Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 15685 volte 12 settembre 2014

Crisi dello Stato. Incidenza del problema giudiziario.

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

 di Roberto Melchiorre

La nostra Costituzione è erede di un grande passato remoto e vittima di un tragico passato prossimo.

Affonda le sue radici sui principi maturati in Europa durante l’Illuminismo settecentesco (Montesquieu, Voltaire, Diderot…), proclamati durante la rivoluzione francese (Liberté, Égalité, Fraternité) e trasmessi alla Repubblica Italiana dallo stato nazionale liberale formatosi nel Risorgimento.

Nella sua prima parte ha riaffermato con forza i c. d. diritti fondamentali dell’uomo [di pensiero, di parola e di stampa (art. 21), di circolazione (art. 16), di proprietà (art. 42), d’inviolabilità del domicilio (art. 14), alla segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione (art. 15), di difesa in ogni stadio e grado dei procedimenti giudiziari (art. 24), a mezzi adeguati alle esigenze di vita (art. 38)…]

La chiarezza e la portata di tali conferme di principi hanno contribuito a diffondere, dopo la caduta del fascismo e la fine degli strascichi dolorosi della guerra civile e della resistenza, una sensazione generale di nuova libertà, possibile nel rispetto integrale della persona umana, nella sua dimensione individuale non meno che in quella sociale.

Anche i principi più specifici che hanno informato il diritto e la procedura penale (settori particolarmente importanti e indicativi della bontà di ogni regime) sono apparsi consoni al nuovo clima democratico.

Nelle aule di tutti i tribunali campeggiava a generale garanzia l’aforisma “La Giustizia è uguale per tutti” (art. 3 Cost.).

L’obbligatorietà d’intentare l’azione penale (art 405 c.p.p.) da parte del pubblico ministero in presenza di notizia di reato avrebbe impedito ogni favoritismo e immunità a vantaggio delle classi privilegiate.

La presunzione d’innocenza dell’imputato fino alla sentenza definitiva di condanna (art. 27 – II comma Cost.) avrebbe dovuto precludere ogni detenzione arbitraria e ingiustificata.

La prevalenza del sistema accusatorio rispetto a quello inquisitorio avrebbe distinto lo stato di diritto da quello di polizia.

La formulazione di rito delle sentenze che ne prevede l’emanazione “in nome del popolo italiano” avrebbe dovuto fissare e circoscrivere i limiti della discrezionalità e dell’autonomia dei giudici e stabilire i termini della loro responsabilità.

A offuscare questo clima di rinnovata fiducia nell’azione dello stato rimaneva, tuttavia, proprio nel periodo in cui il testo della carta costituzionale prendeva forma, una grande ombra del recente passato fascista, vale a dire il timore che l’organo esecutivo, approfittando della sua posizione di forza, potesse soggiogare gli altri organi costituzionali dello stato e concentrare nuovamente il potere intero nelle sue mani.

Saggiamente il costituente è voluto rimanere ancorato al sistema liberale della divisione del potere in legislativo, esecutivo e giudiziario, che significa, tra l’altro, anche predisposizione di presidi di ciascun potere davanti all’invadenza degli altri due.

La reazione al decaduto regime fascista, invece, ha suggerito di assumere alcune precauzioni che hanno superato i limiti della normale prudenza e indebolito il potere legislativo e quello esecutivo a favore di quello giudiziario, rinnovando le premesse per il ritorno a un regime autoritario, e della peggiore specie, quello della magistratura.

Tutta una serie di norme ha causato, infatti, una parcellizzazione del potere decisionale normativo e un’instabilità continua delle maggioranze a sostegno dei governi.

Tali sono, ad esempio, l’originaria legge elettorale della Camera dei deputati ispirata al sistema proporzionale puro, le norme che prevedono il sistema bicamerale perfetto, il numero eccessivo dei componenti delle due camere, la mancanza per i parlamentari del vincolo di mandato (art. 67 Cost.), la parcellizzazione del territorio nazionale in 19 (poi 20) regioni, dotate come le camere di poteri legislativi, in concorrenza con quelli statali, soprattutto dopo la riforma del 2001 del titolo V della costituzione, che ha improvvidamente esteso le competenze delle regioni e ridotto quelle degli organi centrali dello stato.

La debolezza dei parlamenti si è, quindi, riversata sui governi, che, nati già con poteri limitati per motivi dovuti alla loro normativa specifica, sono diventati ancora più instabili e inefficienti.

