contempo tale moneta è quella che funge in esclusiva come misura dei valori, e dei prezzi, mezzo di scambio, di pagamento e riserva di valore,  non si vede come lo Stato che tale moneta “batte” possa fallire.

Che ciò equivalga a ipotizzare l’impunità  di un falsario che stampa moneta ad libitum e che così facendo espropria il resto della comunità  di tanto potere d’acquisto per quanta moneta falsa riesce a mettere nel sistema, non  è neanche sospettato dalla setta che fa capo a questa nuova religione della MMT. Setta che non si pone proprio il problema centrale della natura dello Stato nei confronti del sottostante modo di produzione. Che nel caso del capitalismo non può non ammettere un livello critico, oltre il quale l’intervento dello Stato nell’economia,  sia pure  per sola  via monetaria, rischia di compromettere alla radice la logica di tale modo di produzione;  protestando così l’ “astrattezza indeterminata”   delle categorie di cui si nutre la MMT.

Quale Stato, dunque,  e quale è la logica del modo di produrre e distribuire  entro il quale la sua presenza trova storica qualificazione?

 

L’origine delle crisi nell’economia reale e la funzione dello Stato

 

E se le crisi, come è in realtà, dipendono da una frattura tra modo di produrre e modo di distribuire, in occasione di una rottura del sentiero di sviluppo conseguente a una alterazione  dell’equilibrio degli scambi tra settore dei beni di consumo e beni di investimento -  a seguito di investimenti labour saving in cu i si sostanzia il progresso tecnico -  e quindi le crisi  a loro modo nell’ambito della insana logica capitalistica  - e in  assenza di “piano” che ci farebbe parlare  ben all’opposto di socialismo -  non hanno altra funzione che quella di espellere dal mercato darwinaniamente le imprese private inefficienti, che senso ha salvare indiscriminatamente  l’intera  offerta aggregata?  Non si finisce in tal modo  per fornire ulteriore “ossigeno” ( domanda) a quelle inframarginali ( non in crisi)  attraverso una non meglio discriminante  – in mancanza di una idonea teoria delle crisi – e universale trasfusione di moneta all’intera sfera della produzione, che  semplicemente appare,  per l’ingannevole  valenza degli aggregati macroeconomici, in generale sofferenza? Non abbiamo così individuato le componenti fondamentali (sfuggite allo “stato dell’arte” della “scienza economica”), a cui si devono in contemporanea la caduta di produttività media dell’intero sistema economico e l’inflazione, le quali combinandosi e cumulandosi nel tempo non possono non sfociare in esiti disastrosi?[8]. Come non ricordare a tal specifico proposito il monstrum della stag-flation  dei primi anni ’70  del secolo scorso che ha fatto impazzire senza risultato alcuno, pour cause, le migliori “teste d’uovo”  e molti  premi Nobel tra gli economisti?  Decretando già una prima e dimenticata volta  il fallimento eclatante  della logica keynesiana[9]  che ispira esplicitamente la magnificazione  ed eternalizzazione del deficit spending da parte della Mosler economics.[10]

 E se quanto appena detto è vero,  come è vero, prima ancora di una stucchevole concezione contabile, che vuole che lo Stato non possa fallire ( nei termini preanalitici  che abbiamo visto), non v’è quella molto stringente della sua idoneità “funzionale”  a conservare a livello di efficiente competizione – specie  in epoca di “Globalizzazione”- il sottostante sistema economico capitalistico? Efficiente competizione che fissa  con rigore oggettivo  i termini limitazionali del debito pubblico e dei deficit di bilancio operati per via monetaria dallo  Stato, taumaturgo di ultima istanza secondo la MMT.

Anche in ipotesi di una possibile e completa autarchia  economica, quanto può durare uno Stato capitalistico che lascia indietro i propri cittadini,  dimentico di assicurare la coniugazione costante  di efficienza economica, benessere pubblico, democrazia, rispetto a chi invece nel cinismo della logica del capitalismo  cavalca con più successo in altri ambiti nazionali la rigida selezione delle sue imprese più forti assicurando ai sopravvissuti con la mortifera logica del “rigore economico” – e sempre con i trucchi dissimulatori dei grandi aggregati – la soddisfazione di aspettative economiche  crescenti nel tempo?

