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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 11478 volte 04 giugno 2014

Dall’ America all’Europa all’Asia gli studenti d’economia si ribellano al “pensiero unico”

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

Un manifesto per il pluralismo nella scienza economica sottoscritto in 19 Paesi

 

 

 

 

di Giorgio Vitangeli

 

Ce lo chiedevamo da anni. Davanti alla devastante crisi economica e finanziaria innescata sul finire del 2007, davanti quindi  al fallimento dei dogmi, che caratterizzano quel modello d’economia (la deregolamentazione finanziaria, le globalizzazione economica galoppante, il liberismo senza freni, le privatizzazioni imposte e la demonizzazione e cancellazione di ogni intervento pubblico in economia, il mercato ed i suoi “responsi” assunti  come oracolo e valore supremo, l’ossessione nell’Unione Europea per il debito pubblico, considerato il padre di tutti i mali, e l’austerità prescritta come unico rimedio), davanti  ai disastri sociali che tutto ciò ha determinato, all’arretramento costante del benessere negli stessi Paesi un tempo “avanzati”, com’era possibile che quei dogmi, che sono alla base di un pensiero economico ormai divenuto “unico” non fossero messi in discussione? Non parlo della contestazione politica di piazza, che a tratti si è  manifestata  (“Occupiamo Wall Street”, il movimento degli “Indignados”, tanto per citare qualche episodio o i partiti cosiddetti “populisti” che crescono in Europa). Parlo del mondo accademico in cui quei dogmi e quel “pensiero unico” hanno avuto origine, per divenire poi  manifesto politico.

Ebbene, finalmente nelle Università di tutto il mondo è sorto un movimento critico che mette in discussione il “pensiero unico” dominante. Ma a farsene promotori non sono stati gli economisti accademici, bensì i loro studenti. A premere per un radicale cambiamento sono i “network” studenteschi, che stanno organizzando anche seminari e conferenze.

E’ un messaggio che si sta diffondendo a macchia d’olio tra i giovani studenti d’economia, e che ha già trovato adesioni nelle più prestigiose Università di diciannove Paesi: dall’Austria  all’Argentina, dal Brasile alla Danimarca, dal Cile al Canada, Dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, dalla Scozia alla nostra Italia, tanto per citarne alcuni.

La fine del dominio degli “econo-mistici” 

Pubblichiamo qui di seguito, integralmente il “manifesto” di questi giovani studenti, che chiedono essenzialmente una cosa: il pluralismo nell’insegnamento  del pensiero economico, e la fine del dominio nelle Università degli “economistici”, per usare la felice espressione coniata dal nostro Vittorangelo Orati, cioè di quei professori d’economia che più che pensiero critico o analisi obbiettiva dei fenomeni economici insegnano e predicano i dogmi dell’economia neoclassica, considerata come unica scienza.

Un pluralismo, precisano gli studenti nel loro “manifesto”, che non è una scelta di campo, ma che, al contrario, nulla escluda dall’insegnamento, e comprenda quindi oltre agli insegnamenti dell’approccio neoclassico anche quelli di scuole oggi largamente escluse dai corsi universitari d’economia: dalla neoclassica all’istituzionale, dalla marxista all’ambientalista, dall’austriaca alla post_keynesiana. E, aggiungiamo noi, alla organico-corporativa, intuita già millenni or sono (ricordate l’apologo di Menenio Agrippa?) e che nell’era moderna ingloba l’insegnamento di Durkheim, padre della sociologia, e l’afflato morale di Giuseppe Mazzini, nella forma moderna della partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili dell’impresa e di una corresponsabilità che ha per obbiettivo lo sviluppo economico, la pace sociale, il progresso morale.

Nessuna scuola di pensiero, sottolineano gli studenti  nel loro manifesto, gode del monopolio delle soluzioni alle sfide morali, politiche, ambientali, culturali che caratterizzano il secolo XXI°.  La loro non è una opposizione a una teoria economica in particolare. E’, semplicemente, la rivendicazione della necessità di un pluralismo nell’insegnamento dell’economia, perché – essi argomentano – come sarebbe inconcepibile un corso di laurea in storia dell’arte che si limiti all’impressionismo, o un corso di scienze politiche che si focalizzi  soltanto sul socialismo, così non è accettabile un corso di studi economici che insegni solo quella teoria neoclassica che sostanzia l’odierno “pensiero unico”.

Un tale percorso educativo – essi aggiungono – è del tutto insufficiente, ed è soprattutto inefficiente. Il pluralismo nell’insegnamento delle teorie economiche, al contrario, non solo offre agli studenti una formazione più solida, ma finisce col mettere a disposizione dei governi un più ampio ventaglio di strumenti d’intervento di politica economica. 

Non basta la matematica 

Significativa, nel manifesto, è anche una certa insofferenza per  il dilagare della matematica nello studio dell’economia,  ed il ridimensionamento della sua importanza nello studio dei fatti economici. Temi su cui più volte in passato anche la nostra rivista ha insistito, essendo l’abuso della matematica uno degli aspetti della pseudoscienza “econo-mistica”, che spesso agghinda con formule matematiche il vuoto di pensiero, o pretende di dare per dimostrati con esse i suoi assunti dogmatici.

