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Home | ©2014 La Finanza sul Web | Articolo visto 19664 volte 12 marzo 2014

Accordo Transatlantico: un’opportunità o una trappola?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Finanza Internazionale, Primo Piano

Tra  due mesi, il 25 maggio, gli elettori spagnoli sceglieranno i loro 54 deputati  europei. Questa volta è importante che, al momento di votare, si sappia con  chiarezza ciò che sta in gioco. Fino ad ora, per ragioni storiche e  psicologiche, la maggioranza degli spagnoli — contenti d’essere, finalmente,  “europei” — non si prendevano cura di leggere i programmi e votavano alla cieca  per le elezioni al Parlamento Europeo. La brutalità della crisi e le spietate  politiche d’austerità pretese dall’Unione Europea (EU) li hanno obbligati ad  aprire gli occhi. Ora sanno che il loro destino si decide principalmente a  Bruxelles.

In  questa occasione tra i temi che bisognerà seguire con maggiore attenzione c’è  l’Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) .

Questo  accordo si sta negoziando tra l’Unione Europea e gli USA, con massima  discrezione e senza alcuna trasparenza democratica. Il loro obiettivo è creare  la maggiore zona di libero scambio commerciale del pianeta, con circa 800  milioni di consumatori, che rappresenterà quasi la metà del Prodotto Interno  Lordo (PIL) mondiale e un terzo del commercio mondiale.

L’ UE  è la principale economia del mondo: i suoi cinquecento milioni di abitanti  dispongono in media, pro capite, di 25.000 € di entrate all’anno. Ciò  significa che l’EU è il maggior mercato mondiale e il principale importatore di  manufatti e di servizi, dispone del maggiore volume di investimenti all’estero  ed è il principale ricettore planetario di investimenti stranieri. L’UE è anche  il primo investitore negli USA, la seconda destinazione dell’esportazione  statunitense e il maggior mercato per l’esportazione statunitense di servizi. La  bilancia commerciale dei beni destina alla UE un attivo di 76.300 milioni di  euro; e quella dei servizi, un deficit di 3.400 milioni. Gli investimenti  diretti dell’UE negli USA, e viceversa, si aggirano sui 1200 miliardi di  euro.

Washington  e Bruxelles vorrebbero chiudere il trattato TTIP in meno di due anni, prima che  scada il mandato del presidente Barack Obama.

Perché  tanta fretta ?

Perché,  per Washington, questo accordo ha un carattere geostrategico. Costituisce  un’arma decisiva di fronte all’irresistibile crescita della potenza cinese; e,  oltre la Cina, delle altre potenze emergenti del gruppo BRICS ( Brasile, Russia,  India, Sudafrica). Bisogna precisare che tra il 2000 e il 2008 il commercio  internazionale della Cina si è più che quadruplicato: le sue esportazioni sono  aumentate del 474% e le importazioni del 403%. Conseguenze? Gli Stati Uniti  hanno perso la loro leadership come prima potenza commerciale del mondo che  ostentava da un secolo… Prima della crisi finanziaria globale del 2008, gli  USA erano il socio commerciale più importante per 127 Stati del mondo; la Cina  lo era solo per 70 paesi. Questo bilancio si è invertito. Oggi, la Cina è il  socio commerciale più importante per 124 Stati; mentre gli USA solo per  76.

Che  significa tutto ciò? Che Pechino, al massimo in dieci anni, potrebbe fare della  sua moneta, il yuan, l’altra grande divisa dell’interscambio internazionale e minacciare la supremazia del dollaro. È anche sempre più chiaro che le  esportazioni cinesi non sono solo più di bassa qualità a prezzi accessibili  grazie alla sua manodopera conveniente. L’obiettivo di Pechino è alzare il  livello tecnologico della sua produzione ( e dei suoi servizi) per essere leader  domani anche nei settori ( informatica, finanza, aereonautica, telefonia,  ecologia, ecc.) che gli USA e altre potenze tecnologiche occidentali pensavano  di poter preservare. Per tutte queste ragioni e essenzialmente per evitare che  la Cina diventi la prima potenza mondiale, Washington desidera blindare grandi  zone di libero scambio dove i prodotti di Pechino avrebbero difficile accesso.  In questo preciso momento, gli USA stanno negoziando, con i loro soci del  Pacifico, un accordo Transpacifico di libero scambio ( Trans-Pacific  Partnership, in inglese TPP ), gemello asiatico dell’Accordo Transatlantico  (TTIP).

Anche  se il TTIP ha incominciato a svilupparsi nel 1990, Washington ha fatto pressione  per accelerare le cose. E i negoziati in concreto iniziarono immediatamente dopo  che, nel Parlamento Europeo, la destra e la socialdemocrazia approvarono un  mandato per negoziare ( accettato anche in Spagna con la proposta presentata,  nel Congresso dei Deputati, insieme dal PP [partito popolare] e PSOE [ partito  socialista operaio spagnolo]….). Un rapporto, elaborato dal Gruppo di Lavoro  di Alto Livello sull’impiego e la crescita, creato nel novembre del 2011 dall’UE  e dagli USA, raccomandava l’immediato inizio delle negoziazioni. La prima  riunione si tenne a Washington nel luglio del 2013, seguita da altre due a  ottobre e dicembre.