Insomma la MMT non è  in tale chiave ancorata oggettivamente  alla perdente logica  per la quale “è meglio l’uovo oggi che la gallina domani”,  dimenticando che esaurendosi via via  le uova,  con la progressiva caduta di efficienza del sistema capitalistico, la gallina stessa scompare,  decretandosi così la scomparsa definitiva delle uova stesse  e dell’inefficiente capitalismo che le ha sin lì fornite? Insomma il non fallimento dello Stato,  in ragione di un debito pubblico e di deficit spending senza limiti, intanto si può concepire facendo astrazione niente di meno che dal problema della natura dello Stato e della sua relazione con la logica del modo di produzione che lo sottende, nonché dalla genesi della moneta e dal significato della sua ultima trasfigurazione storica  in termini di  carta moneta inconvertibile.

Di converso occorre riconoscere la esigenza di mondare  tali imperdonabili  errori di ipostasi ( che comportano del tutto acriticamente la certezza che l’ultima manifestazione di grandezze storicamente derivate  o divenute  realizzi una sorta di aristotelica  entelechia, ovvero  la più pura e migliore  configurazione  tra quelle  che l’hanno preceduta. La qual cosa costituisce un autentica  distorta apologia dell’idea di progresso storico e del mondo così com’è). Solo così si può infatti sfuggire all’inganno di non ravvisare nell’ultimo stadio di un fenomeno i segni di una  lontana malattia  e quindi un inequivoco presagio di  irreversibile luttuosa  crisi storica, piuttosto che un segno di raggiunta perfezione.

Insomma,  una volta sfuggiti all’inconcepibile fallacia di trattare grandezze storicamente divenute  a mo’ di categorie vere sub speciae aeternitatis,  quindi:

 

a) posto lo Stato come lo Stato del e nel capitalismo;

b)  e la moneta cartacea priva di ogni valore materiale intrinseco come l’ultimo atto con cui  si manifesta la violenza statuale (il Leviatano hobsiano) a danno del controllo sulla propria autonomia e la volonté gènèrale della società civile, a presidio dell’esproprio sotteso al potere di signoraggio e fiscalizzazione costante di ogni atomo di attività economica e non, a favore del monopolio di chi “batte moneta”; [11]

 

non può che cogliersi l’ineliminabile trade-off  tra debito pubblico e tenuta/fallimento  del sottostante modo di produzione. Fallimento inteso non già in chiave inammissibilmente ragionieristica, fuori da ogni spazio e ogni tempo,  bensì in chiave storico-effettuale.

 

La proposta “salvifica” di uscire dall’euro

 Per converso,  la stessa  mefitica matrice di un  disarmato e disarmante approccio  astorico che opera una supposta costruzione scientifica  nel modo anzidetto la si coglie anche nei punti in cui la MMT sembra connotarsi di una  eversiva carica critica nei confronti della crisi attuale, per esempio  con la proposta  “salvifica” (?) di uscire dall’euro.

 Prendersela con l’euro,  e non già con l’euro e la BCE  come sono stati concepiti e realizzati,  e cioè  al servizio del capitalismo e della Globalizzazione, comporta l’errore di confondere un mezzo  tecnico della predetta subordinazione all’Europa del “Capitale” e dei capitalisti  con il bacillo stesso di una malattia. Insomma,  ciò equivale  al feticistico  giudizio di prendersela con un termometro e non già con la causa ultima  che comporta flogosi e febbre.

E’ d’altronde un segno inconfondibile di utopia negativa ( “distopia”) quella di tutte le teorie che respingono il pur criticabile presente – sottoposto a critiche fuorvianti e inconsistenti – appellandosi a un presunto  “arcadico “ passato:  opporsi così  a ogni futuro – compreso  quello possibile e auspicabile –  è marchio inconfondibile di pensiero  obiettivamente reazionario. 