Oggi, si osserva nel manifesto degli studenti d’economia, gli studi economici danno la priorità agli strumenti  quantitativi rispetto a quelli qualitativi, che permettono invece di risolvere questioni che la matematica non può risolvere.

Il che non significa di certo che il ricorso alla matematica vada  respinto, ma semplicemente che “i metodi matematici vanno usati come complemento dell’analisi quantitativa, non come fini a se stessi”.

Infine il manifesto indica due linee d’azione Il pluralismo cioè va inteso anche come pluralismo interdisciplinare: l’economia “è più efficace se integrata con altre scienze sociali ed umanistiche”, e “l’approfondimento interdisciplinare  è vitale per offrire agli economisti la profondità cognitiva necessaria”.

Sono concetti che ispirano da sempre la linea editoriale della nostra rivista, che guarda ai fenomeni finanziari nel loro scenario economico, ed all’economia senza prescindere dalle forze geopolitiche che spesso la condizionano, e dal contesto storico, sociologico ed anche culturale  di cui essa è una espressione.

L’altra linea d’azione che gli studenti rivendicano è il pluralismo teorico e metodologico, e chiedono che  nell’insegnamento sia data la priorità a docenti e ricercatori che possano essere fonte di  diversità teorica nei programmi d’economia. Ed anche questa della diversità culturale e teorica, e quindi politica, è una linea editoriale cui da sempre si è ispirata la nostra Rivista. Ricordiamo  con orgoglio che in passato tra le nostre firme più autorevoli abbiamo annoverato Giano Accame uno tra i più lucidi intellettuali della destra  e il prof. Luciano Vasapollo, divenuto poi  punto di riferimento dell’estrema sinistra dei Centri Sociali; Franco Lattanzi,  banchiere anarchico, fortemente critico nei confronti del modello di capitalismo anglosassone e  Angiolo Forzoni, storico della moneta, imbevuto di socialismo umanistico, ma ammiratore invece degli Stati Uniti, che riteneva un baluardo della libertà. 

Una colonna della nostra Rivista è divenuto poi il prof. Vittorangelo Orati, docente universitario di cultura profondamente marxista, assai  lontano quindi dal “vissuto” e dalle idee di chi questa rivista ha fondato e dirige, il che non ha impedito di trovarci spesso con giudizi concordanti, e vicinissimi poi sul piano umano. L’invito degli studenti d’economia  di 19 Paesi a un insegnamento che sia fonte di diversità teorica egli lo ha già attuato, col suo “Controcorso di economia”, ora anche  in e-book, in risposta al Corso in cui un noto settimanale ha chiamato in cattedra alcuni dei più noti economisti ortodossi del “pensiero unico”, per addottrinare i suoi lettori.

Ma ecco, qui di seguito, il testo integrale del manifesto degli studenti.

 

 

A GLOBAL CALL FOR PLURALISM IN ECONOMICS:

Negli ultimi sette anni, con gli effetti della crisi finanziaria sotto gli occhi di tutti, un’altra crisi economica, con implicazioni profonde per tutti noi, è passata quasi inosservata: la crisi teorica dell’economia e del suo stesso insegnamento. La stagnazione dell’offerta didattica e di una pedagogia ridotta e riduttiva è durata decenni, nonostante ripetuti sforzi, da parte degli studenti, volti a cambiare questa situazione. Ora, nel pieno della crisi finanziaria globale, tali iniziative studentesche hanno trovato nuova linfa ed una rinnovata energia in diversi paesi tra cui Argentina, Austria, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, India, Inghilterra, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Scozia e Stati Uniti. Cosa più importante, gli studenti coinvolti in queste iniziative hanno trovato una causa comune nella promozione di un vero insegnamento plurale dell’economia. All’interno delle università il pluralismo significherà una più ampia varietà teorica e metodologica nei nostri libri di testo, ed una formazione più solida e reattiva. Fuori dalle università, invece, il pluralismo comporterà una più ampia gamma di opzioni nell’“inventario” degli strumenti dei nostri governi, per migliorarne la capacità di trovare soluzioni collettive ai problemi globali dell’economia, siano essi urgenti o più a lungo termine. Il pluralismo cerca inoltre di costruire dei legami più forti tra questi due mondi e di integrare sempre meglio le teorie e gli strumenti acquisiti nell’ambito accademico, con le sfide morali, politiche, ambientali, culturali, nonché con molte altre di estrema complessità che caratterizzano il XXI secolo. Nessuna scuola di pensiero gode di un monopolio delle soluzioni a queste sfide, e data l’immensità delle conseguenze nel mondo reale del loro lavoro, gli economisti hanno la responsabilità di assicurare che la loro professione sia dotata di una diversificazione interna che le permetta di affrontare una simile complessità esteriore.

