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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 21993 volte 14 luglio 2014

Così il Trattato Transatlantico minaccia la democrazia ( o quel che ne resta )

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

Oggi, lunedì 14 giugno, è iniziato il sesto round di trattative per la firma del Trattato transatlantico tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea sul commercio e gli investimenti. Quel trattato di cui pochissimi sanno, quasi nessuno parla,  e le cui clausole, secondo gli americani, dovevano restare segrete per cinque anni.

A rompere il segreto, com’è noto, è stato Wikileaks, l’organizzazione di  Julian Assange specializzata nel divulgare documenti segreti o riservati, che alcuni giorni or sono ha reso note le bozze del Trattato riguardanti in particolare i servizi e la finanza. 

Una storia che si ripete. Poco più di quindici anni or sono gli Stati Uniti infatti  negoziarono segretamente con  29 Stati membri dell’Ocse un progetto di accordo multilaterale sugli investimenti che prevedeva, come l’attuale Trattato transatlantico,  il diritto delle multinazionali di citare in giudizio i governi dei Paesi firmatari, chiedendo danni miliardari, se in quei Paesi nuove leggi, ad esempio in materia di lavoro, di tutela della salute dei consumatori o di tutela ambientale,  avessero reso  meno remunerativi i loro investimenti. Allora fu “Le Monde diplomatique” a  rivelare l’esistenza di queste clausole,  e ne nacque una tale ondata di proteste che le trattative furono abbandonate.

Questa volta invece le trattative continuano. L’unica reazione allo “scoop” di Vikileaks parrebbe quella della Corte di Giustizia Europea, che il 3 luglio scorso ha stabilito che i trattati internazionali che  riguardano il commercio, i servizi e le informazioni debbono avere la massima trasparenza anche nella fase del negoziato.

Ma di questa “trasparenza” la stampa, salvo rare eccezioni, ed ancor più l’opinione pubblica, almeno in Italia, sembrano disinteressarsi. Eppure il Trattato transatlantico avrebbe per il nostro sistema economico ed anche per il nostro modello sociale e politico conseguenze ancor più nefaste di quel “Trattato stupido” di Maastricht, anch’esso firmato nell’ignoranza e nell’indifferenza generale, di cui oggi paghiamo le conseguenze con “lacrime e sangue” , e continueremo a pagarle per i decenni a venire, se dovremo rispettarlo.

Il trattato che l’oligarchia economica americana cerca ancora una volta di imporre all’Europa è devastante infatti sotto due aspetti. Il primo riguarda la sovranità residua degli Stati nazionali, che verrebbe calpestata ed umiliata, a vantaggio degli interessi dei cosiddetti “investitori” privati, cioè delle società multinazionali; il secondo riguarda gli interessi economici delle collettività nazionali, che verrebbero spazzati via per lasciare spazio e mano libera alle grandi società internazionali, cioè in larga parte  alle grandi “corporations” americane.  Ed in questa avanzata senza più freni ed ostacoli le multinazionali travolgerebbero anche il nostro modello di società , i principi giuridici su cui si basa, le garanzie democratiche su cui si fonda. George Monbiot ha scritto lo scorso novembre su “The Guardian” ( che è un plurisecolare giornale inglese di cultura autenticamente liberale, non un foglio sovversivo…): “E’ un pieno attacco frontale alla democrazia”.

Può sembrare un giudizio eccessivo. Vediamo allora, in concreto, cosa accadrebbe se il Trattato transatlantico venisse firmato.

L’accordo anzitutto estenderebbe e renderebbe vincolante anche per i  Paesi dell’Unione Europea un principio, che per la verità già esiste in molti trattati bilaterali, il quale  stabilisce che gli investitori hanno diritto ad un congruo risarcimento se i loro interessi vengono poi disattesi, e possono citare in giudizio i governi

Questa clausola, in origine, era volta a tutelare gli investimenti in Paesi il cui sistema giuridico fosse alquanto labile e non offrisse adeguate garanzie. Applicarlo all’Europa, ed anche agli Stati Uniti è già di per sé  offensivo. Ma in realtà il concetto di interesse leso viene  talmente esteso e forzato a vantaggio delle multinazionali che ne risulta compromessa la libertà degli Stati di legiferare a difesa degli interessi generali,  la stessa sovranità dei Parlamenti e le sentenze dei supremi organi della Magistratura. E se questo non è un attacco frontale alla democrazia…

Alcuni esempi di episodi già avvenuti, citati nell’articolo su “The Guardian” chiariscono i fatti meglio delle parole.

In Australia il governo, dopo un ampio dibattito che coinvolse anche l’opinione pubblica, decise che le sigarette (come avviene in Italia) dovessero essere vendute in pacchetti su cui dovevano figurare scioccanti avvertimenti sui danni che il fumo arreca alla salute. Questa decisione venne poi convalidata dalla Suprema Corte australiana, Ma sulla base di un trattato commerciale tra l’Australia ed Hong Kong la Philip Morris  ha chiesto un fortissimo risarcimento per la perdita su ciò che essa chiamava la “sua proprietà intellettuale”.