Perché l’accademia tace davanti alle fortune mediatiche della MMT   

Vorrei adesso  tentare di dare una spiegazione del colpevole   sostanziale silenzio che circonda   le “fortune” mediatiche della MMT.

A parte :

a) il conformismo accademico, alimentato dall’adagio “vivi e lascia vivere” che oggettivamente alimenta la estrema specializzazione che caratterizza anche il mondo degli economisti;  

b) il timor panico di dire la propria in un settore di studi in cui non si è accreditati,  in quanto ciò aprirebbe indiscriminatamente le porte a potenziali critici alla propria “ produzione scientifica” coltivata altrimenti  in un  ben protetto orticello ;

c) il timor reverentialis per tutto ciò che esporta come prodotto scientifico il made in Usa che funge  contemporaneamente da sostanziale monopolista  di spartiti e  di direttori d’orchestra  nel mondo internazionale della “research” ;

nella mancata sanzionatura da parte degli “esperti” in economics delle fandonie  disseminate dalla MMT v’è qualcosa di molto più profondamente grave che rimanda allo stato comatoso della intera “scienza economica”. “Dismal science” (scienza  triste e tetra)  che, come si è già detto, è tutt’ora disarmata e cieca nei confronti del morbo delle crisi cicliche che affliggono da sempre il capitalismo,  esaurendone per grandissima parte  la dimensione della patologia economica. Il che fa della economics una mera “scienza” edificante,  ovvero una “non scienza”.

Orbene, poiché la MMT ha la incosciente spudoratezza di far proprio il clou della fallimentare eredità del paradigma scaturente dalla General Theory di  Keynes,  ponendolo al centro della sua intera proposta teorica; e poiché su tale tema regna la più totale ignoranza sia da parte dei seguaci delle molte sette che si contendono l’imprimatur dei” true beliver” dell’originale paradigma keynesiano, sia da parte delle altrettanto molte conventicole degli antikeynesiani, è ovvio che  manca la materia prima per contestare l’anima stessa keynesiana della Mosler economics. 

La tesi centrale della General Theory di Keynes

Il predetto clou  in cui si concentra la mai compresa ed eclatante contraddizione della General Theory su cui si fonda la intera sequela di assurdità della MMT sta proprio nella tesi centrale del magnum opus di Keynes: la (pretesa) “dimostrazione” che  “l’assetto in  un equilibrio di non piena occupazione  connoterebbe in generale l’economia capitalistica.”

Questa tesi è ridicolamente banale se  discende dalla mera interpretazione o “lettura”di un dato empiricamente incontestato e incontestabile. Dato che riguarda la fattuale morfologia che caratterizza l’andamento ciclico della dinamica capitalistica: qui la piena occupazione si registra  immediatamente prima del “punto di svolta superiore”  o “punto di crisi” del ciclo  economico. E’ quindi palmare che “in generale” non si abbia piena occupazione nell’ambito dei cicli economici”. Pretendere di ricorrere a una dimostrazione di una circostanza di fatto  di questo tipo è a dir poco metodologicamente delirante. In realtà Keynes intendeva trovare causa e rimedi “allo scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”, che altro non rappresenta che una definizione ellittica ( metafora)  delle condizioni che caratterizzano e producono  lo scoppio delle  crisi cicliche;  punto di crisi che è solo e soltanto un caso o punto  particolarespeciale  del ciclo. Così stando le cose, come può il punto di crisi costituire un generale equilibrio di “non piena occupazione”? Ancora una volta la stessa morfologia della  empirica dinamica ciclica  smentisce questa autentica follia logica. E che si tratti di autentica follia logica è presto dimostrato. 

Ammesso e non concesso,  per assurdo,  che la predetta tesi stia in piedi, dove mai si realizzerebbe l’equilibrio di piena occupazione che  solo può con rigore definire  e quindi misurare la “non piena occupazione” ?

