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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 13777 volte 14 novembre 2013

Una urgente Class Action versus la Banca d’Italia: riappropiamoci dell’oro degli italiani

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

Come da logica ( ma in punto di diritto le cose spessissimo non stanno così: l’adagio sussurrato all’orecchio di amici intimi dei migliori giureconsulti “ la legge si applica ai nemici e si interpreta per gli amici”, conferma  lo schierarsi  di questa categoria,  per gran parte conservatrice,  del tutto involontariamente dalla parte dei più ortodossi marxisti,  che collocano il diritto tra le “sovrastrutture”  che fanno da foglia di fico ideologica alla natura classista della società) par dunque che sulla natura pubblica delle riserve auree della Banca d’Italia  non vi siano dubbi di sorta. L’ultimo numero  cartaceo de La Finanza ,  grazie al contributo del professor Esposito fa chiarezza in tal senso.

 Si tratta, ultimi dati in mio possesso ( risalenti al gennaio del 2013 basati sul bilancio della nostro  ex Banca d ‘Emissione),  di 2454 tonnellate di oro in lingotti ( gold bars) che si riducono a 2392 tonnellate  tenuto conto che  60 di tali  tonnellate rappresentano  il conferimento (12% )  di parte italiane alle riserve  complessive della BCE  ( 504 tonnellate).

L’Italia è al terzo posto, dopo USA e Germania, per quantità di oro  di “riserva”  nei termini accennati,  e senza cedere alla fesseria  del mark to market , possiamo individuare in circa 100 miliardi di euro il controvalore nell’attuale paper money a corso legale.  Ben sapendo che, in barba a Lord Keynes, e agli attuali  fanatici stregoni della “teoria monetaria moderna” figlia della peregrina e precedente breve vogue del “circuito “,  la realtà  ha confutato la battaglia anti-crisoedonistica  dei finti “illuministi” schierati  a favore della  dematerializzazione totale della moneta ; onde “liberarci” dell’altrimenti  implicita adesione feticistica ( “residuo” paretiano)   al giallo metallo con connessa ( essi suppongono) sopravvivenza  della logica del barter ( baratto) lì dove si ancorasse in qualche modo la moneta cartacea a un sottostante valore del prezioso metallo.[1]

Tenuto conto della sordità più totale riguardo  alla mia proposta di circa due anni fa,   con cui dimostravo come una apposita manovra di politica economica finanziata dalla tassazione del patrimonio del 10% dei redditieri italiani che detengono circa il 50% del PIL nazionale  ( minoranza che avrebbe guadagnato 2 euro e mezzo per ogni euro dato come obolo impositivo) ci avrebbe  in pochi anni liberato del debito pubblico, del  cronico deficit di bilancio e quindi da ogni  DIKTAT di una miope  e incapace UE  via il ricatto dello spread, è ora il caso di chiedersi se non vi siano tutti gli ingredienti  necessari e sufficienti per promuovere una class action  onde rivendicare alla collettività degli italiani la proprietà  dell’oro di Banca d’Italia sottraendolo alle subdole manovre delle sue socie private; cioè quelle banche ormai in mano agli insindacabili e milionari manager   che oltre a portare gran parte delle colpe operative della crisi immane che ci attanaglia da 5 anni  vorrebbero   impinguare  i loro bilanci attraverso la tenuta in conto della quota delle riserve in oro della Banca d’Italia  corrispondente alla loro quota societaria nel capitale di quest’ultima.

Danno e beffa incombono  dunque su questo popolo italiano che ha perso ogni capacità storicamente significativa di liberarsi di una intera classe dirigente che ci ha propiziato un mesto declino economico e più in generale  culturale ( nel senso della KULTUR accumulata nei secoli  e di cui il nostro Paese ha  generosamente fatto dono all’umanità intera in un passato non troppo lontano ).

Senza suscitare irrazionali reazioni pavloviane alla parola “patrimoniale”,  i cento miliardi in oro in mano alla Banca d’Italia  una volta  riappropriati dai suoi legittimi proprietari con una fondata class action potrebbero utilmente fare da garanzia  reale agli “assegnati” di cui alle mie sin  qui  inutili proposte  in merito.

Non  fosse che per le sue battaglie e il suo coraggio nell’opporsi al vuoto pneumatico che ha caratterizzato negli ultimi decenni  la leadership in materia economica del nostro ex Bel Paese  è  a La Finanza che spetta di “trarre il dado” e lanciare l’iniziativa della class action   appena vista  nei confronti della Banca d’italia.  È una primazia che altri non possono vantare sia in termini di contenuti che di  sensibilità anticipata rispetto al retrogado “spirito dei tempi”.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

 




[1] Abbiamo dall’ormai lontano 1992 liquidato  la teoria del “circuito” e con essa la favola della “vera moneta”  creata ex nihilo dal settore creditizio, in V.Orati Il (corto) circuito, ovvero una moneta per l’economia, ISEDI ( allora del gruppo UTET), Torino,1992 . Nello stesso anno il libro citato era presentato in un convegno apposito alla presenza dell’intero Ufficio di Presidenza ( Presidente e vice-Presidente della Società Italiana degli Economisti e un folto numero di rappresentanti di  questo consesso scientifico)  senza la minima obiezione di merito circa le tesi  da me sostenute. Né confutazione alcuna  ci è pervenuta   a far data da quel lontano meeting.

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 46 | Commenti: 341

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