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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 11617 volte 06 marzo 2014

Bonifiche Ferraresi: Bankitalia (per ora) non vende ma a chi sarebbe andato l’incasso?

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

La Banca d’Italia non ha accettato l’unica offerta pervenutale per l’acquisto delle Bonifiche Ferraresi, società agricola quotata in Borsa di cui via Nazionale possiede il 62,37%.

Meglio così. Perché se fosse andata in porto l’operazione avrebbe suscitato certo qualche sconcerto, tanto più nel clima che si è venuto a creare dopo che la Commissione Europea, secondo le indiscrezioni raccolte a Bruxelles, non solo vuol vederci chiaro nella rivalutazione delle quote dei soci partecipanti al capitale di via Nazionale, ma soprattutto contesterebbe il passaggio di 7,5 miliardi di euro dalle riserve al capitale della Banca d’Italia.  Tale passaggio, com’è noto, legittimato dal cosiddetto “Decreto Imu-Banca d’Italia”, ha reso possibile la rivalutazione delle quote, ma a spese delle riserve, che – si afferma a Bruxelles – così come i lingotti della riserva aurea, appartengono in realtà allo Stato. Dunque: quella rivalutazione occulterebbe aiuti di Stato alle banche private partecipanti al capitale di Bankitalia; aiuti di Stato recisamente vietati dai trattati europei.

Ora l’offerta per l’acquisto delle Bonifiche Ferraresi, comprendeva alcuni nomi noti dell’imprenditoria italiana, tra cui Carlo De Benedetti e la famiglia Gavio, ma a tirare le fila dell’operazione era Intesa Sanpaolo, che è a sua volta il maggiore azionista della Banca d’Italia.  Dunque: nell’alienazione di un importante cespite patrimoniale della nostra Banca Centrale Intesa Sanpaolo  avrebbe rivestito ad un tempo  il ruolo di socio più importante del soggetto venditore, e di capofila della cordata acquirente. Sul piano giuridico sicuramente tutto era regolare, ma sul piano dell’immagine l’operazione avrebbe certo suscitato varie critiche, sia nel merito che per un certo  odore di conflitto d’interessi che da essa veniva.

La cordata che ha tentato d’impossessarsi (a condizioni molto favorevoli…) di Bonifiche Ferraresi era alquanto composita. Vi facevano parte infatti, oltre a De Benedetti ( che operava a titolo personale, e non con la Cir,) ed alla famiglia Gavio, la Cariplo, vari Consorzi agrari, alcuni imprenditori veronesi, rappresentati tutti dall’ex presidente della Confagricoltura, Federico Vecchioni. Protagonista nel mondo industriale, il Vecchioni (è presente col Gruppo Terrae nel settore delle energie rinnovabili, con importantissimi partners) ma è anche uomo con qualche interesse per la politica: prima vicino a Luca Cordero di Montezemolo (fino a novembre 2012 fu coordinatore di Italia Futura, l’associazione fondata da Montezemolo), ed ora è
considerato vicino a Italia Unica, il movimento politico fondato da Corrado Passera, a lungo uomo di De Benedetti, ed ex amministratore delegato di Intesa San Paolo.

Un quadro che lascia intravedere una rete di relazioni e di antiche amicizie che costituiscono la cornice dell’operazione.

Ad indurre la Banca d’Italia a rifiutare l’offerta però non sono state considerazioni d’opportunità, ma precise motivazioni di merito: essa infatti non rispettava i requisiti richiesti nel bando di gara. La cordata di cui Intesa Sanpaolo tirava le fila  offriva infatti di acquistare solo il 52,3% delle azioni delle Bonifiche Ferraresi, e non l’intera quota del 62,37% di proprietà di Bankitalia, che sarebbe restata così azionista di minoranza. Dei circa 104 milioni di euro offerti inoltre poco più della metà sarebbe stata in contanti, ed il resto in bond decennali al 4%.  Essa dunque, ha obiettato Banca d’Italia in una sua nota, configurava “modalità di pagamento soggette ad un significativo rischio finanziario”. Il pagamento in contanti infine valorizzava l’azione a 35,56 euro, un prezzo  inferiore cioè alla quotazione di mercato di 36,48 euro.

Va aggiunto, a completamento del quadro, che l’iter della vendita delle Bonifiche Ferraresi durava da quasi due anni.

Ma al di là di questi particolari, il problema vero è un altro. Come sarebbero stati  cioè appostati in bilancio i ricavi di questa dismissione, e quali effetti avrebbero sulla distribuzione  dei dividendi alle banche private partecipanti al capitale?

I proventi da alienazioni di norma dovrebbero essere considerati utili straordinari dell’esercizio, andando così ad incrementare il risultato di bilancio. Gli utili, maggiorati dalle cessioni patrimoniali, incrementerebbero potenzialmente i dividendi percepibili dalle banche private azioniste; dividendi che – in base alla nuova legge Imu Bankitalia- non sono più legati ai frutti delle riserve ma, al capitale(ora rivalutato a 7,5 miliardi) nella misura massima del 6%, cioè 450 milioni di euro all’anno. Ma la quantità effettivamente distribuita (lo scorso anno,  fu di 70 miliardi) terrà conto, appunto, del risultato di bilancio, che ovviamente sarebbe irrobustito dalle alienazioni di cespiti patrimoniali.

In una sua nota Palazzo Koch rileva che “resta fermo l’obbiettivo della Banca d’Italia di cedere  la partecipazione in Bonifiche Ferraresi se e quando se ne dovessero presentare le condizioni”. Obbiettivo condivisibile, perché la proprietà di una società che opera nel settore agricolo indubbiamente ha poco a che fare con le funzioni istituzionali della nostra Banca Centrale. Ma sarebbe anche opportuno chiarire meglio la destinazione dei proventi di una tale cessione.

g.v.

 

 

 

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Autore: Redazione » Articoli 657 | Commenti: 364

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