Svolgendo l’equilibrio di piena occupazione necessariamente da terminus ad quem  (e a quo)   del generale equilibrio di non piena occupazione ( senza la misura dell’equilibrio di piena occupazione  resta indefinito e indefinibile l’equilibrio di non piena occupazione), è del tutto evidente che il realizzarsi del caso generale dell’equilibrio di non piena occupazione richiede stringentemente e ineluttabilmente il contemporaneo verificarsi del caso speciale o particolare di piena occupazione.[12]

Pertanto avremmo che un caso generale dipende dal’ineliminabilmente   contestuale verificarsi di un caso speciale: mai una assurdità di questo tipo ha potuto impunemente  e nascostamente albergare nel mondo scientifico.

Ciò stabilito more geometrico, la MMT non fa altro che costruirsi sulla base dell’implicita  ed eclatante aporia che condanna  senza rimedi  la General Theory  tra i più grandi e ignorati bluff della storia della scienza tutta assumendo come base teorica fondante che l’economia si trovi sempre (in generale) in stato di crisi, e che perciò la spesa statale in deficit debba conseguentemente  essere una costante.

Da qui discende necessariamente la altrettanto assurda tesi ( “legge di Duns Scotus”) per cui il deficit spending e il conseguente livello del debito pubblico non  costituisca affatto un problema, qualunque sia il loro rispettivo livello. 

La equazione fondamentale della MMT 

Di ciò dà conto la equazione fondamentale della MMT:

 

 ( G – T ) = ( S – I ) –  NX

Dove G è la spesa statale, T il livello della tassazione, S sono i risparmi , I sono gli investimenti ed NX le esportazioni nette.

Ipotizzata una “economia chiusa” (senza scambi con l’estero, NX = 0),  il supporre che il membro a sinistra della predetta equazione  debba essere positivo costantemente, quindi  con la  spesa in deficit  sempre maggiore delle entrate fiscali, altro non significa escludere che  sia S = I  e che costantemente i risparmi privati ( in una situazione in cui  G = T  ovvero di puro laissez-faire),  prima dello scoppio della la crisi debbano in generale  eccedere gli investimenti nel settore privato del sistema, provocando altrettanto costantemente crisi; e che per evitare i danni e le conseguenze della crisi stesse e quindi far risultare veri i  risparmi  questi debbano essere finanziati dalla spesa statale. Per converso  se le entrate fiscali superano la spesa statale  la tassazione non costituisce altro che erosione del risparmio privato ( che non può riprodursi per il manifestarsi della crisi conseguente il mancato equilibrio (eguaglianza) tra S e I.

 In caso di apertura al commercio internazionale  la posizione della MMT raggiunge rare vette del grottesco. Rivelando una totale ignoranza di ciò che muove e caratterizza la Globalizzazione che ha fatto da levatrice all’attuale immane crisi. Nel mentre non v’è nazione ( come d’altronde è sempre stato) che in un panorama di libero scambio generalizzato non sia mercantilisticamente orientata   affidando le proprie performance in termini di sviluppo e occupazione al principio  “beggar thy neighbour” ( “arricchisciti a danno del tuo vicino”),  la MMT del tutto idilliacamente assume che le esportazioni, né più né meno di quanto  possa constatare un doganiere analfabeta , comportano sottrazione di beni al paese che le attua, sopportando quindi un costo per il conseguente minor consumo interno. Questa circostanza è da far allibire,  rivelando  la totale cecità dei “teorici” della MMT circa l’anima oggettivamente sottoconsumista della ritenuta essenziale componente keynesiana della loro “teoria”.Per non dire della stucchevole incapacità nel cogliere la quintessenza della Globalizzazione, cioè del jeu de massacre incentrato sulla lotta per il predominio sul mercato internazionale cui si informa esplicitamente negli ultimi decenni il capitalismo  e che a condotto alla attuale immane crisi. 

Sulle  importazioni non si arriva però, del tutto inconseguentemente, a ribaltare simmetricamente la posizione precedente: comportando le importazioni  trasferimento di moneta propria in mano straniera ciò viene ritenuto fomite di una equivalente perdita di sovranità monetaria. Come principio che sta in piedi da sé, non sospettando minimamente la totale infondatezza del dogma  di origine ricardiana del free trade,[13] la MMT riconosce che importazioni di beni a basso costo potrebbero nuocere al paese importatore.