Altro esempio: in Salvador alcune comunità locali, dopo tre morti sospette, persuasero le autorità governative a rifiutare ad una multinazionale il permesso di sfruttamento di una miniera d’oro che minacciava di contaminare la falda acquifera. La società canadese che voleva sfruttare la miniera ha citato il governo del Salvador chiedendo centinaia di milioni di dollari di risarcimento per la perdita dei suoi profitti futuri.

Ma anche il governo canadese è stato a sua volta citato in giudizio dalla potente multinazionale farmaceutica americana Eldilly, cui erano stati revocati i permessi di commercializzazione di due farmaci, per i quali la società aveva presentato una documentazione giudicata insufficiente a dimostrarne i benefici effetti  dichiarati. Per il ritiro dei permessi la Eldilly ha chiesto al governo canadese un risarcimento di mezzo miliardo di dollari.

Di esempi di vertenze simili ce ne sono a centinaia. Riguardano in pratica tutti i tentativi statali di regolamentare attività economiche per una maggior tutela dell’interesse pubblico, per la difesa della salute, per la salvaguardia ambientale: dalla fabbricazione di prodotti chimici all’uso dei pesticidi; dai prodotti farmaceutici all’uso dei brevetti. Ma a lasciare allibiti non è soltanto la pretestuosità o la temerarietà delle richieste di risarcimento: è anche, o soprattutto,il modo in cui viene condotto e risolto l’arbitrato. Le audizioni si svolgono in segreto. I giudici sono tre arbitri, cittadini privati, spesso avvocati in diritto societario che in genere lavorano per le grandi società. I cittadini e le comunità vittime spesso dei loro giudizi non hanno alcuna rappresentanza legale. Né essi possono usare questi tribunali arbitrali per chiedere protezione dall’avidità delle multinazionali. Non vi è alcun diritto d’appello. Né vi sono le salvaguardie delle normali Corti di giustizia.

In pratica, come è stato osservato, “a tre privati è affidato il potere di rivedere, senza alcuna possibilità di ricorso, le azioni dei governi, le decisioni dei tribunali ordinari,  le leggi ed i regolamenti votati dai Parlamenti”. E’ “un sistema di giustizia privatizzata per le aziende globali” che violenta e uccide la democrazia.

David Rockfeller lo aveva già preannunciato con sincerità spudorata nel 1999  in un’intervista a Newsweek: “Qualcosa – disse – deve sostituire i governi, e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo”.

Ma vertenze ed arbitrati a parte, cosa vuole ottenere col Trattato transatlantico il “potere privato”, cioè l’oligarchia economica delle multinazionali?  La logica del Trattato è quella del liberismo più sfrenato, ed alle sue disposizioni gli Stati firmatari dovranno assicurare, a pena di pesantissime sanzioni, la “messa in conformità delle loro leggi, dei loro regolamenti, delle loro procedure”. L’obbiettivo primo è smantellare quel poco che resta di pubblico nel governo dell’economia; le politiche in difesa dell’interesse generale vengono considerate “discordie commerciali”.

Così, ad esempio, dovrebbero essere abolite le etichette che  indicano la presenza di OGM negli alimenti;  dovrebbero essere soppresse le norme sulla tracciabilità dei prodotti alimentari e le nostre leggi sulle denominazioni d’origine.  Dovrebbe essere soppressa la norma europea che vieta  chele carcasse dei polli siano disinfettate col cloro, mentre gli allevatori americani di suini protestano perché l’Europa ancora non accetta carne addizionata con cloridrato di ractopamina, un medicinale che gonfia la carne magra ma che è nocivo sia per gli animali che per i consumatori delle loro carni, ed è vietato   in 160 Paesi.

Potremmo andare avanti a lungo con esempi simili. In sintesi: col trattato transatlantico l’Europa in materia alimentare dovrebbe uniformarsi alle più permissive regole americane,  per consentire la più ampia importazione  dagli Stati Uniti e dovrebbe rinunciare alla specificità dei suoi prodotti a denominazione d’origine. Cioè alla sua cultura alimentare

Altrettanto stringenti e devastanti le regole sul mercato dei servizi.  Per quanto riguarda i servizi finanziari gli Stati Uniti  vorrebbero  una deregulation ancora più selvaggia,  e che siano levati tutti i limiti agli investimenti a maggior rischio:  Via libera cioè agli hedge funds ed alla bisca finanziaria globale. Sperano inoltre che sia definitivamente affossata l’idea di tassare le transazioni finanziarie. La Commissione Europea d’altronde, sempre più apertamente “amica del giaguaro” ha già detto che la “Tobin tax” non sarebbe conforme alle regole del WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio.

Per quanto riguarda i servizi pubblici il Trattato transatlantico vorrebbe aprirli tutti alla concorrenza, cioè sottomettere i servizi pubblici alla pura logica del mercato. Si ridurrebbero così progressivamente i margini di manovra degli Stati sulle politiche che riguardano la sanità, l’energia, l’istruzione, l’acqua, i trasporti. In prospettiva, tutto privatizzato.

Renzi ha dichiarato che  la ratifica del trattato sarà una delle priorità  del semestre di presidenza italiana a Bruxelles,

Diceva Gianni Agnelli: per far passare provvedimenti di destra ci vogliono governi di sinistra.

Giorgio  Vitangeli

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