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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 13258 volte 24 gennaio 2014

Bankitalia: passa la privatizzazione cresce l’eco della nostra campagna sull’oro

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

La campagna di stampa iniziata solitariamente da “la FINANZA” oltre un anno fa, volta a fare chiarezza sulla proprietà delle riserve auree italiane, sta rimbalzando su Internet, su vari organi di stampa, e persino in qualche dibattito televisivo. Il decreto legge che autorizza la rivalutazione delle quote del capitale di Bankitalia detenute ormai per il 95% da banche private, legalizzando quindi la privatizzazione di fatto della nostra Banca Centrale, decreto già approvato in Senato e che oggi è stato approvato dalla Camera, ha fornito indubbiamente lo spunto, se non per una approfondita riflessione, almeno per qualche perplessa osservazione, ed anche per scandalizzate obiezioni.

Ricapitoliamo brevemente i nostri interventi ed i termini del problema. Iniziammo tre anni or sono a porci un primo problema solo apparentemente marginale: dove sono custodite le riserve auree della Banca d’Italia? Esse infatti per una parte considerevole non sono nei sotterranei di via Nazionale, ma in quelli della Federal Reserve, a New York, ivi trasferite ai tempi della guerra fredda, per timore di un’invasione sovietica, ed a supporto di un eventuale governo italiano in esilio. Quei pericoli oggi non esistono più, ma quell’oro italiano è ancora negli Stati Uniti, e non c’è alcun segnale di un suo ritorno.

Quel problema ne ha messo in luce un altro, che ponemmo esplicitamente più di un anno fa: Ma di chi sono le riserve auree di Bankitalia?, con un servizio di apertura ed un vistoso richiamo di copertina nel numero di settembre-dicembre 2012 de “la FINANZA”, rilanciato immediatamente su “lafinanzasulweb”.

La privatizzazione surrettizia ed indiretta della nostra Banca Centrale, a seguito della privatizzazione delle banche partecipanti al suo capitale, cioè sue azioniste, non solo aveva creato un “mostro giuridico”, cioè un ente pubblico (tale è definita la Banca d’Italia) che in realtà è posseduto quasi interamente da soggetti privati, ma soprattutto poneva un gigantesco problema politico e giuridico: le riserve auree sono iscritte nel bilancio della Banca d’Italia tra le sue attività patrimoniali. Ma la Banca d’Italia è ora posseduta di fatto da banche private. Ne consegue, per logica giuridica, che le riserve auree italiane sarebbero ora di proprietà delle banche private azioniste di Bankitalia.

Un’assurdità morale, prima ancora che giuridica, come ha dimostrato il prof. Mario Esposito, docente di diritto costituzionale, in un articolo pubblicato nel numero di ottobre-dicembre 2013 de “la FINANZA” (“Perché l’oro di Bankitalia è del popolo italiano, e non delle banche”) ed in una successiva sua intervista diffusa dal canale televisivo You Tube della nostra Rivista, oltreché dal sito “lafinanzasulweb”.

Tutto questo pasticcio nasce da una vera e propria appropriazione indebita. Allorché, negli anni novanta, le banche partecipanti al capitale di Bankitalia vennero privatizzate, le quote da esse detenute nel capitale della nostra Banca Centrale non potevano e non dovevano essere incluse nelle attività privatizzate, perché la legge del 1936, allora non ancora abrogata, stabiliva che la Banca d’Italia è un ente pubblico, e che la maggioranza del suo capitale deve essere comunque detenuta da soggetti di diritto pubblico. Con le privatizzazioni invece la quota del capitale di Bankitalia in mano pubblica si è ridotta ad un irrisorio  5%.

Il governo Berlusconi, per iniziativa del ministro Tremonti, ha cercato di porre rimedio con la legge n.262 del 2005, la quale stabilisce che entro tre anni dovevano essere “trasferite le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici”. La legge, che è stata approvata dalle Camere, specificava che le modalità di quel trasferimento sarebbero state definite da un successivo regolamento, il quale però non ha mai visto  la luce.

L’anno successivo invece,  caduto Berlusconi, il presidente Prodi  ed il ministro Padoa Schioppa  modificavano l’art 3 dello Statuto della Banca d’Italia, che stabiliva anch’esso che la maggioranza delle quote del capitale di Bankitalia dovesse appartenere a soggetti pubblici o a società con maggioranza pubblica nel loro azionariato.