Anche con il fuoco di paglia teorico della MMT il dogma dei “benefici per tutti” ( sonoramente smentito dallo tsunami della grande crisi economica iniziata nel 2008 e tutt’ora perdurante , senza che si sappia come venirne fuori ) conseguente alla applicazione della  dottrina del libero scambio  non corre  dunque pericoli di abrogazione. Non vedendosi  cenno alcuno di un passaggio a una fase finalmente post-tolemaica della “scienza economica” almeno per quanto riguarda  il ( falso) teorema ricardiano  dei costi/vantaggi comparati, che nel tempo  è assurto al ruolo di indiscusso  e indiscutibile articolo di fede.

 

L’implicita adesione alla teoria quantitativa della moneta    

 

Naturalmente , ignorando la  inevasa  e incompresa sfida intellettuale  sottesa al già citato “Paradosso di Mill”, anche qui assorbendo un’altra aporia della General Theory, la MMT  non manca di prendere oggettivamente in merito posizione, optando  implicitamente con tutta evidenza per la oggettivamente famigerata “teoria  quantitativa della moneta” ( TQM).[14] Non essendoci altra interpretazione possibile a tal proposito in relazione alla professata certezza che  il livello del reddito nazionale sia funzione dipendente della quantità di moneta immessa dalle  pubbliche autorità monetarie ( offerta di moneta) nel sistema economico al fine di assicurare la,  altrimenti mancata,  piena occupazione.

 Se questa ultima conclusione è innegabile, allora la MMT sottoscrive, senza saperlo, un’altra “perla”della collana formata da presidi teorici della “scienza triste” che ne marcano indelebilmente il perdurante  stato prescientifico. Vista la sola attitudine di questo ambito dello scibile a poter balbettare qualcosa solo in riferimento alla fisiologia economica,  non avendo mai potuto porre mano a una rigorosa dimensione riguardante la patologia economica.

Aderire alla sempreverdi fortune “scientifiche” (?)  della TQM infatti significa condividere una incredibile visione di ciò che  la TQM  stabilisce circa il legame – sancito  dalla “equazione di Hume”[15], che  così viene  interpretata funzionalmente da sinistra verso destra –  che sussiste tra  la dimensione monetaria e quella reale dell’economia. Visione che consiste nella inaudita esigenza di trattare una variabile autonoma o esogena  come la quantità di moneta offerta  Ms, che quindi si parametrizza in modo casuale nel tempo rispetto alla relativa domanda Md  proveniente dalla dimensione delle grandezze reali del sistema economico, come fosse una  variabile  dipendente o endogena in quanto determinata appunto dal settore reale come accade in generale lungo tutto l’estendersi fattuale dei cicli economici. Ciò in aderenza alla morfologia fattuale dei cicli economici stessi che solo in corrispondenza al loro punto di inversione superiore o punto di crisi vedrebbero venir meno l’eguaglianza verificata in generale (ex ante ) Ms = Md, manifestandosi la diseguaglianza Ms ‹ Md  in  un punto o caso speciale del ciclo. Tutto questo implicando una inconcepibile transustanziazione  o mutamento ontologico di Ms: che in generale opererebbe come una grandezza endogena ( fuori dalla crisi) per atteggiarsi come grandezza esogena nel solo caso di crisi. Mutamento ontologico per di più manifestantesi con modalità ciclica, ovvero con andamento a sua volta negante la  natura autonoma o esogena di Ms.

 Ma la faccenda non finisce qua  nei termini dei madornali errori che sostanziano la MMT ( per gran parte condivisi con lo “stato dell’arte” della intera teoria economica ortodossa e meno ortodossa).[16]

 Infatti questa adesione  oggettiva della MMT alla TQM  rileva e ribadisce in modo plateale  la  insostenibilità della precedentemente vista equazione fondamentale di quest’ultima “scuola di pensiero”. Equazione in base alla quale si vuole che sia la crisi in generale , ovvero il generale assetto di non piena occupazione, a rappresentare il generale assetto del sistema economico. Da ciò facendo discendere, come sappiamo,  il tratto essenziale della MMT appunto, che professa la esigenza di un generale  ( ancorché non problematico in termini di livello del deficit spending e del debito pubblico) intervento statale con relativa immissione di moneta nell’economia.

