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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 19571 volte 31 gennaio 2013

Usa: si ferma la crescita e si teme l’inflazione

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Nord America, Planisfero

 

Brutta sorpresa per gli Stati Uniti:  la comunità economica e finanziaria americana si aspettava una crescita, anche se modesta, del PIL, stimata in circa l’1%, e tirate le somme si è trovata davanti ad un -0,1%.

Cosa è successo? Sotto accusa è la marcata riduzione delle spese militari, scese del 22%, in linea con la politica pacifista annunciata da Barack Obama durante la campagna elettorale, ma soprattutto  con le restrizioni imposte alla spesa pubblica da un disavanzo che lo scorso dicembre ha sfiorato il  “fiscal cliff”, cioè il baratro fiscale.

Come si ricorderà senza immediati interventi correttivi  gli Stati Uniti avrebbero superato il 31 dicembre il limite massimo di 16,400 miliardi di dollari di disavanzo massimo consentito dalla legge: il baratro fiscale che avrebbe automaticamente bloccato i pagamenti pubblici. Per evitare la catastrofe incombente Barack Obama era stato costretto ad interrompere le sua vacanze alle Hawaii, ere era riuscito faticosamente, in extremis, a trovare un accordo coi repubblicani, votato dal Senato nella notte del 30 dicembre, ed il giorno dopo dalla Camera, ove i repubblicani hanno la maggioranza.

In base a tale accordo sono aumentate le tasse (dal 35% al 39,6) per  le singole persone che guadagnano più di 400 mila dollari all’anno e per i nuclei familiari che ne guadagnano più di 450 mila. Per le stesse categorie di contribuenti sono aumentate anche dal 15 al 20% le imposte su plusvalenze e dividendi, mentre l’imposta di successione passa dal 35 al 40%.

Sull’altro fronte è stata estesa l’indennità di disoccupazione a chi è senza lavoro da più di un anno; sono stati prorogati i crediti d’imposta per i figli a carico e per gli studenti al “college”, nonché per una serie di investimenti (ricerca e sviluppo, nuove attrezzature, risorse energetiche rinnovabili, ecc.) ed è stata sospesa  la prevista riduzione del 27% per i rimborsi ai medici del “Medicare”, il sistema di assistenza agli anziani ed ai poveri.

L’accordo ha permesso di rinviare di due mesi i tagli previsti alla spesa pubblica, sostituiti con le nuove entrate e con tagli mirati, come appunto quello alle spese per la difesa. Ma sono bastati, a quanto pare, questi tagli mirati per arrestare la crescita del “pil” e per evocare negli Stati Uniti lo spettro della “stagflazione”, cioè quel misto paradossale di stagnazione e di inflazione che afflisse l’economia negli anni settanta del secolo scorso.

Con un PIL che accenna a ridursi la Federal Reserve infatti non può certo interrompere la sua politica di  “quantitative easing”, cioè tassi estremamente bassi ed immissione di nuova moneta nel sistema economico.  Tanto più che se sono bastati tagli mirati alla spesa pubblica ad arrestare la crescita pur modesta, cosa accadrà quando, a marzo entreranno in vigore i tagli generalizzati rinviati di due mesi?

Ma la politica monetaria espansiva ed accomodante adottata giocoforza da Bernanke se non sembra sufficiente a rilanciare l’economia, alla lunga minaccia di rilanciare l’inflazione. Avremmo così contemporaneamente stagnazione (se non addirittura recessione) ed inflazione.

Ma al di là di questi  minacciosi possibili sviluppi, una cosa appare ormai evidente. Sta volgendo a termine, con un totale fallimento, il ciclo politico-economico e culturale iniziato negli anni ottanta del secolo scorso con Margaret Tathcer e Ronald Reagan, all’insegna del liberismo, delle privatizzazioni, dello “Stato minimo”, della “deregulation”, e della “supply side”, per cui bisognava agevolare non la domanda ma la produzione, detassando i ricchi, che sono quelli che investono e producono, e limitare invece la spesa sociale.

Anche sotto questo aspetto l’accordo raggiunto negli Stati Uniti a fine dicembre più che un compromesso è una implicita confessione di fallimento da parte dei repubblicani. La “reaganomics”, cioè la politica economica  del repubblicano Reagan doveva aprire le porte ad un’età di  benessere, ed invece ha portato ad una crisi economica globale, più grave probabilmente di quella disastrosa del 1929.

Giorgio Vitangeli

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