Anche  se attualmente i negoziati sono sospesi, a causa di disaccordi nel seno della  maggioranza democratica del Senato degli Stati Uniti, le due parti son  decise a firmare al più presto possibile il TTIP. I grandi mezzi di  comunicazione dominante hanno parlato poco di tutto questo, sperando che  l’opinione pubblica non prenda coscienza di quello che c’è in gioco, e che i  burocrati di Bruxelles possano decidere delle nostre vite con tranquillità e in  piena opacità democratica.

Con  questo accordo marcatamente neoliberale, gli USA e la UE desiderano eliminare il  dazio e aprire i loro rispettivi mercati a investimenti, servizi e  contrattazione pubblica, ma soprattutto cercano di omogeneizzare gli standard,  le norme ed i requisiti per commercializzare beni e servizi. Secondo i difensori  di questo modello liberoscambista, uno dei loro obiettivi sarà “avvicinarsi il  più possibile ad una totale eliminazione di ogni forma di dazio per il commercio  transatlantico di beni industriali e agricoli”. In quanto ai servizi, l’idea è  “aprire il settore dei servizi, come minimo, tanto quanto si è riusciti, fino ad  ora, per altri accordi commerciali” e allargarlo ad altre aree, come quella dei  trasporti. Rispetto all’investimento finanziario le due parti aspirano a  “raggiungere i più alti livelli di liberalizzazione e protezione degli  investimenti”. Per quanto riguarda i contratti pubblici l’accordo pretende che  le imprese private abbiano, senza discriminazioni, libero accesso a tutti i  settori dell’economia ( inclusa l’industria della difesa).

Anche  se i mezzi di comunicazione dominante appoggiano senza restrizioni questo  accordo neoliberale, si sono moltiplicate le critiche, soprattutto in seno a  qualche partito politico, a numerose ONG ed organizzazioni ecologiste e in  difesa del consumatore. Ad esempio, Pia Eberhardt, membro dell’ONG Corporate  Europe Observatory, denuncia che i negoziati si sono tenuti senza trasparenza  democratica e in modo che le organizzazioni civili non fossero messe a  conoscenza, nei dettagli, di quello che si è concordato fino ad ora: “Ci sono  documenti interni della Commissione Europea – dichiara l’attivista – che  indicano che Questa si riunì, nella fase più importante, esclusivamente con  impresari e le loro lobbys. Non ci fu un solo incontro con organizzazioni  ecologiste, con sindacati, né con organizzazioni per la difesa del consumatore” .

Eberhardt  osserva con ansia una possibile diminuzione dei requisiti per l’industria  alimentare. “Il pericolo, commenta, lo presentano gli alimenti non sicuri  importati dagli USA che potrebbero essere transgenici, o i polli disinfettati  con cloro, procedimento proibito in Europa”. Aggiunge che l’industria  agro-pastorale statunitense esige l’eliminazione degli ostacoli europei per  questo tipo di esportazioni.

Altri  critici temono le conseguenze del TTIP in materia di educazione e conoscenza  scientifica, potrebbe estendersi ai diritti intellettuali. In questo senso, la  Francia, per proteggere il suo importante settore audiovisivo, ha già imposto  una “eccezione culturale”. Il TTIP non controllerà le industrie culturali. Varie organizzazioni sindacali avvertono che, senza dubbio, l’Accordo  Transatlantico sprofonderà nei tagli sociali, nella riduzione dei salari, e  distruggerà l’impiego in diversi settori industriali (elettronica,  comunicazione, attrezzature dei trasporti, metallurgia, carta, servizi per le  imprese) e agrari (pastorizia, agrocombustibili,  zucchero).

Gli  ecologisti europei e i difensori del commercio giusto spiegano inoltre che il  TTIP, eliminando il principio di precauzione, potrebbe facilitare l’eliminazione  di normative per la difesa dell’ambiente o di sicurezza alimentare e sanitaria,  nello stesso tempo può supporre una riduzione delle libertà digitali. Alcune ONG  ambientaliste temono che anche in Europa si incominci a introdurre il fracking,  ossia l’uso di sostanze chimiche pericolose per gli acquiferi, per poter  sfruttare il gas e il petrolio di scisto.

Però  uno dei principali pericoli del TTIP è che incorpori un capitolo sulla  “protezione degli investimenti”, cosa che potrebbe aprire le porte a imprese  private per querele multimilionarie, in tribunali internazionali d’arbitraggio (  al servizio delle grandi corporazioni multinazionali), nei confronti di Stati  che intendano proteggere l’interesse pubblico, che supporrebbe una “limitazione  dei profitti degli investitori stranieri”.

Qui  quella che è in gioco è semplicemente la sovranità degli Stati ed il Loro  diritto a realizzare politiche pubbliche a favore dei propri cittadini. Per il  TTIP i cittadini non esistono; ci sono solo consumatori e questi appartengono  alle imprese private che controllano i mercati.

La  sfida è immensa. La volontà civica di fermare il TTIP non deve essere di  meno.

Ignacio  Ramonet

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