Per concludere ci preme smascherare l’aura di “difensore dei deboli e degli oppressi” con cui piace ammantarsi l’italico piazzista italiano della Mosler economics. Si tratta di far emergere a tal proposito le colpe della sottovalutata difficoltà di metter mano alla teoria economica con sufficiente rigore scientifico, alla luce del suo pietoso “stato dell’arte” dottrinale, di cui manca coscienza dentro e fuori il milieu degli economisti di professione, accademici e non. Si tratta in verità di evidenziare un ulteriore negativo esito dell’astoricità con cui la MMT pone le sue categorie concettuali,  e in particolare quella dello Stato.

 Ci affidiamo in tal senso ad alcune righe del capitolo XXIV del Primo Libro de Il Capitale di Marx,  di cui vano è supporre la conoscenza da parte di teorici e adepti della MMT ( per non dire di altri).

Si tratta di un capitolo fondamentale, dedicato alla “accumulazione originaria”cioè  a quell’insieme di fenomeni storici che insieme hanno  condotto in modo  cospirante alla nascita del capitalismo e quindi alla formazione delle classi dei capitalisti  e del proletariato, definendone il sottostante rapporto di produzione :

 

“ I diversi momenti dell’accumulazione originaria si ripartiscono ora, più o meno in successione cronologica, soprattutto fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII, in Inghilterra , si combinano sistematicamente nel sistema coloniale, nel sistema del debito pubblico, nel moderno sistema fiscale e protezionistico. Questi metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come nel caso del sistema coloniale: tutti però si servono del potere di Stato, della violenza concentrata e organizzata della società […] “.[17]

 

Quale salvezza dunque dai putrescenti miasmi delle crisi economiche per il mondo del lavoro ci si può attendere  affidando allo Stato  il compito di taumaturgo: non sono gli Stati, ovvero il potere economico che li definisce e condiziona, a sostenere l’ordine capitalistico che ci ha portato nell’occhio della immane ed ennesima crisi? Trattare lo Stato come alternativa meramente tecnica al neoliberismo che proclama le qualità miracolose del laissez-faire  è una imperdonabile ingenuità culturale e politica su cui dovrebbe far chiarezza il  “gattopardismo statalista” filocapitalistico  di Keynes.  “Baronetto”  Keynes ( e questo andrebbe costantemente ricordato ai “sinistri” keynesian-marxisti etc.)  che ha sempre guardato al socialismo come fumo negli occhi e solo per questo,  ovvero per realpolitik, si è dato il compito di criticare i limiti del laissez-faire, con la sua conseguente  teoria,  comportante di necessità  l’intervento dello “Stato” nell’economia: al solo scopo di salvare il capitalismo dal socialismo di ispirazione marxista! Non mancando già ai tempi  di Keynes ammiccamenti e punti di contatto con l’ormai imborghesito e filo capitalistico riformismo   “laburista” . [18]

La vera questione che si pone da sempre per le grandi masse, che pagano da sole ab initio  i prezzi umani e sociali delle crisi cicliche di Monsieur le Capital è dunque quella della uscita dal capitalismo e dal suo definitoriamente pronubo  Stato Così stando tragicamente le cose non resta che ricordare ai seguaci della MMT l’adagio latino: Hic Rhodus hic salta!

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)




[1]  Fuori dall’Italia ancorché critiche alla Modern MonetarY Theory non siano qua e là mancate, queste non sono mai andate al cuore dei problemi a cui la predetta teoria ritiene di saper trovare rimedi. La ragione è semplice (come meglio si vedrà nel testo): la mancanza in assoluto di  una corposa teoria della “patologia economica”. Si tratta quindi di critiche del tutto superficiali e parziali come solo può permettersi la comunità degli economisti forniti di “coda di paglia” quanto ad armamentario scientifico.

[2] V. Orati, Il (corto)circuito, ovvero una moneta per l’economia, ISEDI, Torino, 1992.

