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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 19861 volte 24 luglio 2013

Wall Street e Detroit: i due volti degli USA

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

 

La passata settimana si è chiusa a Wall Street con un record: l’indice Standard&Poor’s 500 ha superato giovedì i 1690 punti, un livello mai prima raggiunto. Ciò  equivale ad una capitalizzazione di oltre 15 mila miliardi di dollari: anch’esso un record assoluto. Se poi alle 500  maggiori società americane censite da S&P500  sommiamo tutte quelle quotate al Nyse ed al Nasdaq la capitalizzazione complessiva sale ad oltre 20.000 miliardi di dollari, il che – come è stato sottolineato – vuol dire che la Borsa americana vale più dell’intero prodotto lordo degli Stati Uniti, che secondo i dati per il 2012 della Banca Mondiale ammonta a 15.684 miliardi di dollari. In parole povere: la Borsa più della vita.

Un’ altra notizia dell’economia americana però la scorsa settimana ha fatto in un baleno il giro del mondo, conquistando titoli a più colonne e lunghi commenti su tutti i giornali: l’amministrazione comunale di Detroit, la vecchia capitale dell’industria automobilistica americana, ha dichiarato fallimento. E così l’immagine di un’altra America, antitetica a quella che proietta Wall Street, è comparsa sullo schermo mediatico globale.

Questa seconda immagine è la fotografia di un declino industriale drammatico, che si riassume in una città ridottasi ad un terzo di quello che era pochi decenni or sono,  con interi quartieri abbandonati e deserti, decine di migliaia di case in rovina, vie senza più illuminazione, automobili abbandonate da anni in strada, bande di giovani delinquenti che si divertono a bruciare villette disabitate e cadenti, il record americano degli omicidi, polizia, vigili del fuoco e servizi sanitari con mezzi sempre più  insufficienti,  che non riescono a far fronte alle necessità essenziali.

Per i lettori de “la FINANZA” tutto ciò non è una sorpresa: già negli scorsi anni infatti abbiamo più volte pubblicato le immagini sconvolgenti di una  Detroit ridotta in molti suoi quartieri a città fantasma.

Ma ora il quesito che si impone è un altro, e cioè quale delle due immagini – il trionfo di Wall Street, l’agonia di Detroit- rispecchia  meglio la realtà degli Stati Uniti ? Quale è l’immagine virtuale, e quale quella reale?

Sull’euforia della Borsa americana, e di riflesso un po’ anche di quelle europee, lo  stesso quotidiano della Confindustria, per la penna di Walter Riolfi,  esprime forti dubbi. In sostanza: Wall Street si sarebbe entusiasmata alle parole di Ben Bernake, che ha  annunciato una politica monetaria della Fed più accomodante di quanto previsto. Ed in Europa a dare sprint alle Borse si sarebbero aggiunte le decisioni della BCE, che ha allargato le regole sul “collaterale” che le banche possono presentare per ottenere dalla BCE denaro a bassissimo costo.

Ma in realtà Bernake non ha fatto che confermare al Congresso quel che aveva già detto un mese prima, e le nuove regole più permissive della BCE potrebbero accrescere la liquidità dell’eurozona di   una ventina di miliardi di euro, cioè di un +0,1%.

“Insomma – conclude senza mezzi termini Riolfi-  Milano, le altre piazze europee e New York sono salite sul nulla”.

A far crescere le quotazioni dei titoli dello S&P500  sarebbero stati, in sostanza, gli acquisti attraverso gli ETF, con cui operano investitori di breve termine, spesso con forte propensione speculativa.

Ma altri commentatori negli Stati Uniti evidenziavano alcuni dati positivi dell’economia reale: dalle richieste settimanali dei sussidi di disoccupazione, scese oltre il previsto, all’indice dell’attività manifatturiera della FED di Filadelfia, e soprattutto gli utili delle società quotate, saliti nel secondo trimestre più del previsto.

Ma anche questo dato non regge ad un’analisi più approfondita. I dati infatti sinora riguardano neppure un quarto delle società; gli utili risultavano in crescita del 2,8% rispetto al trimestre precedente ( un soffio meno del 2,9% previsto all’inizio del mese), ma se dal computo si eliminano i titoli finanziari, i cui utili (+24%) sono gonfiati dal “trading” e da accantonamenti ridotti, il bilancio trimestrale risulta tutt’altro che positivo, appesantito dall’andamento sfavorevole delle società industriali e tecnologiche. In sostanza: la finanza cresce, l’economia reale rallenta e soffre, con ricavi che nel primo trimestre non sono cresciuti, e nel secondo sono calati pesantemente.

Facciamo ora uno “zoom” sull’altra immagine, quella drammatica di Detroit. Negli anni ’50, in pieno “boom” dell’industria automobilistica, sfiorava i due milioni di abitanti, ed è stata a luno la quarta metropoli americana. Ora gli abitanti sono poco più di un terzo, cioè circa 700 mila. A quartieri deserti, invasi ormai ovunque dalle erbacce (80.000 sono le case abbandonate,cui si aggiungono gli edifici diroccati dei vecchi stabilimenti industriali, che s’innalzano con le occhiaie vuote di finestre dai vetri infranti). A questa desolazione si alternano quartieri ancora abitati, ove però non c’è più neppure il pudore di occultare la miseria. De 700 mila abitanti rimasti l’80% sono neri.

Il sindaco di Detroit sognava di radere al suolo i quartieri abbandonati, e di trasformarli in parchi, o destinarli ad altre attività produttive (ma quali?…). Ma il suo progetto è rimasto un sogno: occorrevano enormi investimenti; il municipio è allo stremo con un carico di debiti di 18 miliardi di dollari, e quale investitore privato investirebbe capitali in un sogno?

Il fallimento è divenuto così una soluzione obbligata. Ma che vuol dire, in concreto, il fallimento dell’amministrazione di una città? Vuol dire  drastica riduzione del numero dei dipendenti pubblici e delle loro retribuzioni, tagli alle pensioni future, e forse anche a quelle in corso, riduzione della spesa sanitaria, servizi pubblici ridotti al minimo (scuole, trasporti, viabilità) e così via. Quella che era la quarta metropoli americana sembra dover diventare un angolo di Grecia, e anche peggio.

E’ questa una delle conseguenze della globalizzazione, che ha spostato in Asia il cuore dell’industria dell’auto?

In parte, probabilmente, è così. L’industria automobilistica è “labour intensive”, ed è arduo mantenerla nei Paesi ove il costo del lavoro è più alto.

Ma spicca un’eccezione: quella della Volkswagen, “l’auto del popolo” voluta da Hitler. A Wolfsburg, storica sede della Wolkswagen,  la Casa tedesca produce 800.000 vetture l’anno, la disoccupazione è inesistente. La globalizzazione non ha travolto né la più grande fabbrica di automobili europea, né tantomeno la cittadina che la ospita.

Ma negli stabilimenti della Wolkswagen vige la cogestione ed il sistema duale. Nel consiglio di vigilanza metà dei seggi è riservato ai rappresentanti dei lavoratori, che così hanno voce nelle scelte strategiche aziendali, e nello stesso tempo sono resi corresponsabili dei risultati. Ed è in virtù di tale corresponsabilità che i sindacati hanno accettato, nei momenti di crisi, la riduzione dell’orario di lavoro (lavorare meno, lavorare tutti…) e la moderazione salariale, coi conseguenti guadagni di produttività. Ed ora incassano i benefici, con forme di partecipazione agli utili.

Ma sarebbe inutile suggerire quel modello a Marchionne. Lui segue un’altra religione: quella del capitalismo anglosassone. E se Torino non s’inventa un lavoro diverso dall’industria automobilistica, è avviata a fare, seppure più in piccolo, la fine di Detroit.

 

Giorgio Vitangeli

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