Già in conseguenza della normativa specifica del governo, infatti, il capo del governo non è un capo, ma solo un primus inter pares, ha il compito limitato di proporre al capo dello stato i nominativi dei componenti del proprio consiglio dei ministri, ma non quello di sostituirli; la sua volontà in seno al governo non va oltre le proposizione dell’o.d.g. delle sedute; tutte le altre sue funzioni, concernenti i disegni di legge, i decreti legge, i decreti legislativi, i bilanci dello stato sono soggette alle modifiche o al veto di altri organi (parlamento, presidente della repubblica, corte costituzionale, referendum confermativo e abrogativo).

Oltre le norme riguardanti specificamente il parlamento e il governo, altre norme organizzative generali contenute nella costituzione hanno contribuito a ridurre la loro efficacia.

Si tratta innanzitutto delle disposizioni riguardanti i sindacati e di quelle riguardanti le regioni e la connessa riforma sanitaria.

L’indeterminatezza degli artt. 39 e 40 sull’ordinamento dei sindacati da una parte ha dotato queste associazioni di categoria, dai primi anni sessanta fino almeno a tutti gli anni ottanta, di un’arma potente, lo sciopero sregolato, che ha costituito la base del loro strapotere.

La realizzazione dell’ordinamento regionale (titolo V della costituzione) e della connessa riforma sanitaria (L. 833/78), avvenuta negli anni settanta, ha finito, d’altra parte, di indebolire e ulteriormente frantumare il potere decisionale del governo, sottraendo dalla sua sfera materie importanti, cadute nell’ambito della legislazione e della spesa delle autonomie locali.

È avvenuto così che per l’azione simultanea di codeste due istituzioni (sindacati e regioni) molta parte della spesa pubblica, come quella concernente l’estensione della scuola dell’obbligo, quella riguardante le retribuzioni dei pubblici dipendenti e le pensioni di tutti i cittadini e quella riguardante la salute della popolazione assumessero un volume e un incremento rispetto al PIL sempre più difficilmente governabili.

La corsa al rialzo, una volta scatenata, ha contagiato ogni settore e ogni genere di spese, cogliendo ogni pretesto, ricorrendo a ogni sotterfugio, piegando ogni norma al vantaggio di categorie o di singole persone.

I magistrati hanno preteso trattamenti di favore per evitare il rischio di essere corrotti.

I militari hanno preteso trattamenti privilegiati in considerazione del loro mestiere particolarmente pericoloso.

I docenti universitari hanno ottenuto ampi riconoscimenti del loro valore accademico.

I bancari hanno usufruito di stipendi particolarmente elevati in cambio della loro riservatezza sulle notizie a loro disposizione.

I parlamentari si sono attribuiti compensi speciali in considerazione della dignità della loro funzione.

La presidenza della Repubblica Italiana ha ricevuto appannaggi superiori a quelli della regina d’Inghilterra in considerazione del suo prestigio del tutto particolare.

I manager pubblici hanno strappato alle aziende che amministrano compensi favolosi, proporzionali al loro volume d’affari ma indipendenti dai risultati economici della loro gestione, spesso catastrofici.

I rimborsi, i benefit, le missioni e tutte le altre forme di retribuzione camuffata esenti da oneri fiscali si sono moltiplicate ed estese a favore di beneficiari pubblici e privati.

I sindacati hanno preteso e ottenuto finanziamenti semiautomatici.

I partiti politici hanno ottenuto prima lauti finanziamenti e poi rimborsi elettorali Ingiustificati.

Per affrontare questo fiume straripante di spese si è cercato per lungo tempo di correre ai ripari, in stile tipicamente italiano, sostanzialmente in tre modi:

1)                      con l’aumento del debito pubblico (dal 1970 al 1994 è passato dal 40,5% al 121,8% del PIL);

2)                      con l’aumento delle entrate fiscali (dal 1970 al 1996, in 26 anni, la pressione fiscale è aumentata di 18 punti percentuali, dal 25% al 43% del PIL);

3)                      con l’inflazione (tra il 1973 e il 1984 ha oscillato da un minimo del 10,8% ad un massimo del  21,2% del PIL).

In primo luogo, lo stato, infatti, ha pensato a coprire la spesa crescente superando il limite costituzionale che prevedeva che “ogni legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. Una sentenza della Corte Costituzionale (la n. 1 del 1966) ha interpretato, a tal fine, l’art. 81 nel senso che non fosse necessaria una copertura con un’entrata precedente. L’ammissibilità della copertura delle spese dello stato anche con entrate future o solamente ipotetiche ha consentito in sostanza la dilatazione senza limiti del debito pubblico.