[3] Una analisi dell’inderivabilità nell’ambito della “scienza economica”del ruolo dello Stato in una economia capitalistica affidata alla logica del laissez-faire, insieme a un risarcimento  teorico  in tal senso, si trova in V Orati, Un ulteriore “buco nero” nella “scienza triste” l’indefinibilità  dello “Stato”negli statuti della “scienza economica”. In V. Orati ( a cura di), Stato e/o mercato nell’era della Globalizzazione, X Schumpeter Lecture,Viterbo,IIAESS J.Hopkins University,  Unindustria, Viterbo, 2010.

 

[4] V. Orati, Il (corto)circuito, ovvero una moneta per l’economia, op. cit.,  fornisce una soluzione al “paradosso di Mill”.

 

[5] J. A. Schumpeter, Das Wesen Des Geldes, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen, 1970.

 

[6] J. A. Schumpeter, L’essenza della moneta, Cassa di Risparmio di Torino, 1990.

[7]  J. A. Schumpeter, L’essenza della moneta,op.cit., pp. 87-88 ( corsivo di Schumpeter)..

[8] La cecità dinanzi alla causa “tecnologica” delle crisi cicliche non può che portare attraverso il salvataggio di imprese diventate extramarginali a un ritardo in termini di progresso tecnico e in tendenza alla stagnazione. L’artata presenza di imprese altrimenti extramarginali, tenute in vita da un sostegno indiscriminato alla domanda globale, rappresenta di per sé una causa di inflazione. Sembra opportuno a questo punto segnalare come il concetto e la pratica attuazione di meccanismi del tipo “Cassa integrazione” rappresentino la manifesta assenza di una idonea teoria delle crisi cicliche e contemporaneamente una resa da impotenza teorica davanti ad esse.

 

[9]  Un’altra imperdonabile “licenza” scientifica  porta i teorici della MMT a ignorare che lo stesso Keynes –  pur evidentemente inconsapevole della inconsistenza della sua proposta scientifica -  era pienamente  avvertito dei problemi  cui avrebbe potuto dar luogo un eccessivo interventismo statale nell’economia; a tal proposito vedi , A.  Caincross, Keynes e l’economia pianificata, in F. Caffè ( a cura di)  Keynes: riletture e rievocazioni, Einaudi, Torino, 1983, pp.. 87-118.

 

[10] Della stag-flation e di una sua  possibile spiegazione, che ha comportato la radicale bocciatura scientifica del paradigma keynesiano e una altrettanto radicale riabilitazione del lascito del Marx economista,  ho trattato in V. Orati,  L’anomalia della stag-flation e la crisi dei paradigmi economici Una soluzione neomarxiana, Liguori, Napoli,1984.

 

[11] La moneta- merce o merce-moneta costituisce un vincolo “sociale” oggettivo al potere di signoraggio di chi “batte moneta”. Il settore che produce la merce che è anche moneta detta i termini entro cui la realtà del relativo processo di produzione fissa il valore “oggettivo” o intrinseco della moneta e quindi il suo rapporto con il valore nominale o “legale” dell’unità monetaria. Il “sovrano” in presenza di merce-moneta non può che ricorrere al furto della” tosatura” che prima o poi grazie alla “legge di Gresham” rende il “re nudo”.

[12] La critica al paradigma keynesiano e a ciò che dopo la General Theory, da questa contaminata in positivo o negativo, ha caratterizzato la “scienza economica” è stata da me estesamente  sviluppata in V. Orati, Una teoria della teoria economica, Vol. II, UTET, Torino, 1997.

[13] Per una critica radicale alla teoria ufficiale del commercio internazionale basata sul teorema ricardiano dei “costi/vantaggi comparati”, vedi: V. Orati,  Globalizatiuon Scientifically Unfounded, Special issue of the International Journal of Applied Economics and Econometrics, Bangalore, 2003, e la seconda ed arricchita edizione italiana di questo testo: Globalizzazione scientificamente infondata, Thyrus, , Arrone ( Terni), 2008.