Nasceva così un altro mostro giuridico: cambiando uno Statuto si ignorava o, peggio, si pensava di poter mutare e sovvertire la legge da cui quello Statuto discende.

E arriviamo così ai giorni nostri. Con l’alibi della necessità di trovare risorse per finanziare l’ abolizione parziale dell’Imu e di  dare ossigeno ad alcune delle maggiori banche italiane bisognose di ricapitalizzazione, il ministro dell’economia Saccomanni (ex direttore generale della Banca d’Italia), ha dato via libera alla rivalutazione contabile delle quote di Bankitalia da esse possedute.

Al di là del “regalo” di alcuni miliardi di euro in tal modo concesso ad alcune banche, il decreto legge in via di conversione in legge (il Senato l’ha approvato con alcune modifiche, la Camera dovrebbe approvarlo prima della fine di questo mese) ha un effetto devastante: abolendo esplicitamente la legge del 1936, e quella “congelata” del 2005, legittima infine la privatizzazione della Banca d’Italia, tentando di mettere una pietra sopra vent’anni di appropriazione indebita.

Nulla si dice riguardo alla proprietà delle riserve auree. Ma, come abbiamo già  osservato, se è legittimata la proprietà privata della Banca Centrale italiana, visto che le riserve auree  sono iscritte in bilancio nel suo patrimonio, ne consegue inesorabilmente che l’oro delle riserve diventa proprietà delle banche private azioniste di Bankitalia. Una consequenzialità giuridica che non bastano certo le parole altisonanti e vacue (“vero e proprio bene pubblico inalienabile”) del relatore al Senato a modificare. Ed il silenzio che il governo e le fonti ufficiali continuano a mantenere sul destino delle nostre riserve auree parla già da solo.

La nostra campagna di stampa per ottenere chiarezza, ed affinché le riserve auree di Bankitalia siano dichiarate per legge patrimonio pubblico, comincia a dare i suoi frutti. Più di centomila persone hanno letto i nostri articoli, rilanciandoli sui “blog”, o hanno ascoltato le interviste sul canale You tube de “la FINANZA” e su “lafinanzasulweb”.Altri siti e “blog”, come “Il Corriere della collera” si sono anch’essi attivati.  Alcuni (pochi) giornalisti hanno cominciato a sensibilizzarsi e ad affrontare il problema (qui di seguito riportiamo l’articolo di Davide Giacalone apparso su “Libero”).

Ma, e lo diciamo per primi a noi stessi, non basta aver scritto, a scarico di coscienza. Occorre ora un’azione sul piano politico. Per parte nostra valuteremo quali strumenti giuridici potranno essere messi in campo,  ci sforzeremo di sensibilizzare l’opinione pubblica e chiameremo alla mobilitazione tutti i cittadini di buona volontà.  

Giorgio Vitangeli

 

 

 

Di seguito il pezzo di Giacalone 

Il decreto legge con il quale si trasferisce a privati il patrimonio della Banca d’Italia è stato approvato dal Senato. Di quel che annunciò il ministro dell’economia è rimasto solo il ciclopico trasloco di ricchezza e il disperato prelievo fiscale, per il resto lo hanno fatto a pezzi. Prima la Banca centrale europea e poi i signori senatori. Il risultato finale è un obbrobrio, di cui la grande stampa continua colpevolmente a occultare i giganteschi danni che ne deriveranno. A cominciare dal fatto che gli italiani dovranno ripagare presto quel che ora viene regalato.

1. Nel corso della conversione è stata cancellata la possibilità che a comprare Bankitalia sino altre banche europee, stabilendosi che gli azionisti devono avere “sede legale e amministrazione centrale in Italia”. Scampato pericolo? No, perché tale previsione cozza con i trattati europei, e, considerata la già incassata bocciatura Bce, l’Italia s’acconcia a una futura condanna.

