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Home | ©2013 La Finanza sul Web | Articolo visto 18927 volte 18 aprile 2013

Una proposta per un radicale ripensamento sui derivati

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

di Simone Galimberti 

 

Nella presente analisi, conclusione logica del ciclo di articoli presentato ai lettori nello scorso anno, si andranno a verificare le tesi ivi esposte sugli strumenti derivati circa la loro intrinseca ed altissima pericolosità alla luce delle attuali cronache finanziarie e giudiziarie, formulando nel finale dell’articolo una proposta che ci auguriamo possa essere condivisa dal legislatore.

Prendiamo, pertanto, le mosse dalla celebre locuzione di ciceroniana memoria: historia magistra vitae. Si può tranquillamente affermare che, al contrario, la storia è quella lezione che quasi mai l’uomo impara ed eventi come il caso Italease in Italia ovvero la vicenda Lehman Brothers negli USA, solo per citare esempi eclatanti, hanno una elevatissima probabilità di riproporsi in futuro, posto che nei fatti si è scelto di ciecamente ignorare la “lezione della storia”.

C’è, quindi, ben poco da essere sorpresi in merito alle ultime notizie dell’esposizione su contratti derivati da parte delle banche europee. In questo senso lo stesso caso Monte dei Paschi, pur nella sua gravità, è solo una goccia nelle inesplorate profondità dell’oceano finanziario ancora non venute alla luce.

Peraltro i dati di fatto, spesso ignorati o –peggio!– occultati, sono la cosa più ostinata del mondo, perché non si piegano ai voleri di top managers bancari privi di scrupolo, restando lì a monito futuro e potendo eventualmente essere solo taciuti e non già manipolati a proprio piacimento.

 

La bomba dei derivati è pronta ad esplodere

 

Analizzando, quindi, le incontestabili cifre riportate nell’autorevole studio “Maggiori banche internazionali” di R&S Mediobanca, da cui prendono le mosse i nostri ragionamenti, si evince al di là di ogni possibile smentita che la bomba derivati, di cui parlavamo nei nostri precedenti articoli, è tutt’alto che disinnescata, ma, al contrario, pronta ad esplodere alla prima occasione utile.

Le modifiche regolamentari di recente introdotte (Basilea III ed Emir) e quelle ancora da introdurre (Mifid II, Mifir e CRD IV) non riusciranno minimamente a intaccare il problema, andando invece a rappresentare un paravento dietro cui le banche continueranno ad operare indisturbate e senza alcun controllo sostanziale, aldilà della presunte rigide prescrizioni normative. Sono, infatti, proprio tali nuove regole –come vedremo– ad aver stimolato le banche ad assumere rischi sempre maggiori, posto che già oltre il 95% dei derivati di cui sono pieni i leaders bancari continentali è di natura speculativa.

Diamo, quindi, uno sguardo più accurato a cosa dice il report di R&S Mediobanca.

Dall’analisi cui sono state sottoposte le venti maggiori banche europee, che (ricordiamolo!) hanno attivi di bilancio dell’ordine di grandezza pari a due anni di PIL dell’area, è risultato come, in conseguenza della graduale entrata in vigore di Basilea III, tali banche abbiano cominciato a vendere massicciamente i titoli in portafoglio, per alleggerirsi di assets che assorbono capitale di vigilanza, a favore di una riconversione in operazioni su contratti derivati, i quali essendo postati fuori bilancio (sì, avete capito bene!) praticamente hanno un impatto zero sugli indici patrimoniali (ratios), a tutto vantaggio della leva operativa.

 

Una sostituzione potenzialmente devastante

 

Il risultato di tutto questo è semplice e potenzialmente devastante: gli oltre  5.850 miliardi di derivati che le banche in esame hanno in corpo rappresentano da soli più della metà del P.I.L. europeo, con la differenza che quest’ultimo è riconducibile ad un valore economico (merci, materie prime, prodotti finiti, etc.), mentre gli altri (i derivati) sono esclusivamente soldi creati dal nulla, per di più occultati nelle zone grigie dei bilanci bancari.

Tanto per evitare malintesi consideriamo questa ipotesi esemplificativa: un eventuale 10% di perdite sui derivati che le banche in esame hanno in corpo farebbe letteralmente andare in fumo più della metà (precisamente, secondo lo studio in analisi, il 55,60%) del patrimonio di vigilanza di tali istituti bancari. Tale disastrosa evenienza non si verificherebbe neanche se tutti i crediti dubbi vantati dalle banche risultassero completamente inesigibili, ipotesi a seguito della quale il capitale regolamentare diminuirebbe del 49,30%!Un tale studio è tacciabile di catastrofismo? La risposta è NO! E le cronache giudiziarie di questi giorni lo stanno a dimostrare, bastando, ad es., considerare le operazioni sui derivati del MPS, che sono arrivati a mettere in dubbio la stessa sopravvivenza del gruppo bancario senese.