[14] I così detti “post-keynesiani” – tra le  molte sette che si rifanno all’ipse dixit di Keynes  -  annovera tra i suoi fondatori i più stretti collaboratori di Keynes a Cambridge. Naturalmente questo non ne autorizza  alcuna licenza speciale nell’ermeneutica della General Theory. Per esempio Joan Robinson e   Lord Nikolas Kaldor avversano la TQM senza rendersi conto di quanto questa sia -  malgrado le intenzioni del loro “maestro”- essenziale nella “logica” del paradigma della “domanda effettiva”. La Robinson giunge a definire la TQMimplausible”( J.Roobinson, The second Crisis of Economic Theory, In R. Fels (Editor) The second Crisis of Economic Theory, General Learning Press, Morristown, New Jersey, 1972, p.5.  Kaldor, dal canto suo,  pur giungendo  (non senza contraddizioni in materia di rapporto tra moneta e ciclo) a comprendere esplicitamente che la quantità dell’offerta di moneta è una grandezza endogena non è  mai andato sino in fondo nel collegare tale posizione con il “Paradosso di Mill”. D’altronde se così avesse fatto non si sarebbe mai più  potuto collocare  tra i seguaci di Keynes. Su Kaldor , vedi, V. Orati, Il (corto) circuito ovvero una moneta per l’economia, op. cit.

[15]  La equazione di Hume ha la forma seguente: (Ms) v = P Q  ( con Ms che rappresenta la quantità esogenamente offerta  di moneta; v che sta per la velocità di circolazione della moneta, che è un dato che si assume come costante; Q rappresenta le quantità prodotte nel comparto reale dell’economia; P  rappresenta il livello generale dei prezzi) . La TQM incentrata sulla predetta equazione ritiene che fuori dalla piena occupazione Ms determini il livello di Q nel mentre in caso di piena occupazione ciò che garantisce l’eguaglianza tra i membri a sinistra e a destra dell’equazione sia il livello generale dei prezzi P. In ogni caso la direzione funzionale implicata dalla equazione di Hume e dalla relativa TQM  va da  sinistra verso destra, assegnando a Ms il ruolo di variabile indipendente, autonoma o esogena che dir si voglia.

 

[16] A parte il nostro già citato  Il (corto) circuito , ovvero una moneta per l’economia, ISEDI, Torino,1992, della TQM abbiamo più recentemente trattato criticamente a proposito del suo “poderoso” revival con i successi del “monetarismo”in V. Orati, Milton Friedma: a Late and Overstimated Master of Sophistry, in K. Puttaswamaih (Editor) Milton Friedman Nobel Monetary Economist, Isle Publishing Company, Enfield,( New Hampshire, USA ), 2009.

[17] K. Marx, Il Capitale, Libro I, UTET, Torino, 1974, pp. 938-939 ( corsivi di Marx).

 

[18]   Con la General Theory (1936)  l “intento politico” del liberale Keynes di salvare su  base scientifica  il capitalismo  dall’incombente pericolo  del comunismo made  in URSS  durante la grande crisi del ’29   emerge in modo netto e indiscutibile  nei lavori di  quanti ne hanno studiato vita e opere. Su tutti si rimanda alla imponente e rigorosa trilogia  ( J.M. Keynes, Hopes Betrayed 1883-1920, J. M Keynes; The Economista as a Sevioour1920 -1037 ; J. M. Keynes  Fighting for Britain 1937 – 1946 ) sull’economista di Cambrdge di Robert Skidelsky, pubblicata  a Londra da MacMillan tra il 1983 e il 2000. Non meno evidente è altresì l’emergere in questo come in altri informati studi su Keynes  (uomo ed economista ) della circostanza -  non certo commendevole per uno studioso di cose economiche – della sua  palese  ignoranza dei testi di Marx  e quindi  della natura meramente viscerale del suo  antimarxismo. Non minori prove sussistono  nella letteratura riportata sulla  del tutto neutrale traducibilità del keynesismo nel bagaglio politico-economico del laburismo, persino per esplicito riconoscimento  dello stesso Keynes e dei leader laburisti a lui coevi, che non mancarono di collaborare sul piano politico contro il partito Tory.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 266

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