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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 6527 volte 01 settembre 2014

Il liberismo liberticida

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale

 Articolo uscito sul quotidiano on line dell’Università Bocconi di Milano.

di Fabrizio Pezzani

L’attuale pensiero unico liberista o neoliberista dichiara di  trovare le sue prime radici e legittimazione negli scritti di  Adam Smith ,in particolare nel suo lavoro “La ricchezza delle nazioni “ scritto nel 1767 e sul  senso del libero arbitrio regolato dalla mano invisibile del mercato . Ma il vero pensiero di Smith  è totalmente asimmetrico a quest’interpretazione . Il liberismo in questa accezione diventa fine , non mezzo come Smith lo pensava e  contribuisce alla formazione di un modello di analisi economica votata in modo esclusivo ad un tecnicismo esasperato ed ad una finanza egemone che  ha tagliato i ponti con le radici morali e sociali di questa scienza  .

Per capire il  vero pensiero di  Smith è necessario collocarlo nella storia del suo tempo e nella visione integrale dei suoi lavori a partire da” La teoria dei sentimenti morali “ scritto nel 1759 prima de “ La ricchezza delle nazioni “ la cui lettura è fondamentale per capirne il pensiero   . Il settecento , in cui vive Adam Smith , fu un secolo rivoluzionario dal punto di vista culturale  e viene preparato dal secolo precedente in cui il processo a Galileo e la rivoluzione di Newton  determinano l’ indipendenza della scienza  a fronte di quell’unità di vita e di pensiero che era stata determinata dalla religione . Il settecento è il secolo dell’illuminismo – il tempo dei lumi –  in cui il pensiero speculativo affermerà la libertà dell’uomo nella sua autorealizzazione , il ruolo della ragione ed il principio di razionalità  non assoluto ma sottomesso ad un ordine morale superiore . Kant scriverà la critica della ragion pura e preparerà la strada all’idealismo tedesco ed al materialismo storico . Le rivoluzioni americane e francese chiuderanno il secolo con le dichiarazioni dei diritti universali dell’uomo – la libertà, l’uguaglianza e la fraternità come fini assoluti ben lontani dall’esclusivo ed egoistico interesse personale . Smith , illuminista scozzese , condivide con David Hume il ruolo del “ principio di simpatia “ come regolatore delle relazioni umane  e capacità di immedesimarsi nell’altro . Si afferma il libero arbitrio ma le scelte individuali pur perseguendo l’interesse personale devono sottostare all’interesse collettivo. Infatti , scrive ,  il panettiere vende il pane per seguire l’interesse personale ma deve immedesimarsi nei bisogni di chi lo compra , una forma di “ competizione collaborativa “ potremmo dire oggi .  Era ben chiaro per lui come per i suoi contemporanei che i limiti morali erano insuperabili e che l’equilibrio sociale dovesse essere realizzato intermediando l’egoismo e l’altruismo che definiscono la coscienza morale ; temi che aveva affrontato all’inizio del suo percorso da studioso nell’ambito della filosofia morale che insegnava.

Progressivamente  nel secolo successivo – l’ottocento – la cultura razionale e delle scienze esatte ha preso il sopravvento e per dirla con Pascal “ l’esprit de geometrie “ ha prevalso su “ l’esprit de finesse “ e le ragioni del cuore sono sempre state meno ascoltate dalla ragione. Così il principio di simpatia collettivo sarà sostituito dal principio di utilità personale.

La verità , allora ,  diventa solo ciò che si vede , si tocca e si misura e le scienze positive  che interpretano la verità diventano esse stesse verità incontrovertibile e da sapere strumentale assumono lo statuto di un sapere morale e finalistico. Si afferma il “ miraggio della razionalità “ ,un’illusione della scienza più pericolosa dell’ignoranza.

Anche l’economia subisce quella mutazione genetica e  da scienza sociale e morale acquisisce la  natura di scienza positiva ed esatta  e detta le regole della vita : non si guadagna per vivere ma si vive per guadagnare  e scambiamo i fini con i mezzi come Aristotele  aveva indicato con il termine di crematistica ; una ricchezza che affama diceva ricordando il mito di re Mida . Quando il fine diventa la massimizzazione dell’interesse individuale , il liberismo assunto come fine ,  esattamente l’opposto di Smith , afferma la legge del più forte ed anche la normalizzazione di comportamenti illeciti che contribuiscono a definire una società perennemente conflittuale ed individualista . I danni collaterali alla realizzazione del fine, diventano la disuguaglianza , la disoccupazione ,la povertà , il  degrado morale. Nelle società umane , però , diventa difficile capire i limiti – i punti di non ritorno – oltre i quali i danni collaterali diventano primari e prima o poi si affermano le calamità fatali della guerra e della classe.

Siamo ,oggi , di fronte ad un liberismo che assunto come fine uccide la libertà – un ossimoro – e diventa “ liberticidio” .  Siamo ancora di fronte ad un  assolutismo culturale che sembrava uscito sconfitto dalle esperienze dolorose  del secolo scorso ma che ci appare ora in modo ingannevole .

L’economia deve riconciliarsi con la sua natura di scienza morale e sociale ,“ serve un nuovo paradigma perché in palio c’è ben più della credibilità della professione o dei policy maker che ne usano le idee ma la stabilità e la prosperità delle nostre economie “ ( Stiglitz, Il Sole24Ore , 2010 ) e delle nostre società.

 

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