In secondo luogo, lo stato è dovuto ricorrere a una riforma finanziaria, iniziata nei primi anni settanta (con l’introduzione dell’IVA, dell’IRPEF dell’IRPEG e dell’INVIM), che è divenuta nel tempo sempre più pesante e incidente.

In terzo luogo, poiché il debito continuava ugualmente ad aumentare oltre i limiti tollerabili, lo stato è ricorso fino al 1981 a frequenti emissioni di moneta, che gli hanno consentito di superare più di una crisi economica.

L’inflazione che ne è seguita, infatti, ha costituito una forma di tassazione supplementare occulta, sorprendentemente più benefica di quella ufficiale, perché veramente generale e incidente su tutti i redditi e i risparmi finanziari, anche quelli frutto di evasione, di elusione, di attività criminali, compresi quelli tesaurizzati sotto il materasso o trasferiti all’estero.

Il delicato equilibrio ottenuto nella prima repubblica ha retto grazie all’abbondanza della moneta che, circolando velocemente, dallo stato ai consumatori, da costoro ai produttori e di nuovo da tutti allo stato, in modo palese o nascosto, corretto o truccato, spontaneo o forzato, conferiva vivacità ai mercati, ai consumi, alla produzione e aumentava il reddito reale e l’occupazione, tenendo sotto controllo il rapporto del debito pubblico (e di quello privato) con il PIL.

L’equilibrio ha cominciato a incrinarsi con il c.d. “divorzio” del ministero del Tesoro dalla Banca d’Italia, voluto da Ciampi e da Andreatta e realizzato nel 1981, per il quale la banca d’Italia non è stata più tenuta a emettere moneta per pagare il debito pubblico.  

È cominciata così in sordina l’epoca del rigore, che stringendo la morsa sui cittadini, ha ridotto ben presto in modo sensibile il loro benessere, fino a intaccare i loro diritti fondamentali.

L’equilibrio ha cominciato a compromettersi più seriamente con la stagione di “Mani pulite”, il movimento moralista della magistratura che, iniziato negli anni novanta, non solo ha di fatto sostenuto la lunga sopravvivenza alla caduta del muro di Berlino del comunismo italiano, ufficiale e/o camuffato sotto nuove denominazioni, non solo ha distrutto di fatto due dei partiti più importanti del panorama parlamentare italiano, la DC e il PSI e ha consentito al PCI e a nuove impreviste e avventurose formazioni politiche  di occupare parte del vuoto di potere creatosi, ma di fatto ha offerto un valido pretesto per interrompere un consistente flusso di pagamenti dallo stato ai privati, e non solo quelli legati alle tangenti.

Nella lotta all’ultimo sangue tra le diverse forze politiche estremizzate si sono accentuati il potere e la spavalderia della magistratura, che dopo l’abolizione dell’art. 68 della costituzione avvenuta nel 1993, che prevedeva l’immunità parlamentare, ha invaso rovinosamente i campi dell’esecutivo e del legislativo, più che altro distruggendo e annullando, creando vuoti normativi, non essendo in grado di legiferare né di amministrare in proprio.

Sta di fatto che negli ultimi vent’anni i tre eminenti capi di governo (Andreotti, Craxi e Berlusconi) hanno trascorso la loro vita a difendersi da accuse infamanti, la maggior parte delle quali inconsistenti.

 Sta di fatto che attualmente è sempre più difficile trovare parlamentari, governatori di regioni, membri di qualsiasi organo collegiale dell’amministrazione centrale o periferica oggi completamente esente da precedenti penali.

Sta di fatto che negli ultimi quindici anni l’Italia è entrata a far parte dell’area dell’euro, dove il suo sistema basato su un debito elevato, una forte pressione fiscale e una costante robusta inflazione è assolutamente vietato dagli accordi di Maastricht.

Dall’inizio del millennio stiamo sperimentando le conseguenze del sistema tedesco che, applicato all’Italia (e al resto dell’Europa), sta producendo gli effetti recessivi che tutti ormai hanno sperimentato a proprie spese.

Da queste premesse, necessariamente generali, emerge chiaramente l’urgenza di riforme a tutto campo.