Il pluralismo teorico enfatizza il bisogno di allargare il raggio di scuole di pensiero rappresentate nei corsi universitari. In questo contesto è importante notare che non obiettiamo contro nessuna tradizione economica in particolare. Il pluralismo non è una scelta di campo, ma riguarda il sano incoraggiamento a un dibattito teorico che non può che rafforzare la professione dell’economista nella sua interezza. Una formazione economica onnicomprensiva è finalizzata a promuovere un’esposizione bilanciata alle varie prospettive teoriche che vanno dai più comuni insegnamenti dell’approccio neoclassico fino a quelle tradizioni largamente escluse come quelle classica, post-keynesiana, istituzionale, ambientalista, femminista, marxista e austriaca, per citarne qualcuna. Quando la maggior parte degli studenti di economia si laurea senza mai incontrare una simile varietà di prospettive durante gli studi, allora si capisce che tale percorso educativo si rivela insufficiente e soprattutto inefficiente. Basta immaginare un corso di laurea in storia dell’arte focalizzato solo sull’impressionismo, oppure un corso di scienze politiche che si concentri solo sul socialismo, e si potrà iniziare ad apprezzare i limiti di un tipico corso di economia.

Il pluralismo metodologico impone l’impiego di un ampio ed eterogeneo insieme di strumenti nell’analisi delle questioni economiche. Con ciò non si vuole sottostimare la necessità del rigore analitico-matematico e quantitativo-statistico. Ma troppo spesso gli studenti acquisiscono acriticamente le suddette competenze “tecniche” evitando le più elementari riflessioni epistemologiche: come e perché tali strumenti vadano utilizzati, la neutralità delle assunzioni e l’applicabilità dei risultati. Inoltre, esistono importanti aspetti economici impossibili da indagare esclusivamente per mezzo dell’approccio quantitativo: ad esempio, le istituzioni, le culture e la storia rappresentano elementi determinanti dei meccanismi e processi economici e, come tali, dovrebbero essere parte integrante dei piani di studio. Ciononostante, la grande maggioranza degli studenti non frequenta nemmeno un singolo corso di “metodi qualitativi” durante il proprio percorso formativo.

Il pluralismo interdisciplinare sviluppa ulteriormente il discorso metodologico, riconoscendo che l’economia è più efficace quando integrata con altre scienze sociali ed umanistiche. Così come le politiche economiche non prescindono dalle lezioni derivanti dalla politica, dall’etica, dalla psicologia, dalla storia, dalla sociologia e dall’ecologia, nemmeno l’insegnamento dell’economia dovrebbe prescindere da questi stessi ambiti. L’apprendimento interdisciplinare è vitale per fornire agli economisti la profondità cognitiva necessaria ad apprezzare le numerose implicazioni che le loro idee comportano per lo sviluppo globale. Mentre gli approcci per implementare queste forme di pluralismo varieranno di luogo in luogo, le idee generali per il loro sviluppo dovrebbero includere le due seguenti linee guida: • Verso un pluralismo teorico e metodologico: dare la priorità a docenti e ricercatori che possono essere fonte di diversità teorica nei programmi economici; ideare testi e altri strumenti di insegnamento a supporto di un’offerta formativa pluralista; dare la priorità nei giornali professionali a lavori pluralisti. • Verso un pluralismo interdisciplinare: formalizzare le collaborazioni tra dipartimenti di scienze sociali e di studi umanistici o stabilire dipartimenti speciali che possano sovraintendere programmi che combinino l’economia e gli altri campi. Il progresso su questi fronti richiede non solo la costruzione di un nuovo consenso attorno al pluralismo, ma anche che una varietà di altre sfide sia messa in evidenza, inclusa la ricerca di professori con una formazione pluralistica e di fondi per sostenere le iniziative sopra elencate. Di conseguenza, se speriamo di dotare la professione dell’economista di un profilo pluralista in un arco di tempo che si accordi con l’urgenza della crisi globale, allora dobbiamo iniziare a connetterci, ad essere coordinati e creativi nella ricerca di nuove soluzioni. Con questo obbiettivo in mente i nostri network studenteschi hanno iniziato a premere per un cambiamento, e a superare le lacune educative organizzando seminari, conferenze e altre iniziative creative. Abbiamo bisogno di studenti, professori, ricercatori e sostenitori da tutto il mondo che si uniscano a noi per formare la “massa critica” necessaria al cambiamento. Visitate il sito (www.isipe.net o www.rethinkecon.it) per capire come supportare la nostra causa. Come la grande crisi finanziaria ci ha ricordato, nell’economia le idee vanno ben oltre le aule universitarie, e raggiungono ogni angolo della nostra vita. La spinta per il pluralismo non è semplicemente uno sforzo per rafforzare la professione dell’economista, ma uno sforzo per rafforzare le fondamenta stesse del benessere umano e della nostra abilità collettiva di prosperare. 

Rethinking Economics Italia. Studenti promotori in Italia:

Nicolò Fraccaroli (LUISS) portavoce RE Italia, Mattia Maria Achei (LUISS), Giacomo Bracci (Università di Bologna), Michele Cantarella (LUISS), Luca Eduardo Fierro (Università di Bologna), Ivan Invernizzi (Università degli studi di Bergamo), Marco Schito (LUISS), Roberto Geno Volpe (LUISS)

 

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