2. Le altre banche centrali europee non hanno bisogno di tale, illegittima, protezione, per la semplice ragione che nessuno è così folle da metterle in vendita, appartenendo ai rispettivi Stati. Il che vale anche per il Belgio, perché quella è sì quotata, ma la maggioranza assoluta delle azioni è detenuta dallo Stato. Lo stesso in Giappone. Così come non è vero sia dei privati la Fed, banca centrale statunitense (ci sono azionisti privati, ma il dominus è il sistema federale, nonché la Casa Bianca). Lo dico perché nella relazione del governo è sostenuto il falso, che i senatori hanno votato con la stessa impudicizia dell’attribuire a un capo di Stato straniero una nipote itinerante.

3. A questo si aggiunga che la Bce è partecipata e governata dalle banche centrali, sicché nessuno sano di mente vorrà mai avere, in quella sede, rappresentanti che non abbiano un legame con il governo, pur nell’autonomia.

4. Non solo è cancellata la bischerata della public company, ma al consiglio superiore della banca è attribuito il potere di veto sui nuovi azionisti. Se Saccomanni avesse a cuore la propria credibilità non potrebbe subire una tale sconfessione. Ma è l’Italia che, se ha a cuore la credibilità della propria banca centrale, non dovrebbe accettare una simile perversione. Derivata dall’originario errore d’immaginarla ad azionariato casuale e diffuso.

5. Visto che nessuno potrà possedere più del 3% di Bd’I, visto che si hanno tre anni per dismettere le quote in eccesso, e visto che si suppone debbano essere banche e assicurazioni italiane a comprare quelle in vendita forzata, considerato che non si troveranno soggetti disposti a regalare soldi ai più grossi concorrenti, ne deriva che il decreto porta a una sola conclusione: Bankitalia ricomprerà le proprie azioni. Solo che oggi le regalano a 156.000 euro e domani le ripagheranno a 7.5 miliardi. La differenza è patrimonio pubblico donato a privati. (Tra parentesi: il relatore, senatore Federico Fornaro, Pd, ha definito quel patrimonio “vero e proprio bene pubblico inalienabile”; qualcuno gli regali un vocabolario, o gli spieghi quel che hanno approvato, perché anziché alienarlo, ovvero venderlo, lo hanno regalato).

6. Udite: in un decreto, che deve ancora essere convertito, è stato inserito un emendamento per cui il nuovo statuto della banca entra il vigore lo scorso 31 dicembre. Non è una mandrakata, è una somarata. Tutto per avere indietro il 12% d’imposta sostitutiva, soldi senza i quali non quadrano i conti pubblici. Che è poi la ragione per cui tutto si trova dentro un decreto relativo all’Imu, a dare plastica visione del ricatto e della disperazione.

7. Il regalo di 4.4 miliardi alle due più grosse banche italiane non servirà a metterle al riparo dei test europei, perché, come scrivemmo da soli, la Bce ha interdetto il trucco.

8. Ricordo che il deposto re Umberto, prima di partire per l’esilio, depositò i gioielli Savoia presso la Bd’I. Sono ancora lì, a dispetto degli eredi che volevano riprenderseli. E guarda che mi tocca, da repubblicano, dire: che il monarca fu (almeno in questo) onesto, mentre il governo della Repubblica tace su questo e sull’oro.

Il 20 sarà la Camera, ad occuparsene. Il senatore Mineo ha raccontato come sono andate le cose nel gruppo Pd: diversi hanno chiesto lo stralcio, chi per manifesta incoerenza del decreto, chi criticando il merito dell’operazione, tutti messi in minoranza. A Matteo Renzi vorremmo ricordare che a ciascun italiano, neonati e moribondi compresi, saranno tolti 125 euro, quindi più dei 150 salvati per le famiglie degli insegnanti (se sono in quattro fa 500). Così, tanto per fare i conti della serva. Forza Italia vota contro, ma non si batte. Tace. Sguscia. Che pena. Il M5S ha fatto 53 comunicati, che si trovano nel loro sito, non uno su questo. La vociante macchina degli scassatutto ha prodotto solo emendamenti. Come fossero un vecchio partitazzo.

Ci sono ancora nove giorni per provare a fermare questo orrore. Fra qualche anno usciranno libri in cui si denuncerà lo scandalo. Ed è questa la prova provata che la vita civile e politica, dalle nostre parti, è ridotta a scena miserevole.

Davide Giacalone

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