Di quelle auspicabili in campo economico e in materia elettorale abbiamo trattato rispettivamente nei precedenti articoli “Correggere l’Europa o uscire dall’euro” e “Caos Italia” apparsi su Finanzasulweb.

Si tratta, in sostanza, in campo economico, prima di procedere alla riduzione in termini assoluti della spesa pubblica, con conseguenti effetti recessivi, di mettere rapidamente in circolazione, con o senza l’Europa, una quantità tale di moneta che sia sufficiente a rivitalizzare il circuito dell’attività economica, abbattere in corrispondenza il debito pubblico, la spesa per interessi, la pressione fiscale e rilanciare i consumi, gli investimenti, l’occupazione e la produzione.

In materia elettorale si tratta, in sostanza, di uniformare i sistemi di elezione dei vari organi legiferanti del centro e della periferia con norme che, con metodo democratico, assicurino in tempi ragionevoli certezza, coerenza e rapidità nella formazione delle leggi e dei provvedimenti governativi.

Resta da trattare specificamente della riforma, altrettanto importante e urgente, della giustizia, con particolare riferimento a quelle mancanze che maggiormente influiscono sull’attuale crisi dello stato italiano, e con riserva di trattare in altra sede di tutti gli aspetti del disagio sociale che derivano dall’estenuante lentezza dei processi, dall’incertezza delle pene, dal superaffollamento delle carceri…

L’efficacia della proposta di riforma che concluderà il discorso sarà tanto maggiore, quanto più esatta sarà stata l’individuazione delle cause e la diagnosi effettuata.

Della causa principale, riassumibile in un’indebita occupazione da parte della magistratura di un potere lasciato vuoto per ragioni storiche dalle altre forze politiche, abbiamo detto in premessa.

Altra causa, o altro aspetto della medesima causa, potrebbe essere indicata nell’inettitudine generale a svolgere compiti di giustizia propria di una classe maleducata (la magistratura), in senso letterale, proprio di “educata male” dagli insegnamenti di Gramsci, di Togliatti e di Berlinguer, che l’hanno sempre considerata un avamposto per la conquista del potere.

Per quanto riguarda la diagnosi, dall’esame dello squilibrio fra i poteri dello stato, si nota che la magistratura è dotata di un’autonomia singolare: mentre il Parlamento risponde periodicamente al popolo, che secondo i risultati da esso conseguiti, lo conferma o lo cambia ogni cinque anni con le elezioni, mentre il governo è legato alla fiducia del parlamento, la carriera del giudice è a vita, i suoi avanzamenti sono automatici, la sua funzione è irrevocabile, la sua sede è intrasferibile, la sua ubbidienza è dovuta solo alla legge; anche la legge, però, è attivata da un giudice, il pubblico ministero, che, nonostante sia obbligato, in caso di notitia criminis, ad attivarla sempre, non avendo i mezzi per poterlo fare, in realtà sceglie oggetto, tempi e modi della sua attivazione; la legge, inoltre, ha bisogno di essere interpretata dai giudici, che, specialmente nelle prime fasi del giudizio, usano eccessiva disinvoltura e leggerezza, come ben dimostrano le innumerevoli sentenze dei gradi superiori che rigettano gl’iniziali teoremi accusatori.

Non solo la magistratura è l’organo costituzionale più autonomo, ma è quello che esercita anche la supremazia sugli altri: sono, infatti, ancora i magistrati che giudicano i parlamentari e gli uomini di governo, mentre i giudici sono giudicati dai loro colleghi, con naturale spirito di corpo e di solidarietà.

Da queste fondamentali anomalie deriva che, nonostante la vigenza del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, l’obbligatorietà è esercitata con indagini a tappeto, controlli penetranti della finanza, intercettazioni telefoniche e ambientali, accuse fumose e inconsistenti, rivolte prevalentemente nei confronti dei politici, e di alcuni politici, quasi mai nei riguardi dei magistrati, mai nei confronti del primo presidente di Cassazione.

A fronte di quest’accentuato attivismo nell’azione penale nei confronti dei politici risalta con la massima evidenza l’inerzia e la lentezza degli altri processi penali, per non parlare di quelli civili, che tanta parte della sfiducia dei cittadini hanno alimentato nei confronti della giustizia.

