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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 11809 volte 02 ottobre 2014

Crisi dell’editoria e nuovi media: la carta sta per andare in pensione?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

Ha destato scalpore, alla fine dello scorso anno, la vendita da parte di RCS Media della sede storica del Corriere della Sera, per 30 milioni di euro. Lo fanno ormai un po’ tutte le società (una delle ultime Unicredit che a luglio ha venduto il palazzo di piazza Cordusio, a Milano dove da più di un secolo aveva sede la direzione generale del  vecchio Credito Italiano). Così fan tutte, dunque, e restano in affitto nella sede di cui erano proprietarie, con la giustificazione che il “core business”, cioè l’oggetto principale dei loro affari non è quello di detenere immobili.  Sarà, ma è un po’ come se un nobile vendesse il palazzo secolare della sua famiglia. La prima cosa che vien da pensare è che ha l’acqua alla gola.
E’ dunque così grave la crisi dell’editoria, e degli  editori dei quotidiani in particolare, malgrado i corposi sussidi che per anni  hanno ricevuto dallo Stato? (Iva al 4% e 80 milioni di euro nel 2012 e 120 milioni nel 2010 a giornali di partito, giornali editi da cooperative, da fondazioni, giornali religiosi, ecc).
In effetti per le notizie su carta stampata i tempi sono grami. I giornali vivono grazie ai ricavi della pubblicità ed a quelli delle vendite, ambedue indispensabili. Ebbene: nel primo semestre di quest’anno la raccolta pubblicitaria di carattere nazionale è diminuita di un ulteriore 10%; quella a carattere locale del 12,3.  I ricavi delle vendite a loro volta hanno subito una flessione del 13%. Ed è una tendenza questa che dura ormai da anni. Le cause sono intuitive: sia le imprese che le famiglie davanti alla crisi tentano di ridurre le spese che – a torto o a ragione- ritengono non indispensabili. Le imprese tagliano la pubblicità; le famiglie riducono gli acquisti dei giornali e le notizie la cercano da altre fonti: la radio, la televisione, internet.
Ed è questo, al di là della congiuntura economica, l’aspetto più nuovo ed interessante, perché pone un interrogativo epocale: la carta, dopo cinquemila anni di onorato servizio, cominciato coi papiri egiziani, sta per andare in pensione, sostituita dallo schermo luminoso prima della televisione, ed ora dei computer, dei tablet e degli smartphone ? Ed è da questi nuovi media che in un futuro già iniziato riceveremo le notizie?
Una indagine dell’Istituto per lo studio del giornalismo della Reuters (l’Agenzia di stampa britannica tra le più famose al mondo) ha tentato di approfondire questi temi, e le prime risposte emerse sono molto interessanti.
L’indagine, purtroppo, ha riguardato solo gli Stati Uniti ed alcuni Paesi europei, tra i quali l’Italia non è inclusa. Ma nel “villaggio globale”che sta diventando il nostro pianeta, le tendenze sono abbastanza simili. Si dice che quello che accade oggi negli Stati Uniti domani accadrà in Europa. E’vero, generalmente, ma in realtà, ed anche questo è un dato interessante della ricerca, emergono differenze tra i vari Paesi sia per quanto riguarda la rapidità con cui sta diffondendosi l’informazione digitale, sia per il tipo di notizie che suscitano maggiore interesse.
Qualche esempio? Negli Stati Uniti l’on-line ha superato i giornali quale fonte di notizie. In Internet la ricerca di notizie è inferiore solo all’uso di e-mail. Si prevede un futuro tutt’altro che roseo per la carta stampata: chiusura di giornali, pubblicazioni meno frequenti, riduzione delle redazioni, e questa dovrebbe essere la tendenza, anche se meno rapida ed intensa, negli altri Paesi sviluppati.
Ma nei Paesi europei il quadro è diverso. In Germania, ad esempio, il pubblico mostra un forte attaccamento alla carta stampa: i giornali locali hanno ancora radici profonde. E a dominare sulla rete, così come in Francia, sono i siti web dei giornali cartacei.
Curiose anche le diverse preferenze del pubblico, da un Paese all’altro. I tedeschi, ad esempio, sono più interessati ad avere notizie locali; in Danimarca invece l’interesse più vivo è per le notizie internazionali, che in Inghilterra e negli Stati Uniti sono quelle che interessano meno.
Agli inglesi interessano poco o nulla le notizie politiche; la loro passione è per le notizie economiche, e soprattutto per le notizie sulle celebrità. Una curiosa mescolanza tra finanza e pettegolezzi. Come dire: un po’di 24 Ore, un po’ di Novella 2000. I francesi invece sono più interessati di altri Paesi all’arte ed alla cultura.
L’Italia, come abbiamo già detto, non è tra i Paesi oggetto dell’indagine della Reuters. Ma siamo pronti a scommettere quale sarebbe da noi la graduatoria: al primo posto le notizie sullo sport, all’ultimo quelle sulla politica interna.
Qualche altra notazione  che emerge dall’indagine: gli americani amano molto condividere le notizie, che si scambiano diffondendole sui social networks come Facebook e Twitter. Un “effetto virale” che in Europa è meno intenso.
C’è un’altra notizia però che dovrebbe allertare l’attenzione, anche dei politici: un piccolo numero di persone (il 7% del campione), che fa un uso intenso e frequente del computer, ha una influenza più che doppia sulla condivisione delle notizie, rispetto alla normale “popolazione” che usa notizie on-line.
Altro dato emergente: I tablet, specie in Inghilterra, si stanno dimostrando uno strumento importante per i consumatori di notizie in rete. E così pure guadagnano rapidamente terreno gli smart phone.
Ma, ecco il punto, i giovani che sembrano telefonino-dipendenti continuano a consumare  giornali stampati e riviste.
In definitiva, come la televisione non ha ucciso il cinema, ma interagisce con esso, così in un sistema sempre più complesso i nuovi media non stanno sostituendo i vecchi. Proprietari di tablet, afferma l’indagine Reuters, acquistano ancora e leggono ancora notizie stampate e guardano la TV, più o meno nelle stesse proporzioni dei non proprietari di tablet.
In definitiva: i nuovi media si stratificano accanto ai vecchi, che occupano anche la rete. Dunque: la vecchia, cara carta  può celebrare con relativa tranquillità i suoi cinquemila anni di vita.
 
Giorgio Vitangeli
 
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