A tal riguardo è interessante andare a verificare cosa diceva nel volume a sua firma “Gli strumenti della crisi: i derivati finanziari” l’ex Presidente della Banca senese, Giuseppe Mussari, attualmente nell’occhio del ciclone per responsabilità tutte da accertare. Scriveva, dunque, Mussari nella prefazione del libro due anni fa circa: “la diffusione incontrollata degli strumenti finanziari derivati, le possibilità  insite, se si consente questa espressione forte, di “profitto perverso”, negli aspetti potenziali più pericolosi di questi strumenti, è stata ed è alla base della crisi che ancora stiamo vivendo”. Aggiungeva, inoltre, l’autore: “occorre ritrovare una vecchia, ma sempre efficace parola d’ordine: una nuova giustizia sociale, che tenga conto del momento storico ma che ridoni alla collettività, ai popoli il senso di una leadership ad ogni livello, dotata di riconoscibile ed eticamente apprezzabile legittimazione”.

Queste parole venivano mandate alle stampe nel luglio 2011 e gli eventi successivi hanno dimostrato quante di queste affermazioni siano rimaste lettera morta non solo per quanto riguarda la banca senese, ma più in generale per la stragrande maggioranza dei top-managers bancari.

 

 

Persi più di 5,8 miliardi dalla JP Morgan Chase

 

Gli esempi, peraltro, non si fermano all’Europa, tanto che basta considerare cosa è successo appena qualche mese fa in America con il caso Iksil. Per i molti che potrebbero non conoscere la vicenda, non troppo pubblicizzata sulla stampa italiana, possiamo riassumere gli eventi dicendo che nel secondo semestre 2012 la JP Morgan Chase ha perso più di 5,8 Miliardi di dollari nel limitato arco temporale di qualche mese per operazioni erronee di “copertura”  con contratti derivati.

Ciò è potuto succedere ad opera di un solo trader, tale  Bruno Iksil, il quale, con il consenso più o meno esplicito di tutta la catena gerarchica della banca, ha venduto moltissimi CDS (contratti derivati che sono una sorta di “assicurazione” contro il default) sull’indice CDX.NA.IG.9 composto da 121 grandi società nordamericane. La speranza era che la crisi si attenuasse e  le aziende risalissero la china, cosa che si è verificata del tutto falsa, tanto che fra fine aprile ed i primi di maggio 2012 i contratti derivati venduti hanno cominciato a produrre per la Banca americana perdite dell’ordine di 150 Mln $ al giorno.

Quale è stata la reazione dei vertici bancari? James Dimon, CEO di JP Morgan Chase, ha semplicemente definito l’intera vicenda un “madornale errore” (?!?), laddove ad operazioni finanziarie di tal fatta meglio si attaglierebbero definizioni quali puro azzardo, se non addirittura lucida follia in nome dell’avidità.

 

Banchieri rampanti e “banche casinò”

 

L’accusa, quindi, di non poca parte di analisti finanziari e leaders politici a questa casta di “banchieri rampanti” di fare delle proprie banche vere e proprie “casinò banks” è tutt’altro che campata in aria, tanto che, a proposito del caso sopra esposto, il senatore democratico Carl Levin ha affermato molto incisivamente: “Questa è l’ultima dimostrazione che ciò che la banche chiamano hedging è spesso fatto di scommesse rischiose che le grandi banche non dovrebbero mai poter fare. […] Servono, efficaci e duri standard da parte delle autorità di regolamentazione per proteggere i contribuenti dal pericolo di essere nuovamente costretti a coprire simili perdite”.

Il fatto che, tanto per tornare in casa nostra, le due maggiori banche italiane siano relativamente “poco esposte” sui derivati, con un ammontare per IntesaSP dell’8,1% del totale attivo e per  UniCredit del 12,7% non ci consola e non ci deve far dormire sonni tranquilli, perché in questo senso il sistema della moneta unica più che una sorta di protezione potrebbe diventare un mezzo efficace di trasmissione del contagio da un Paese al resto del sistema.

 

Un contagio che può venire proprio dalla Germania

 

La tanto “virtuosa” Germania, che distribuisce in materia economico-finanziaria bacchettate a destra e a manca ai P.I.I.G.S. (acronimo formato dalle iniziali di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) dovrebbe rispondere del fatto che in Deutsche Bank i contratti derivati sfiorino il 40% dell’attivo patrimoniale. Tanto per essere chiari: in caso di problematiche legate ai derivati, la banca tedesca ha ad oggi un’esposizione talmente grande che diventerebbe molto problematico ovvero quasi impossibile poterla salvare. E le banche dei “cugini” francesi non stanno certo meglio!

Alla luce di questi dati impressionanti ci sentiamo di fare una proposta a lungo ponderata, sicuramente forte e soprattutto contro corrente: stabilire per legge il divieto esplicito dell’uso di ogni forma di contratto derivato nelle transazioni finanziarie ovvero, laddove non possibile, circoscriverne la circolazione nei soli mercati regolamentati, eliminando ogni forma di contrattazione Over The Counter, cioè al di fuori del mercato. Derivati, infatti, significa rischio sistemico, significa, in altre parole, pompare utili stratosferici in pochissimo tempo nei bilanci bancari, ma a rischio di possibili perdite catastrofiche, stante l’enorme leva sulla volatilità.

L’auspicio è, in conclusione, che la finanza torni al servizio dell’economia reale, cessando finalmente di essere asservita al delirio di onnipotenza di bancocrati privi di scrupoli

 

(*) Simone Galmberti è Ingegnere Finanziario e Consulente Aziendale Indipendente, Docente a contratto in Masters post-universitari e Consulente Tecnico e Perito di vari Tribunali e Procure.

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