Con queste premesse e con i poteri sproporzionati acquisiti dalla magistratura, che nella polizia finanziaria oggi ha trovato la sua più fedele e crudele alleata, tutti i più importanti diritti fondamentali dell’individuo sono stati calpestati, ridotti, vilipesi, abbandonati (uguaglianza, presunzione d’innocenza, inviolabilità del domicilio, libertà di parola e di stampa, difesa in ogni stadio e grado dei procedimenti, segretezza della comunicazione, processo accusatorio, irretroattività della norma penale e dell’imposizione fiscale).

Possiamo a questo punto sintetizzare i difetti della magistratura che incidono maggiormente sulla crisi dello stato. Essi riguardano principalmente: la supremazia del potere giudiziario, la politicizzazione di una sua parte considerevole, la sua conflittualità con gli altri poteri dello stato, la mancanza di terzietà nel giudizio, l’eccessiva discrezionalità nell’assegnazione e nella conduzione dei procedimenti.

Molti altri difetti incidono più che altro sul disagio sociale.

Tali sono, ad esempio: la lentezza dei processi, l’irresponsabilità dei giudici, l’incertezza della pena, le cause della detenzione preventiva, l’insufficienza e l’inadeguatezza delle carceri, la scarsità di pene alternative alla detenzione, l’eccesso delle misure cautelari (sanzioni pecuniarie, pignoramenti, sequestri, requisizioni, confische), la mancanza del contraddittorio nelle prime fasi dell’accertamento del reato.

            La soluzione dei tanti problemi indicati richiede certamente un radicale ripensamento di tutta la materia.

Per limitare il discorso alle anomalie che inficiano la tenuta dello stato, diremo che le misure più urgenti da adottare riguardano l’elettività dei giudici, la temporaneità delle loro cariche, la separazione della carriera dei giudici giudicanti da quella dei pubblici ministeri, il ripristino dell’immunità parlamentare e di governo.

I giudici vanno eletti come tutti gli altri membri di organi costituzionali. Per lo stesso motivo la loro carica deve essere temporanea. L’elezione e la conferma sarebbero in questo modo un riconoscimento da parte del popolo sovrano della bontà del loro mandato e un segno di maggiore democraticità dello stato.

Quanto alla terzietà dei giudici, non è sufficiente che quelli giudicanti e quelli inquirenti appartengano a ruoli separati, perché la permanenza nell’ambito dello stesso potere perpetuerebbe quella solidarietà di categoria, che ha fatto spesso dubitare della loro imparzialità. D’altra parte il reato, a differenza del danno civile, è un’offesa arrecata allo stato, e nessuno è più adatto de suoi organi rappresentativi a stabilire l’opportunità o meno di chiederne la riparazione. Pertanto, è più opportuno porre i pubblici ministeri alle dipendenze di un Ministero (Interni o Giustizia) come titolari dell’iniziativa dell’azione penale, non obbligatoria ma strettamente collegata a motivi di ordine pubblico o a querela di parte.

Per quanto riguarda la carriera dei giudici, essa non può, com’è in questo momento, essere legata alla sola anzianità di servizio, ma come accade per tutte le categorie di lavoratori, deve essere collegata, almeno in parte, al merito. Se da una parte non è pensabile che il giudice in buona fede debba risarcire personalmente i danni di suoi eventuali errori di giudizio, perché in questo caso nessun giudice azzarderebbe mai più una condanna, senza minare il suo diritto alla libertà e all’autonomia di giudizio sarebbe opportuno legare la sua progressione di carriera anche a due elementi oggettivi: il numero delle sue sentenze non modificate dai gradi superiori del giudizio; la durata media delle cause a lui affidate. Questi due criteri giocherebbero molto a favore della coerenza del sistema giuridico e della rapidità dei giudizi, con tutti i benefici anche economici per lo stato facilmente immaginabili.

Per quanto riguarda il ripristino dell’immunità parlamentare e di governo è tanto palese l’errore compiuto con l’abolizione dell’art. 68 della Costituzione, che non varrebbe la pena parlarne. Ma poiché l’odio politico ad personam che ha diretto la politica italiana negli ultimi vent’anni ne ha impedito ancora il ripristino, e pur di eliminare l’ultimo presidente del consiglio voluto dalla maggioranza degli elettori ha tollerato la distruzione sistematica dell’economia della nazione effettuata da tre governi presidenziali, va almeno osservato che la giustizia, amministrata in nome del popolo italiano, non può permettere un giudice funzionario qualsiasi possa condannare il loro capo finché gode della fiducia di milioni di elettori, che rappresentano la maggioranza dei cittadini.

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 289

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: